Wednesday, 3 November 2010

Farmville Reloaded


Come i più sagaci tra di voi avranno potuto notare, io non scrivo molto spesso su questo blog.
Voglio dire, io ho nel cervello tutta una serie di validissimi motivi per scrivere poco. Giocare a Civilization, per esempio. O ridecorare la mia fattoria su Farmville. O costruire arene romane su Second Life (1).
Alle volte, tuttavia, un input esterno riesce a farmi inferocire a tal punto che non basta tormentare Yossarian come di solito faccio. Cioè, voi non ne sapete niente, ma Yossarian subisce malamente le mie opinioni. Che magari a voi potrebbe venir pensato che – considerata la sporadicità degli interventi – io non senta il bisogno di dire la mia sulla maggior parte delle cose.
Vi sbagliate.
Il fatto è che Yossarian paga per tutti voi, egli è l’agnello del 2.0 che vi toglie i fardelli dal blog, quindi ringraziatelo nelle vostre preghierine prima di coricarvi.
Ad ogni modo, quando m’inferocisco sul serio neppure le pazienti orecchie di Yossarian sono in grado di placarmi, e mi spiace, questa è una di quelle volte.
La vita è agra e poi si muore, lo so.

Dunque, mi pare di averlo già detto in passato: io sono un’appassionata di film catastrofici. In realtà sono appassionata di film belli in generale, ma ecco, quando si tratta del genere catastrofico m’appassiono anche con quelli brutti. Se mi sentite parlar male di un film catastrofico, non credetemi. Sto semplicemente cercando di darmi un tono.
La realtà è che purché non siano noiosi e super-moralistici, tendo a chiudere un occhio su quisquilie quali plausibilità e trama, e appena cominciano i botti io alzo le braccine e faccio “Weeee!”(2).
Così l’altra sera su Five c’era questo programma intitolato “Life after Armageddon” (un documentario-fiction che mostra con presunta credibilità uno scenario post pandemia influenzale) e considerate le premesse voi capite che non potevo perdermelo.
Voglio dire, l’estinzione dell’umanità a causa di una superinfluenza? My favorite.

Ora, è chiaro che per la natura stessa del prodotto (il regista lo definisce “docudrama”), io non mi aspettassi un film catastrofico.
Niente Frodo Baggins con fidanzatina e pargolo che si salvano da un mega-tsunami arrampicandosi in cima a un monte, bensì una proiezione credibile di quel che ne sarebbe del genere umano se invece di malanni lievemente più pericolosi di una normale influenza stagionale, ci capitasse tra capo e collo un accidente di quelli apocalittici.
I più smaliziati tra di voi già sapranno che per quanto un documentario cerchi di catturare l’essenza reale delle cose, il lavoro di documentazione risulterà sempre troppo mediato affinché ciò accada sul serio: in questo senso, il concetto stesso di “documentario” è falso. In nessun caso un documentario vi mostrerà esattamente la realtà, per quanto ben fatto possa essere. Nella migliore delle ipotesi, un documentario vi mostrerà una versione della realtà poco filtrata.
Quando poi si discerne di fatti che non sono ancora accaduti – e quindi si sfocia nella selva delle supposizioni – ovviamente tutto ciò che resta è la plausibilità, supportata da dati e testimonianze di eventi passati.

Questo, mi aspettavo da “Life after Armageddon”, e questa sembrava la direzione intrapresa dal “docudrama”: un buon prodotto, che stempera l’eventuale pesantezza della parte documentaristica vera e propria rappresentata dalle interviste agli “esperti” (3), con la parte sceneggiata (le vicende di una comune famiglia americana – padre, madre e figlio adolescente – sopravvissuta al contagio, ma alle prese con il post-pandemia).
Ovviamente, se in un film catastrofico le azioni dei protagonisti tendono sempre verso il massimo della spettacolarità (Bruce Willis non è lì per farvi una lezione sul realismo nel cinema, è lì per farvi divertire), in un fanta-documentario le azioni dei protagonisti saranno invece dettate da quello che gli esperti in materia considerano plausibile, o probabile. Alla fine, nonostante – e per fortuna – la civiltà moderna non abbia ancora mai dovuto confrontarsi con una pandemia estremamente seria e distruttiva, eventi del passato (blackout prolungati, contagi virulenti seppur circoscritti, disastri naturali) rendono possibile il farsi un’idea di come l’animale folla reagisca di fronte al pericolo.
E così, non mi è stato difficile ritenere credibile il “docudrama” finché mi ha mostrato la prima fase della pandemia, con tutto ciò che comporta: il progressivo disintegrasi delle convezioni sociali, gli atti di sciacallaggio e di violenza, l’isteria di massa. Tutti sappiamo che ci son voluti millenni per arrivare ad essere civili ma bastano tre giorni senza cibo per farci riprendere in mano la clava.
Il discorso filava, nonostante la scelta di far filtrare questi accadimenti di massa attraverso le esperienze di un esiguo numero di persone (il nucleo familiare). Il rischio era che per aumentare il coinvolgimento degli spettatori (più facile immedesimarsi con dei poveri disgraziati in difficoltà, piuttosto che con una folla imbestialita), si sottraesse plausibilità d’insieme, e il perché lo capite da voi: se è facile fare supposizioni su come si comporterà la massa, è estremamente più difficile prevedere come si comporterà un gruppo ristretto di persone. Ma anche un gruppo ristretto di persone risulta prevedibile nel primo stadio di un’emergenza: se sapessimo che in giro c’è un virus letale, sia io che voi cercheremmo di fare scorte di cibo, eviteremmo di uscire all’aperto, e ci accerteremmo che il nostro rifugio sia opportunamente sicuro.
E queste sono esattamente le cose che i protagonisti di “Life after Armageddon” si premurano di fare, mentre fuori – al ventesimo giorno di pandemia dichiarata – il numero degli infetti è già salito a dieci milioni negli U.S. soltanto, il Presidente viene evacuato, la Guardia Nazionale entra in azione e viene dichiarato lo stato d’emergenza.

Ma da qui in poi, davvero si entra nel territorio sdrucciolevole delle speculazioni, ed è qui che “Life after Armageddon” avrebbe dovuto far onore al proprio titolo. Ed è sempre qui che le mie sopracciglia hanno cominciato ad aggrottarsi.
Si fa un salto dal 25 giorno di pandemia dichiarata (cominciano a sorgere seri problemi energetici, le comunicazioni s’interrompono), alla dodicesima settimana, e i nostri eroi sono ancora lì dove li avevamo lasciati: tappati in casa. Nel frattempo hanno assistito alla perdita dell’elettricità, dell’acqua corrente, il loro water non funziona più e – si premunisce di informarci lo sveglio ragazzino di casa – hanno anche finito la carta igienica.
Il papà finalmente tenta una sortita, e trasecola di fronte al disastro che gli si para davanti. In sovraimpressione una scritta ci avverte che la stima dei morti U.S. è di 100,000 milioni – sconosciuta quella globale – ma quel che vede lui è un quartiere popolato solo da cadaveri e di gang cittadine che sciacallano la zona (prova evidente che gli stronzi non solo hanno capacità galleggianti, ma anche la pellaccia dura).
Con un terzo del paese a spingere in su le margherite, non risulta facile credere che in una megalopoli (la location iniziale è Los Angeles) sia plausibile cacciare il naso fuori casa e imbattersi in una feroce gang che ruba televisori al plasma dalla villetta di fronte. Anche perché date le circostanze, la stessa gang potrebbe tranquillamente andare al più vicino stabilimento della Sony e impadronirsene, ma soprattutto perché senza corrente elettrica, un televisore al plasma ha più o meno il valore di un goldone usato.
Ma questo è quel che vede il papà, e la cosa lo spaventa a tal punto da decidersi di prender su la famiglia e levare le tende (alla buon’ora, aggiungo io).
Decide di farlo con un SUV, disarmato, e di dirigersi verso l’Idaho – un posto così desolato e remoto già di suo, che in lingua inglese viene usato per definire l’atto del sognare ad occhi aperti (4).
Facciamola corta, l’esodo dei nostri protagonisti sarà una catastrofe nella catastrofe. Le loro decisioni degne di un Darwin Award: un episodio su tutti, l’attraversare il deserto del Nevada a piedi, senz’acqua, e sotto il sole cocente del mezzodì.
Epic Fail.

Ora, s’era detto prima che le azioni in un film catastrofico tenderanno alla spettacolarità sacrificando la verosimiglianza, mentre quelle di un documentario su una catastrofe dovrebbero adottare la verosimiglianza come proprio vessillo.
E’ piuttosto ovvio come gli autori di “Life after Armageddon” abbiano tuttavia immolato la verosimiglianza senza ritegno: i loro protagonisti agiscono oltre la comune sconsideratezza, vengono mostrate situazioni altamente improbabili (strade ingorgate in LA, ma appena varcato il confine cittadino le vie magicamente si sgombrano del tutto. Le gangs usate come reiterato espediente per allontanare i protagonisti da ciò che necessitano), e peggio di ogni altra cosa, il partire da presupposti ridicoli a sostegno di gran parte delle successive teorie avanzate (la scarsità di cibo, ad esempio. In un mondo decimato dell’influenza, e in seguito da altre malattie scatenate dall’incuria e la scarsità d’igiene, dagli incidenti, o magari da semplice shock, ipotizzare la mancanza di beni materiali – dai viveri ai generi di comfort – è oltraggiosamente idiota).
La domanda che sorge spontanea è – in questo caso – la verosimiglianza è stata sacrificata in favore di che?
Non certo la spettacolarità, per quanto il “docudrama” si serva di un linguaggio veloce e moderno, e accattivante. Dunque, per cosa?

Se il fastidio causato da “Life after Armageddon” è cominciato piuttosto presto nel corso della visione, devo ammettere che ho dovuto aspettare la fine per comprendere quanto in realtà fosse ignobile.
Dunque, al termine delle loro pellegrinazioni, la nostra famiglia disgraziata giunge finalmente in Idaho, e lì – insieme a una piccola comunità di altri scampati – si votano alla vita agreste.
Una vita felice, lontana dalle frenesie cittadine che ormai appartengono a un passato irrecuperabile. Un’esistenza più a misura d’uomo, con le sue quindici ore al giorno a spaccarsi il culo sui campi. A mangiare patate tutti i giorni. A sparare i calzini alla prima ferita infetta che ci si procura a forza di darci dentro con la roncola (questa sarà la fine del papà, che – nonostante sia paramedico – pare ignorare che in assenza di antibiotici, per medio-piccole ferite il succo di limone, il rosmarino, il cavolo o il miele, possono salvarti le chiappe).
Gli esperti sono unanimi su questo: il trend post-pandemic sarà la piccola casa nella prateria.
E sembrano rallegrarsene.
Un finale che ci proietta venticinque anni nel futuro mostra un’altra piccola comunità vagamente più evoluta di quella nell’Idaho. O forse, proprio la stessa, che in un quarto di secolo – considerati i progressi – pare essersene stata con il pollice infilato nel culo per la maggior parte del tempo. Una panoramica sul paesotto lascia intuire l’uso dell’energia solare, ma per il resto mestieri e maniere paiono appartenere a un milleottocento pre-industriale. Tuttavia, case e botteghe sembrano usciti dritti sparati da una copertina di Domus.
Hey, poveracci trogloditi, ma con gusto.
“Per molti versi, non sarebbe uno stile di vita indesiderabile” – gorgoglia il Dr. Tainter della Utah University – “oggigiorno molte persone aspirano a una vita più semplice, ed è così che sarebbe”. (5)
“Tornerebbe l’artigianato!” – squittisce un altro. “Il sistema scolastico verrebbe snellito, e fornirebbe nozioni utili!” – garbazza un terzo.
“E qualcosa di positivo emergerebbe dal disastro, l’ecosistema si riequilibrerebbe, ci ritroveremmo con un ambiente più salubre e meno inquinato”.
“La perdita di milioni di persone, la perdita di così tanta cultura, di intere comunità, non è una bella cosa. Ma se vi mettete nei panni dei sopravvissuti, va detto, è un nuovo inizio. Potrebbe essere un motivo per ricominciare, dimenticandosi delle meschine gelosie che ci ammorbano al giorno d’oggi. Sarebbe bello se questo fosse il nostro futuro. ” – conclude radioso Mr. Clark della Rutgers University.
E il “docudrama” si conclude così, con una dissolvenza in bianco su un pensieroso giovanotto intento a leggere un libro, assiso su una poltroncina minimal che giurerei di aver visto esposta da Harrods l’anno scorso.
Ecco per cosa è stata sacrificata la verosimiglianza.

Una cosa che un documentario non dovrebbe fare mai, è decontestualizzare, o distorcere la realtà a favore di una teoria, o un credo. E nel caso di un fanta-documentario come quello di cui stiamo parlando, proporre presupposti risibili al solo scopo di andare a parare dove si vuole. Vedo la più bieca disonestà nei documentari di questo tipo, perché divulgano menzogne glassandole con una patina di pseudo-autorevolezza e plausibilità.
E’ evidente che lo scenario proposto dal “docu-drama” sia fuori discussione: un’epidemia (per quanto mortale possa essere) non è un olocausto nucleare. Una volta dissolta la pandemia, i sopravvissuti avrebbero a disposizione tutti gli strumenti possibili, le nozioni, e i materiali per riavviare una società evoluta. Ci vorrebbe tempo, e fatica, ma alla stupida domanda di uno degli “esperti”: “Chi mai tornerà ad occuparsi di ingegneria nucleare?”.
Gli ingegneri nucleari sopravvissuti, faccia di cazzo – verrebbe da rispondere.
Chi riattaccherà la corrente? Gli elettricisti sopravvissuti.
Chi riaprirà gli ospedali? I medici sopravvissuti.
Come si cureranno le malattie? Saccheggiando i capannoni della Bayer, per esempio.

Conosco bene questo tipo di bieca ingenuità, queste utopie fetide che se si ha la scalogna di veder realizzate ci si accorge che generano sempre e solo mostruosità. Dopo tutto ho fatto l’Accademia. E’ un ambiente inquietante dove certe utopie miserabili attecchiscono con facilità: il Buon Selvaggio, e la Vita Frugale, e la Fuga dai Miasmi della Civiltà Moderna di Paul Gauguin. Fanculo.
Uno dei pochi vantaggi dell’esser nata in una famiglia già in là con gli anni, e di origini contadine, è che ho ricevuto informazioni di prima mano riguardo “la vita frugale”.
Mio nonno – che ha avuto la faccia tosta di campare fino a 103 anni – cominciò a lavorare nei campi quando ancora non c’era l’elettricità, ed essendo stato graziato col dono della loquacità, per quanto riguarda la narrazione e l’aneddotica non s’è mai risparmiato.
So tutto de “la vita frugale”, thank you very much.
Soprattutto so come questa gente abbia fatto i salti mortali per smettere di viverla. E di come si siano rimboccati le maniche per poter finalmente condurre un’esistenza più soddisfacente ed emancipata, per potere mandare a scuola i loro figli affinché imparassero qualcosa di meno “snello” delle nozioni pratiche, che sono utili e sveltiscono le mani, ma il cervello mica tanto.

Sarebbe risultato altrettanto scorretto, se questi signori – questi “esperti” – avessero mentito per mostrare un’umanità di sopravvissuti che tornano alla tecnologia, ma questa volta con più cura e amore verso l’ambiente. Se mi avessero mostrato un futuro che è un futuro, un’evoluzione d’intenti e di mezzi per cercare un equilibrio tra progresso e natura, dopo il disastro. Avrei di nuovo bollato la cosa come utopica (chiamatemi becera, ma come canta il vecchio Nick “people they just ain’t no good” e io sono d’accordo), ma se non altro ne sarebbero usciti come dei sognatori vagamente cialtroni e fondamentalmente innocui.
Chi non sarebbe felice di vivere in un mondo meno inquinato, di mangiare cibi più saporiti e sani, di condurre un’esistenza più armonica, pur non rinunciando alla tecnologia?
Invece sono mostri.
Mostri, nelle loro giacchette di Tweed mentre blaterano di ritorno alla terra sorseggiando un tea, senza rendersi conto che nella loro agognata “vita frugale” non durerebbero un giorno, che in un mondo del genere loro verrebbero emarginati poiché inutili, incapaci di contribuire adeguatamente alla comunità – vuoi per l’età avanzata, vuoi per mancanza di competenze pratiche. L’educazione “snella” servirebbe a disfarsi proprio di gente come loro, per evitare di trovarsi tra i piedi simili abbottauallere anche nella generazione successiva.
Mostri che quasi sperano scoppi una pandemia mietitrice per veder finalmente il loro sogno ecologico realizzarsi. Quel che propongono non è una visione del futuro, ma una regressione al passato, quello che auspicano è di dare un calcio in culo a oltre un secolo di progresso per potersi permettere di giocare a Farmville su scala 1:1.
Solo che non sarebbe Farmville.
Sarebbe un mondo crudele, involuto, pieno di pericoli e privazioni. Un mondo dove le donne muoiono di parto e la vita media non supera i cinquant’anni, dove la bigotteria religiosa si spanderebbe a macchia d’olio velocemente quasi quanto la pandemia stessa, e lo studio scientifico e le arti, verrebbero per forza di cose pesantemente trascurate – se non interamente dimenticate – troppo presi come ci troveremmo a portare il cibo in tavola.

Ho un’opinione bassissima delle religioni, e questa lo è. Ne ha tutte le putride caratteristiche. E ho l’impressione che quasi settant’anni di pace e prosperità abbiano fatto dimenticare a molte persone come si sta quando non si ha né l’una, né l’altra.
Che si stia cominciando a dare per scontate un po’ troppe cose, e che nonostante il nostro mondo sia lungi dall’essere il migliore possibile, è un qualcosa che la maggior parte degli esseri umani del passato bramerebbe con tutte le loro forze.

Io sono felice di essere nata in questa epoca.
E sono grata per quello che ho.

E comunque se dovesse scoppiare una pandemia ve lo butto nel culo a tutti perché so a memoria “L’ombra dello Scorpione”.



1 – Sono nel periodo “arene romane”. Un giorno la nostra civiltà verrà spazzata via, e intorno al 5090 quando gli esperti di archeologia virtuale ritroveranno le mie costruzioni su Second Life diranno – “Questo appartiene senza dubbio al periodo ‘arene romane’ dell’artista”. Succederà, vi dico.

2 – Realmente accaduto quando in “2012” la cupola di San Pietro fa strike nella piazza gremita di fedeli.

3 – Dr.Tim Sly – Professor Public Health, Ryerson University. Lee Clark – Assoc. Prof, Dep of Sociology, Rutgers University. Michael Bane – Journalist & Firearms Instructor. Dr.Joseph Tainter – Utah State University, Author “the collapse of complex Society”. Kevin Reeve – tracking expert & defense consultant. Dr. Rick Bissell - Director, Centre for Disaster Research , MD University. David Burns – director, Emergency Management, UCLA. Robyn Gershon – Prof. Mallman school of Public Health, Columbia University. Marc Smith – Sociologist & Internet consultant. David Miller – Senior VP, Con-Way Inc. Elizabeth McCarthy – Journalist, California Energy Circuit. Louis Grivetti – Prof. Emeritus Nutrition, Univ. of CA. Tom Naso – Founder Amateur Radio Assoc. Kathy Harrison – Author “Just in case: how to be self-sufficient”. Robin Hanson – Assoc. Prof Economics, George Mason University.

4 – "Own Private Idaho"

5 - Le traduzioni dall'inglese sono mie.

43 comments:

Uriel said...

La cosa buffa e' che esiste documentazione sul discorso epidemico, perche' di grandi epidemie ne sono gia' avvenute.

1)Lo sciacallo, rubando cose ai morti, entra a contatto coi morti piu' degli altri. E' tra i primi a decedere. Le bande di sciacalli sono tra i cadaveri.

2)L'ultima cosa che fai in un momento di epidemia e' di cercare qualcun altro. Hai paura del contagio.

3)L'ultima cosa che fai in caso di epidemia e' di rimanere a chicago. (almeno) Da Boccaccio in poi, in caso di epidemia ti rifugi in campagna, dove c'e' meno gente, ergo meno contagio.

4)Atti di violenza: in caso di epidemia, l'ultima cosa che vuoi fare e' contagiarti lottando con un malato.

Il problema principale delle pandemie e' il fatto che, essenzialmente, nessuno vuole piu' avvicinarsi a nessun altro. Nessuno va a lavorare per paura dei colleghi, nessuno sta in citta' per paura dei vicini, et so on. La societa' si disgrega ma non perche' aumenta il crimine, perche' nessuno vuole stare con gli altri. Le rivolte per la peste manzoni se le sogna, quello che facevano (lo fece Nerone , e' menzionato nel decamerone, etc) e' di fuggire in campagna o altri luoghi deserti.

Uriel

Augusto said...

Verso la metá degli anni 50, quindi non parlo del pleistocene, quasi tutte le ciliege (dopo una data che non ricordo) avevano il "giuanin" ossia il baco, la larva, il vermicello.
Chiamalo come ti pare.
I casi erano tre: aprire tutte le ciliege ed asportare l'ospite; smettere di mangiare ciliegie dopo quella data; sbattersene i marroni e mangiare ciliegie + ospite.
Da anni non vedo piú un giuanin in giro.
Era meglio prima o é meglio adesso?
Mi limito a considerare che uno schizzinoso, non é il mio caso, oggi puó mangiare ciliege quando vuole; a quei tempi no.
Altra considerazione.
Su piccoli tagli, nella stessa epoca preistorica, si mettevano ragnatele e vino; oggi "cicatrene".
Forse la soluzione antica era piú "ecologica". Io preferisco il cicatrene.

marco said...

Bello!
peccato per il docudrama, hanno sprecato un'opportunità.
Leggendo il post non ho potuto fare a meno di pensare a "The Road"... cazzo se mi ha angosciato quel film! e ancora devo finire di vederlo, a un certo punto il disagio e l'angoscia erano tali che ho dovuto smettere... :S (spoiler: quando entrano nel bunker e trovano ogni benediddio, "troppo bello, ora deve succedere qualcosa di tragico per compensare", ho pensato). Quando penso a cosa possa diventare l'Uomo in un ipotetico periodo post apocalittico, penso alle gang di The Road, e credo che ci siano andati molto vicini...
Altra perla a tema per chi ha passione per il post-apocalittico e molto fegato:
Il seme dell'uomo (1969)
http://www.davinotti.com/index.php?f=15523
http://www.imdb.com/title/tt0064959/

mp said...

Giuro che mentre leggevo il post pensavo esattamente a "L'Ombra dello Scorpione". Tanto che cominciavo a credere che nell'Idaho avrebbero trovato una vecchia ultracentenaria o che durante l'attraversamento del deserto del Nevada avrebbero incontrato un tizio con un braccio completamente bruciato che ripeteva "My life for yooouuuu...".

Rachel Barnacle said...

@ Uriel:
Davvero. Non son stata a farla lunga descrivendo tutta l'Epopea Della Famiglia In Fuga, ma in quel punto la sceneggiatura è delirante.
Se non l'esperienza/intelligenza/spirito di conservazione, almeno il buon senso dovrebbe suggerire che il restare per mesi in una megalopoli sovrappopolata (e dunque brulicante di germi - e in seguito di morti) non è una buona idea.
Così come non è una buona idea spostarsi in campagna una volta che le ondate pandemiche hanno esaurito il loro ciclo.
Per quanto riguarda la violenza, a voler guardare con attenzione il docudrama non è per niente chiaro: si parla di improvvise sommosse quando la situazione precipita (il che mi pare plausibile), e poi si passa direttamente alla dodicesima settimana in cui il Nostro Eroe s'imbatte nella gang svaligiatrice di case (del tutto ridicolo).
La giustificazione che il documentario dà di questi atti vandalici a pandemia ormai scemata, è che secondo gli autori il cibo e l'acqua scarseggeranno. E dunque la criminalità agirà sul territorio per saccheggiare e depredare.
Delirio puro.

Rachel Barnacle said...

@ Augusto:
Sulla fine degli anni settanta, quando ero ancora una bambina, la frutta che portava a casa mio padre dalla campagna (aveva smesso di fare il contadino a 17 anni, ma gli era rimasta la passione per l'agricoltura, e ne fece il suo hobby finché riuscì a...beh sì, coltivarlo. LOL) aveva a volte l'inquilino dentro.
Oggi verrebbe chiamata frutta super-biologica, visto che se occupava lui di persona e non aggiungeva nulla di chimico alle piante.
Mi ricordo in particolare le albicocche subaffittate. Beh, che dire, non sempre mi premuravo di ispezionare a fondo, e quindi temo di non essere scampata alla mia dose di "giuanin".

Io non credo che sia tanto un discorso se fosse meglio prima o adesso. E' che non è nella natura delle cose viventi tornare indietro nella speranza di rivivere quel che è passato. E idealizzando le cose che furono, per giunta.
Fare tesoro dei lati positivi delle epoche passate, questa sarebbe una buona idea. Ma we are only human, come si dice.
Lo scenario proposto non era da metà del secolo scorso, ma da metà di due secoli fa.
E in questo senso credo di poter rispondere alla tua domanda: credo sia meglio oggi.
Lo credo proprio.

Palmiro Pangloss said...

Se ti piacvciono anche i disaster comics accattati questo: http://www.amazon.co.uk/Crossed-1-Jacen-Burrows/dp/1592910904/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1288805370&sr=8-1

Rachel Barnacle said...

@ Marco:
Via, non mi puoi mettere "Il seme dell'uomo" tra i film "post-apocalittici".
Magari qualche povero disgraziato se lo procura pensando di vedere un catastrofico (e lo è, altroché, ma ci siamo capiti) e si ritrova Marco Margine che saltella sulla spiaggia.
Tra l'altro, o com'è brutto il doppiaggio?
A me quello che davvero mette a disagio è proprio Ferreri. Ho visto tutti i suoi film (okay no, siamo onesti, ho smesso con "Ciao maschio", ma non credo di essermi persa un granché saltando la sua produzione successiva), e per alcuni credo davvero che la parola capolavoro non sia usata a sproposito. Eppure, mi da quasi un malessere fisico, giuro.

"The Road", fulmini e saette, non l'ho visto. M'è proprio sfuggito di brutto. E ti ringrazio per la dritta perché mi sa proprio che me lo guarderò stasera.

Rachel Barnacle said...

@ mp:
Se per magia mi ritrovassi nel libro, mi si vedrebbe come un puntolino lontano all'orizzonte - equidistante sia da Boulder che da Las Vegas - che grida: "Go fuck you boooth!". LOL
Amo quel libro, finché non saltano fuori quei due peracottai.

@ Palmiro:
Grazie per la dritta, ma no grazie. Loro due sono bravissimi, ma a me piace sentire i botti :)
E poi dopo Akira non c'è più niente da dire in proposito.

Rachel Barnacle said...

Dimenticavo, per i masochisti interessati alla visione del "docudrama" in questione, è disponibile su YouTube in nove parti.
Questo è il link della prima, non vi sarà difficile scovare le altre.

http://www.youtube.com/watch?v=8r97xoSOEjM

(come si fa a rendere il link attivo? Non mi riesce)

lamb-O said...

A proposito, il fatto che Rachel sia tornata a scrivere è un segno della fine?

Lietissimo della cosa, comunque.

kurdt said...

D'accordo che la famiglia sia una banda di imbecilli e che la direzione che decidono di imporre alla società alla fine non ha senso alcuno.

Ma a seconda di quanto un epidemia è pervasiva e letale, potrebbe anche darsi,nel caso che uccida il 95% della popolazione, per esempio, che molti sistemi non si riescano a fare partire, sopratutto se sono sistemi complessi con molti passaggi.

Sicuramente con il tempo si verrebbe a capo anche di questo, in ogni caso.

:)

Anche a me piacciono i film catastrofisti, ti sei vista la serie : jericho?

Morrigan said...

Ma io non l'ho letto "L'ombra dello Scorpione".... è grave?

Gillipixel said...

Articolo stupendo, cara RB :-) Io non sono certo noto per il mio progressismo sfrenato :-) ma spesso si tratta più di una propensione emotiva...se si ragiona invece, condivido in pieno il tuo pensiero quando dici di essere contenta di essere nata in questa epoca: anche io lo sono :-)

Questo "frugalismo utopico" elevato al rango di religione ottusa è veramente una roba tremenda...

Scrivi più spesso!!! :-)
Austro-hungarian little kisses :-)

baron litron said...

da (ri)leggere il giorno dei trifidi, di Windham... già lì, anni '50, si paventava la possibilità di un regresso alla vita campestre. "la prima generazione di nostalgici, dalla seconda in poi solo contadini" era più o meno il succo, ma era una prospettiva spaventosa e da evitare a tutti i costi (e proprio per quello alla fine si mettevano in cammino con l'idea di preservare quanto più possibile di scienza e tecnica passata, aspettando solo l'occasione di metterle in pratica.

bentornata Rachel, è sempre un piacere

p.s., almeno in Piemonte i gioanin si chiamano così perché compaiono appunto intorno a San Giovanni. fine giugno, quindi, un periodo nel quale se ci sono ancora ciliegie sugli alberi significa che i padroni sono morti o rincoglioniti. per l'altra frutta, le si presta la dovuta attenzione....

ed* said...

dopo l'influenza A ne ho abbastanza di certi film :-)


forse non rientra proprio nel genere ma, nel caso non l'avessi ancora visto, consiglio "Planet Terror", un horror splatter demenziale dove il virus che contagia la popolazione rende zombie (...). una puttanata di dimensioni irriproducibili ma che prende in giro il genere come nient'altro.
a me è piaciuto tantissimo.

minnanon said...

tra l'altro queste scene immaginarie dove improvvisati "amanti della campagna" (l'hanno vista solo in agriturismo) tornano a zappettare allegramente come se niente fosse a me fanno abbastanza ridere. Se ci proviamo a farlo noi,(parlo per me che non ho fatto mai un lavoro manuale) seriamente, come si dovrebbe fare per campare con il raccolto, dopo le prime settimane rimarremmo bloccati nel letto con la schiena a pezzi e definitivamente inutilizzabile.
Per fare i contadini bisogna iniziare a zappare da piccini per sviluppare la muscolatura e le strutture ossee adatte; basta vedere la conformazione fisica dei contadini,che sono più tozzi proprio perchè sono più robusti dove serve: hanno sviluppato i muscoli adatti. Prova a far zappare un culturista, dopo un mese si é giocato la schiena.

Attila said...

Sul tema post influenzale, mi è piaciuto molto "Survivors" della BBC, che poteva anche essere pseudo attendibile, almeno nella prima parte.

Mi fa molto ridere che i "guru" new age sognino un mondo che non sopravviverebbe alla prima crisi Hari Seldon...

Cordialità

Attila

Anonymous said...

niente da eccepire. personalmente, mi fanno morire dal ridere quei passatisti che durerebbero 30 secondi senza la credit card in mano...

se non l'hai visto, ti consiglio "No Blade of Grass" film degli anni 70, che tratta la fase di disgregazione della società.

primo capo

Palmiro Pangloss said...

@Rachel: Capisco, ma come disaster-epidemico quello è quanto di più disastroso ci sia.

Rachel Barnacle said...

@ lamb-0:
A proposito, il fatto che Rachel sia tornata a scrivere è un segno della fine?

Preparati al peggio. XD

@ kurdt:
Mi pare di ricordare che nel "docu-drama" la mortalità dell'influenza fosse del 75%.
E' chiaro che con numeri del genere il post-pandemia non sarebbe una passeggiata nel parco in nessun caso.
Per dire, temo che l'ingegnere nucleare di cui s'è parlato prima dovrebbe scordarsi di tornare al suo lavoro per un bel pò.
Ma credo anche che il numero degli scampati sarebbe sufficientemente alto per rimettere in piedi diverse piccole cittadine, in tempi accettabili.

"Jericho" me la persi quando venne trasmessa in TV, ma l'ho recuperata in seguito. E devo dire che non era niente male. E' un peccato che l'abbiano troncata così, ora pare che ne vogliano fare un film. Bah.
Non son sicura che questa sia una buona idea, staremo a vedere.

@ Morrigan:
Ma io non l'ho letto "L'ombra dello Scorpione".... è grave?

E' scientificamente provato che chi ha letto "L'ombra dello Scorpione" ha il 15% in più di probabilità di cavarsela in caso di catastrofe. XD

restodelmondo said...

Applausi.

Il marito commenta che anche lui ha letto "L'ombra dello scorpione" e concorda sulla tua analisi sulle vostre probabilità di sopravvivenza.

Rachel Barnacle said...

@ Gillipixel:
Ma sai, tu spesso te la prendi più con "il logorio della vita moderna" - per dirla alla Calindri - che con il progresso in sé. Il che è sensato.
La realtà è che la "vita moderna" offre molta più scelta di quanto sia mai accaduto in passato, e già solo questo secondo me è abbastanza per sentirsi grati.
Pensare che un mondo con meno scelta sia meglio, secondo me è abominevole.
Non è passato poi tanto tempo da quando se nascevi contadino, morivi contadino e i tuoi figli sarebbero stati contadini, che piacesse loro o meno.

Ad esempio, in passato non ti sarebbe stato permesso di mandare bacini austro-ungarici...hey, wait a minute here...XD

Laura said...

non posso credere che dopo vent'anni ho capito (anzi mi hai spiegato) il vero senso del titolo del film con River Phoenix e quell'altro. Io l'avrei tradotto con una cosa tipo: "Froci sì ma con un Idaho che levati". Sarebbe stato comunque meglio di "Belli e dannati". Certo è che per anni mi sono chiesta che sensazione poteva dare possedere un private Idaho e ora che so la verità mi sento un po' triste.

Rachel Barnacle said...

@ Baron Litron:
Ho scoperto "Il giorno dei Trifidi" piuttosto in ritardo, per colpa del film. Nonostante in molti m'avessero garantito che si trattava proprio di tutto un altro paio di maniche.
Beh, avevano ragione.
E' piuttosto indicativo che negli anni '50 una regressione alla vita rurale fosse vista come una cosa da scampare ad ogni costo: non avevano dimenticato di come fosse vivere in quel modo.

@ ed*:
E' quel "Planet Terror" della serie "Grindhouse"?
Se è lui, sappi che l'ho opportunamente evitato. LOL
Ai tempi di "From dusk till dawn", Rodriguez era già quasi fuori tempo massimo per il filone "affettuoso tributo/rivalutazione/presa in giro" di un qualsiasi genere cinematografico.
Si sta parlando del '96 e la moda era cominciata nei primissimi anni '90.
Ritrovarlo quindici anni dopo a fare lo stesso tipo di film (ha mai smesso?) fa sorgere seri dubbi sul fatto che quell'uomo abbia in effetti qualcosa di originale da dire.

Yossarian said...

Rumore di porta che si apre:

"TETTE!"


Rumore di porta che si chiude.

Rachel Barnacle said...

@ Minnanon:
Tanto vero.
Coltivare la terra è un lavoraccio che scansati.
Solo raccogliere i prodotti della terra è massacrante, non parliamo neanche dello zappare e seminare.
Magari sarò io ad essere particolarmente delicatina (ma mica tanto, poi), ma già fare i lavori stagionali al giardino tipo rastrellare via le foglie, estirpare le erbacce, potare e concimare mi riduce a forma di boomerang per tre giorni.
C'hai presente che forma ha un boomerang? Se mi poggi per terra in equilibrio sull'osso sacro, dondolo.

@ Attila:
Parli dell'originale degli anni settanta, o del remake che han fatto da poco?
Comunque mi garbano tutti e due. XD

@ Primo Capo:
Ecco un altro film di cui non conoscevo l'esistenza. Buono a sapersi!
Lo recupererò quanto prima, grazie della dritta!

@ Palmiro:
E cavolo, adesso mi hai incuriosita.

Rachel Barnacle said...

@ Yossarian:
Rumore di porta che si chiude a chiave.

Gillipixel said...

@->Rachel: dici benissimo, RB: ad esempio, con la mia asocialità e provenendo pure io sostanzialmente da avi rurali, senza la modernità sarei probabilmente rimasto tutta la vita in un capanno e l'espressione mia più intelligente sarebbe stata: "Uh?" :-)
Ecco una cosa per la quale sono molto grato alla modernità: posso essere asociale, ma con eleganza :-)

@->Yoss: sei un genio :-D

ed* said...

@rachel
esatto, è quello.
ti consiglio di abbandonare i tuoi preconcetti perchè io, un film così stupido con un numero tale di idiozie, non credo di averlo mai visto. e a mio giudizio un elevato tasso idiozia è sinonimo di genio.

per farti capire il livello, c'è gente che gira con barattoli di vetro pieni di testicoli recisi agli avversari per il mero piacere della collezione.
e poi c'è bruce willis, che cazzo. e il sesso con menomati.
è un filmone.

Anonymous said...

yoss, sei un magnifico suino!
primo capo

Rachel Barnacle said...

@ restodelmondo:
Senti, è un fatto. "L'ombra dello Scorpione" ti prepara al peggio. XD
(Ho scoperto solo recentemente quanto mal tradotto sia, ad ogni modo. Anche se la scelta del titolo italiano avrebbe dovuto farmi sorgere qualche dubbio da subito).

@ Laura:
ROTFL! Devo ammettere che quando uscì anch'io non compresi il senso del titolo originale. Ma mai, mai mi è venuto in mente di intendere "private", come beh...sì, cazzo c'hai ragione! LMAO!
Conoscendo Van Sant, secondo me c'ha anche fatto apposta a creare il doppio senso.
"Quel gran pezzo di Idaho che tengo nelle mutande". XD

@ Gillipixel:
Questa è un'altra cosa da considerare, tra l'altro. Magari instintivamente potrebbe venir pensato che una catastrofe planetaria che decima la popolazione risulterebbe più pesante da digerire per le persone socievoli, piuttosto che per quelli che amano starsene per i fatti loro, tipo noi due.
E invece no, perché isolarsi è un accidenti di lusso che solo recentemente ci si può permettere.
Se fossimo abbastanza fortunati da scampare al contagio assassino, ci toccherebbe per forza far comunella con gli altri sopravvissuti, altrimenti faremmo una brutta fine.
Il mio umore ne risentirebbe parecchio, temo.

@ ed*:
Mmmh...no, non mi hai convinta. LOL

Tra parentesi, l'altra sera ho poi visto "The road", consigliato da Marco, e ho passato una notte agitata. Sul serio. Non mi ricordo più di preciso cosa io abbia sognato, ma era grigio e faceva paura, quindi credo che c'entri più il film che il risotto al gorgonzola che avevo fatto per cena.
Film meraviglioso, ma angosciante come pochi.

Anonymous said...

Primo commento che lascio qua, che dire... il post merita 93 minuti di applausi! Sono anch'io un fissato di cinema e letteratura post-apocalittica, ma il docudrama in questione me lo sono perso al passaggio in TV e a qquesto punto mi e' anche passata la voglia di recuperarlo...

Alla sacrosanta critica al neo-eco-pauperismo new age (che trovo ancora piu' detestabile dell'oscurantismo dei talebani) vorrei aggiungere una considerazione. A me ha sempre fatto ridere l'idea semplicistica secondo cui, se il 99% del genere umano scomparisse in tempi brevi, la terra tornerebbe seduta stante ad essere un giardino incantato pre-industriale in cui i sopravvissuti potrebbero dedicarsi alla dura ma serena vita agreste, fra fiori, orsetti e coniglietti. Cazzate, la verita' e' che per come stanno ora le cose, a Gaia conviene assai tenerci ben stretti e in buona salute - perche' l'alternativa sarebbero centyrali nucleari, petrolchimici, raffinerie, fabbriche di coloranti etc abbandonati senza manutenzione (10 100 1000 Seveso/Bhopal/Chernobyl), impianti di trivellazione lasciati a bruciare o spandere petrolio potenzialmente per anni, centinaia di milioni di automobili lasciate a percolare olio, acido e refrigerante, metropoli piene di plastica in cui non ci sarebbe piu' nessuno ad arginare un eventuale incendio su larga scala... tanto per dire, se in un ipotetico post-pandemia Londra iniziasse a bruciare in grande stile, finirebbero nell'atmosfera abbastanza inquinanti da rendere inabitabile per anni tutto il sudest dell'Inghilterra... altro che ritorno all'Arcadia.

Per chiudere, visto che tutti danno consigli cinematograficoletterari, ci metto il mio: The Genocides, di Thomas M. Disch, AD 1965. Vecchio romanzo di SF apocalittica in cui l'intero pianeta Terra viene trasformato nell'equivalente alieno di una piantagione di barbabietole, e agli umani non resta che fare la parte dei grillotalpa. Notevole anche perche' - a differenza di quasi tutta la letteratura del filone - questo finisce malissimo e lascia con un senso d'angoscia micidiale. Lettura perfetta per un inverno londinese :D

Grazie dell'ospitalita', un saluto

Andrea

Anonymous said...

e bravo andrea.
ecco qualcosa a cui non avevo pensato... la civilità dell'uomo, senza l'uomo, è MOOOLTO inquinante!
bisogna dirlo ai balenghi passatisti...
primo capo

baron litron said...

visto da poco "Soylent Green" con Charlton Heston, direi di metà anni '70..... bello, e con un futuro inquietante che all'epoca era attribuito all'eccessivo inquinamento, mentre oggi potrebbe essere il risultato dell'applicazione di certe ideologie verdi......

Anonymous said...

Perfettamente d'accordo con Miss Barnacle sul discorso del pauperismo e delle società agricole che sono quanto di più lontano dall'immagine radical chic e new age.

Tra l'altro perchè poi un'umanità post catastrofe dovrebbe diventare automaticamente più mite, tantopiù in condizioni di penuria materiale e di stravolgimento immediato di ogni forma di ordine sociale?

Sul film non saprei, non sono un esperto.

Saluti. De Scalzi.

Anonymous said...

1)Un virus che stermini il 75% della popolazione mondiale e lasci campare la fottuta famiglia media americana sarebbe la dimostrazione definitiva che dio esiste ed è uno stronzo.

2)Aspetto il giorno in cui gli autori di disaster muvi ammerigani leggeranno L'Eternauta e decideranno di darsi all'ippica.

3)Il peggio concetto della niu eig ecologista è che l'agricoltura sia un ritorno ad un romantico passato di semplicità. Questo perchè l'agricoltura oltre che un lavoro dannatamente faticoso è una fottura scienza. E' una conquista tecnologica, e la base di oltre ultriore progresso.

4)sappiate che per intanto mi sono già affrancato dall'uso della carta igienica (devvero! è possibile!). il prossimo passo in previsione dell'olocausto è imparare ad intagliare un lanciamissili stinger funzionante dal tronco di un albero. tenetevi lontani dalla mia caverna.

LateThink said...

@Anonimo

mi sono già affrancato dall'uso della carta igienica

Nooo... sei riuscito a capire come funzionano le tre conchette che usa Lenina Uxley nel film Demolition Man? Figooo...

imparare ad intagliare un lanciamissili stinger funzionante dal tronco di un albero

Significa che credi di doverti difendere da qualcuno che sia riuscito ad intagliare un aereo strike o un elicottero da assalto?

:-)

@Rachel

Scusa il ritardo. Il tuo post l'ho letto e apprezzato appena uscito ma in questo periodo sono un "po' ciapat".

Comunque, per quanto possa valere il mio giudizio, grande post.

Per quanto mi riguarda oramai ho smesso di discutere con i "progressisti col segno meno davanti" in quanto le mie argomentazioni, strettamente scientifiche data la mia estrazione culturale, incontravano un muro di gomma legato non tanto all'ignoranza (certe cose possono essere confutate semplicemente mettendo in gioco due numeri e un po' di aritmetica) quanto all'incapacità di accettare l'evidenza e cambiare una propria opinione.

Del resto ne sa qualcosa Yoss a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi che ha subito di recente da parte di questo tipo di persone solo per aver presentato una visione dei fatti diversa da quella che appartiene e plasma gli appartenenti al "mondo di Galatea".

Mi viene in mente il mio bisnonno per il quale una conquista della modernità era avere finalmente strade liscie, asfaltate e senza le buche: cosa direbbe di noi che, su queste strade, mettiamo dei dossi artificiali per far sobbalzare i veicoli e farli rallentare? Che siamo scemi! E avrebbe ragione.

kwartz said...

Ma onestamente, Rachel e Yoss, perchè fate propaganda a ste esimie minchiate? Dove li andate a pescare? Ovvio poi che la gente si senta assediata dagli ecosbroccotronici un giorno si l'altro pure, me compreso, ma cazzo dal vivo ne conosco ben pochi! Cioè a darsi arie così, manco l'avesimo fatta noi la civiltà in cui viviamo, son capaci tutti :P

E cmq no, gli ingegneri nucleari se non hanno tutto un sistema alle spalle, tecnologie e fornitori di tipi svariati, non è che se ne vanno in cantina a costruirsi la centralina fai da te stile McGyver :D

erica said...

concordo pienamente con tutto quello che dici a proposito degli imbecilli che idealizzano bucolici ritorni ad Arcadia.Ma loro pensano all'esodo di milioni di persone che , da paesi in via di sviluppo , migrano dai nativi villaggi verso centri urbani od altre nazioni, per cercare tregua da carestie ed epidemie ?
Io pero'costoro ( gli stronzetti in tweed ) me li vedo vestiti con costosi 'outerwear' tipo 'North Face ' o 'archepteryx'col breviario del dalai lama nei taschini, sorseggiando tea rigorosamente organico...(Hei,sembra il quadro perfetto del 99% della fauna vancouverita !)
Hey sai che Corey ha 'conosciuto' il vecchio Nick?O meglio ,aveva conosciuto la sua agente in qualche reahb (hem) e questa un giorno gli chiese di prelevare alcuni effetti personali da casa del vecio Nick ( non ricordo se era Toronto o bay area , uno dei due) prima di un'altro check-in (altra rehab, per lei)
'E tu chi cazzo sei?' - chiese a Corky sulla porta ...ecco , in un certo qual modo puo' dire di averlo conosciuto , ti pare?

Belgico said...

Ciao Rachel

ho scritto a Yoss qualche volta - veniamo dalla stessa ridente città...
apocalisse e dintorni sono sempre state le mie favorite :

I sopravvissuti / Survivors (serie BBC anni '70)
eternauta fumetti argentini anni '70
Il libro il mondo senza di noi di Wiessman
La strada di McCormack
passando per Mad Max etc...
c'é qualcosa di morboso in tutto cio ? O é solo la voglia di cominciare da zero ?
Chiunque faccia un po' di attività all'aria aperta con qualsiasi tempo sa cosa vorrebe dire ritornare ad un'economia agricola....
Ciao

Rachel Barnacle said...

Mi scuso umilmente per non aver risposto prima agli ultimi commentatori, ma l'altro giorno ho acquistato Civilization V e voi capite, nella scala delle mie priorità il blog è finito giusto sopra "insegnare a Yossarian ad usare la lavatrice".
Una postazione piuttosto bassa, dunque.

@ Andrea: La tua è un osservazione molto intelligente che nessuno ha pensato di menzionare prima. Naturalmente hai ragione: in caso di decimazione della popolazione, il rischio di un disastro ecologico sarebbe altamente probabile.
Ho un'amica in Scozia, e suo marito lavora nel complesso industriale più grande del Regno Unito. Mi ha confidato che se qualcosa di piuttosto grave dovesse succedere da quelle parti, mezza Inghilterra salterebbe per aria. Simple as that.
Mi domando quanto tempo passerebbe prima che qualcosa di "piuttosto grave" accada in quel complesso industriale, in caso di pandemia killer.
Memurandum: In caso di pandemia killer, attraversare la Manica immediatamente. Anche a nuoto, se si è alle strette.

Grazie per l'imbeccata di "The Genocides". Recupererò quanto prima.

De Scalzi:
Tra l'altro perchè poi un'umanità post catastrofe dovrebbe diventare automaticamente più mite, tantopiù in condizioni di penuria materiale e di stravolgimento immediato di ogni forma di ordine sociale?

Esatto.
Aldilà del bollare come idiota questa teoria sociologica, non credo però che ci sia molto da domandarsi come mai sia stata formulata nel "docudrama": è evidente che - date le conclusioni a cui hanno parato - questi signori siano convinti che molti dei mali che affliggono la società odierna siano di stampo tecnologico.
Quindi una volta accantonata la tecnologia, per forza di cose gli esseri umani verrebbero spurgati dalla malvagità (Ha! Ha!).
Non è un discorso molto diverso da quello che attribuisce la colpa a fumetti/film/letteratura horror per certi atteggiamenti antisociali umani.

@ Anonymous:
D'accordo con te su tutti i punti, ma adesso voglio sapere come ti sei affrancato dalla carta igienica.
Verranno accettate anche risposte turpi (non credo ve ne saranno di altro tipo, temo).

Rachel Barnacle said...

@ LateThink:
E' chiaro che tu stia parlando di apertura mentale, qui, e naturalmente sono d'accordo con te. Tentare di discutere con persone ottuse è una perdita enorme di tempo.
Non lo faccio mai, non solo per l'inutilità dell'operazione in sé, quanto per l'aggressività che inevitabilmente trasuda dal loro argomentare. Mi rendo conto che ognuno di noi possiede un bel gruppetto di vacche sacre nel cervello che non siamo disposti a mettere in discussione, ma nel loro caso si parla di mandrie nutritissime che pascolano in quasi ogni possibile campo di conversazione.
E non potrebbe essere altrimenti, considerato che il grosso di questo processo è mirato a generare una sensazione diffusa di sicurezza e "ordine" mentale.

@ Kwartz:
Non son sicura di aver colto con precisione il senso del tuo commento, devo ammetterlo. Quindi ti prego di scusarmi se la mia risposta potrebbe rientrare nella categoria "fischi per fiaschi".

Prima di tutto, discutere di un argomento non è sinonimo di propagandare un argomento.
Può capitare che un discorso finisca per risultare propagandistico, quando l'argomento di discussione viene lodato e appoggiato con entusiasmo. Ma non vedo come possa succedere quando l'argomento di discussione viene criticato (e con un certo impeto).
Dunque credo che tu abbia scritto "fare propaganda" quando in realtà intendevi dire "diffondere", il che dovrai ammettere, non è proprio la stessa cosa.
Sul perché io mi sia presa la briga di diffondere "ste esimie minchiate" - usando parole tue - è presto detto: non le ritengo minchiate.
Hanno smesso di esserlo, da quando non è più necessario "andarle a pescare" - come dici tu - bensì ti vengono servite in prima serata su un canale popolare in U.K., o quando ti arrivano a casa sotto forma di brochure della British Gas.
Quando insomma, la fonte è autorevole: non i discorsi sbiellati degli eco-rimba (che non fanno parte neppure del mio cerchio di amicizie, ma questo non significa che siano pochi o sparuti, significa solo che io li evito), ma di elementi socialmente stimati e con credibilità mediatica - professori universitari, ricercatori, scienziati.
Un conto è se un minchione abbraccialberi mi ferma per strada e mi accusa di essere una cattiva cittadina perché tiro lo sciacquone ogni volta che piscio. Un altro è se a dirmelo è il principale fornitore d'energia nazionale.
O l'ex-sindaco di una metropoli, per quel che vale.

Sul fatto di darsi arie, ti giuro non ho capito se ti riferivi a me, o a loro, ma di certo posso dirti che la civiltà in cui viviamo è nostra responsabilità. E sì, l'abbiamo fatta noi.
Non vedo proprio a chi altri dare la colpa, o i meriti, a seconda di come tu la veda.

Infine, non è questione di quanto un ingegnere nucleare impieghi a tornare al suo lavoro in seguito a un'epidemia devastante. Quanto l'escudere a priori che lo faccia - come nel caso del docu-dramma in questione.
E io non vedo motivazioni plausibili sul perché non dovrebbe.

@ Erica:
Ahimé, io non ho mai avuto la soddisfazione di conoscere il vecchio Nick. Ma l'ho visto così tante volte in concerto, che ormai si può serenamente parlare di stalking da parte mia.

@ Belgico:
Perdona, ma il fatto di provenire dalla stessa ridente città dello Yoss, già a me sembra una ragione plausibilissima per bramare l'apocalisse. XD
Voglio dire, ho avuto la sfortuna di nascere in un posto simile e non c'è giorno in cui io non speri ci esploda sopra un ordigno nucleare.