Thursday, 7 May 2009

Tirez sur le réalisateur!

Esiste una regola non scritta, nel mondo del cinema.
O meglio, più che regola, si può definire un assioma: se un film è brutto, la colpa è del regista.
Concetti quali: “gli attori non sono bravi”, “la sceneggiatura è un po’ traballante”, “la fotografia è un po’ troppo patinata”, vengono discussi da pubblico e critica continuamente, ma – poiché un assioma non ha bisogno di essere dimostrato – solo in rarissimi casi si aggiunge “ma la colpa è del regista”.
Perché è sempre colpa del regista, se in un film c’è qualcosa di storto.
Truffaut in “La nuit américaine” definì il regista come “quello a cui si fanno le domande”, e aggiunse “a volte sa le risposte”. Tra il sapere le risposte e non saperle, passa la differenza tra un film bello e uno che non lo è.
Ci sono casi in cui il regista non è in grado di controllare la macchina scenica che ha messo in moto, altri in cui non riesce a puntare abbastanza i piedi con gli sceneggiatori, altri ancora in cui non è capace di tenere a bada gli attori.
E così sul grande schermo finiscono pellicole sbilanciate, verbose, mal recitate.
Se poi il regista già di per sé ha in testa le pigne, abbiamo ottenuto il cinema di Mel Gibson. Ma questo è un altro discorso.
Darren Aronofsky non ha tutte le pigne che ha in testa Mel Gibson, e questo senza dubbio è un bene sia per lui stesso che per il pubblico che va a vedere i suoi film, ma a dare una scorsa alla sua filmografia viene da domandarsi se abbia qualcosa in testa, dopotutto.
A parte una fastidiosa propensione per il concetto di fato, non pare aver sviluppato alcun tratto originale da che ha intrapreso il mestiere di regista. Al contrario, è riuscito a copiare con sistematico ritardo tutte le mode cinematografiche degli ultimi quindici anni.
Per girare “π” (1998), ha pesantemente saccheggiato il cinema cyber giapponese della fine degli anni ’80, e il Cronenberg pre-“Crash” (se amate la matematica, non guardate questo film. Per quanto io lo ritenga un regista irritante, non vorrei ritrovarmi Aronofsky sulla coscienza).
Requiem for a dream” (2000) può essere considerato un clone in salsa moralista di “Trainspotting”, con strizzatine d’occhio all’horror asiatico degli anni ’90 e la solita fotografia di “Seven”.
E “The Fountain” (2006) non è altro che il feroce desiderio di reincarnarsi in Terry Gilliam che diventa lungometraggio.
Dunque, non è che mi sia ribaltata dalla poltrona in stato di shock quando mi son resa conto che “The Wrestler” ha subìto – e in maniera piuttosto clamorosa – delle influenze esterne.
Nella sostanza, da miliardi di altri film che prevedono nella trama un loser/borderline senza riscatto. Da “Rebel without a cause” fino a “Taxi Driver”, sceglietene uno a caso, non potete sbagliare.
Nella forma, questa volta è toccato a Gus Van Sant, e in particolare all’uso intrusivo della Steady Cam che Van Sant utilizzò in “Elephant”.
Sebbene il suo caratteristico movimento fluido generi sempre coinvolgimento (la sensazione generale è quella di camminare giusto alle spalle del personaggio sullo schermo), la Steady Cam è uno strumento espressivo estremamente duttile. E per assurdità, l’utilizzo che pareva più scontato è stato preso in considerazione soltanto di recente: ovvero, come occhio al limite del documentaristico.
Negli ultimi anni si sono viste molte pellicole in cui la Steady Cam viene coadiuvata dalla camera a mano, e il risultato sono film che cercano di sembrare documentari, per aumentare a dismisura il coinvolgimento degli spettatori (e il loro desiderio di Travelgum).
Van Sant nel 2003 diede alla Steady Cam – e al suo nuovo insidioso ruolo “reality” – un peso così mastodontico e invadente da farle cambiare senso: così costantemente a fuoco sulle teste dei protagonisti, risultava impossibile vedere altro. Che era un modo per dire: siete così presi dal guardare l’albero, che non riuscite più a vedere il bosco.“Elephant”, appunto: la storiella dei ciechi che toccano tutti una porzione dello stesso elefante, e ognuno di loro se lo figura diverso, ma soprattutto, senza riuscire minimamente a comprendere come davvero sia nella realtà.
In questo caso Van Sant lasciò che fosse la tecnica stessa a suggerire il significato del film, ma figuriamoci se Aronofsky poteva dimostrare abbastanza sale in zucca da copiare questo aspetto di “Elephant”. Certo che no.
Quel che ha copiato son stati di fatto i movimenti di Steady Cam e camera a mano, puri e semplici.
Il risultato è che “The Wrestler” pretende di sembrare “realistico” (e dunque coinvolgente), ma per via dei movimenti di macchina continui e plateali risulta terribilmente fasullo.
E la colpa è di Aronofsky, naturalmente. Per aver esibito una tecnica cinematografica senza curarsi di che cosa veramente voglia (o potrebbe) dire, per aver ammiccato a “The Passion of the Christ” con più di un riferimento (oscuri i motivi: se per denigrare, puntualizzare qualcosa, o plaudire), per aver dato l’okay a una sceneggiatura trita, dalla morale elementare e satura di personaggi stereotipati all’inverosimile: la figliola delusa e incazzata, la battoncella dal cuore d’oro, lo stesso Randy “The Ram” che fa proprio quello che tutti in sala si aspettano faccia, dalla prima all’ultima scena.
Se “The Wrestler” è un film potenzialmente orribile, la colpa è di Aronofsky.
Se non lo è, non è merito suo.
Il merito è di Mickey Rourke.
Mi si potrebbe far notare che è stato Aronofsky a sceglierlo, e che dunque parte del merito dovrebbe comunque andare a lui. Ma è così lampante il motivo per cui Mickey Rourke sia stato scelto per quella parte, che non mi riesce di vederlo come un punto a favore: Aronofsky non voleva che Mickey Rourke recitasse, perché temo che – come gran parte della critica e del pubblico – non lo considerasse capace di tanto. Voleva che semplicemente fosse sé stesso davanti alla macchina da presa.
E’ inutile sottolineare quanto il personaggio di Randy “The Ram” somigli al Mickey Rourke reale, ma Aronofsky ha sentito questa necessità: in più punti della sceneggiatura ci sono battute di Randy, e situazioni in cui è coinvolto, che enfatizzano gli anni ’80.
La caduta dall’Olimpo di “The Raw” coincide con quella personale di Mickey Rourke come attore, “Sweet child of mine” come colonna sonora dell’incontro finale di “The Raw” è la stessa canzone che annunciava Rourke sul ring reale nei suoi giorni da boxeur, e quando lo si vede sibilare “Fuckin’ 90’s sucked”, viene da pensare che sì, Rourke non può sbagliare una battuta simile, ‘che probabilmente lo pensa sul serio, e magari gli sarà anche capitato di dirlo nella realtà.
Così come ha scelto una macchina da presa “documentaristica”, Aronofsky ha scelto un attore “documentaristico”.
Questo sbattersi per cercare di azzerare il più possibile la finzione scenica a favore di una presunta “veridicità”, è a parer mio il biglietto da visita di qualcuno che davvero dovrebbe piantarla col cinema e cominciare a fare altro, che so, lo spalaneve nel Vermont.
Aronofsky deve aver pensato che per coinvolgere gli spettatori bastasse un attore estremamente plausibile nella parte del suo protagonista, e una macchina da presa che si comporta come una telecamera di channel 4. In parole povere, un reality movie nell’era dei reality show, per un pubblico assuefatto a suggere bovinamente un certo tipo di televisione.
Sennonché, Mickey Rourke ha spaccato svariati culi.
Ha recitato battute stereotipate facendole diventare sincere, e s’è infilato in ogni iato di sceneggiatura, in ogni sguardo non contemplato dallo script, mettendoci del suo. Ed è così che Randy “The Raw” è diventato un personaggio “realistico”, e non semplicemente Mickey Rourke ossigenato che interpreta sé stesso.
E’ riuscito a compiere la magia che solo i grandi attori sono in grado di ottenere: farsi dimenticare, per diventare qualcun altro.
Non ci fosse stato lui (e va detto, una bravissima Marisa Tomei al suo fianco), “The Wrestler” avrebbe fatto cagare tutti i soldati presenti alle Termopili, spartani, greci, e l’esercito al completo di Xerxe compresi gli Immortali.
Il prossimo progetto di Aronofsky si intitola “Robocop” (altra sventagliata di novità, insomma), e vedrete se non ho ragione.
Perché esiste una regola non scritta, nel mondo del cinema: la colpa è del regista.
Ci sono casi in cui il regista non è in grado di controllare la macchina scenica che ha messo in moto (check).
Ci sono casi in cui il regista non riesce a puntare abbastanza i piedi con gli sceneggiatori (check).
E ci sono casi in cui gli attori salvano il culo del regista.
Check.



4 comments:

niccolo' said...

Io non capisco un cazzo di regia, montaggio analoggico, occhio dlela madre ecc. quindi soprassiedo, ma quello che a me ha fatto piacere (e quasi commuovere - io, il duro insensibile dei duri insensibili) è il wrestling del film. Chi del wrestling conosce poco forse lo prende come ambientazione della storia di un perdente, ma il wrestling permea tutta la pellicola. La storia di Ram Robinson ricorda fin troppo le tristi vicende di persone come Jake The Snake, Lex Luger, Scott Hall, e... boh, c'ho scritto un post apposta da me, semmai! :)

Yossarian said...

@Niccolo': Andre' the Giant, i Samoans! Come dimenticare! Io all'epoca seguivo il wrestling e dal punto di vista umano la storia di Ram Robinson e' piaciuta anche a me (Io, il bastardo dei bastardi), Leggero' anche il tuo commento Niccolo':-)

Attila said...

E alla fine rimango sempre e solo io l'unico pirla a non essere riuscito a vedere il film in oggetto...

Cordialità

Attila

Rachel Barnacle said...

@ Niccolò: Ho letto il post che hai scritto, e penso che tu abbia ragione: non credo che il wrestling sia stato usato semplicemente come "ambientazione" di sfondo. Al contrario, quel mondo è stato rappresentato piuttosto fedelmente, e diversi wrestler reali hanno aiutato nella ricostruzione scenica. Si "respira" aria di wrestling, è questo è decisamente un bene.
Mi rammarico che il film non ne abbia mostrato di più, considerato che i momenti più belli coincidono proprio con i combattimenti. La scena in cui "The Raw" viene rattoppato dopo l'incontro sanguinario con Butcher, e in cui per ogni colpo ricevuto sul ring si mostra a montaggio incrociato le ferite da medicare, è secondo me la più bella del film.
Se tutto il film avesse posseduto la stessa intensità di quella scena, sarebbe stato un accidenti di capolavoro, secondo me.
Io non mi stupisco che tu ti sia commosso nel vederlo (così come pare si siano commossi alcuni wrestler reali che l'hanno visto), perché Rourke è commovente, cazzo. Dall'inizio, quando si fa assaltare dai cittini, per come cammina e gli finiscono sempre i capelli in faccia, e per la disperazione con cui combatte, naturalmente.
Quel che m'ha rovinato tutto è stato in effetti quel che tu definisci "l'occhio della madre" (stronzo. ROTFL!): il cinema è una forma di comunicazione, e come ogni forma di comunicazione ha un linguaggio. Riusciresti a goderti un libro pieno di errori di grammatica e sintassi? Non credo. O ad ascoltare una canzone in cui i musicisti son fuori tempo e il cantante stecca continuamente? Anche in questo caso, non credo.
Allo stesso modo, io non riesco a godermi (o a farmi emozionare da) un film con evidenti errori registici.
Il fatto che il linguaggio cinematografico sembri d'elité, è grazie ai simpatici figuri tipo quelli del cinema zero-sala Pasolini di Pordenone, che son sicura il potente masticatore di ferro Osiride prima o poi darà alle fiamme (con la mia benedizione).
In realtà non c'è un cazzo di elittario nel linguaggio cinematografico: è un linguaggio.
Lo si impara, come gli altri :D

@ Attila:Oppiglia il dividì, testina! XD
Una visione la vale, per il mitico Mickey.