E si prese due dita negli occhi.
Nessuna statua a fungere da latrina per i piccioni, niente fama, soldi e gnocca a badilate, e tantomeno, il suo nome a un liceo o a una via.
Tutto quello che il tenente colonnello Stanislav Petrov ha ricevuto per aver impedito a questo ingrato pianeta di trasformarsi in un deserto radioattivo, sono stati mille pidocchiosissimi dollari dalla World Citizens: una associazione che si batte per il disarmo nucleare.
Non che a Petrov, questo faccia una gran differenza. Non e' infatti il tipo del frignone che si lamenta di torti subiti, veri o presunti, e neppure un millantatore. Oggi, vive della sua modesta pensione militare in un appartamentino di Fryazino, non lontano dalla periferia orientale di Mosca, e sarebbe restato nell'anonimato se non fosse stato citato nelle memorie del suo diretto superiore, generale Yury Votintsev, ex alto ufficiale dell'Armata Rossa (anzi, Eroe dell'Unione Sovietica e insignito della Medaglia dell'Ordine di Lenin).
Gia', perche' come il suo superiore, anche l'ex colonnello era ed e' rimasto un ufficiale dell'Armata Rossa, poco incline a manifestare le proprie emozioni, specie quando queste comportano sentimenti quali l'autocompiacimento verso un gesto, che Petrov continua con grande modestia a definire: «Nient'altro che il mio dovere».
E il suo "dovere", nel settembre del 1983, era quello per cui si era laureato a pieni voti in matematica e ingegneria, per il quale aveva frequentato la scuola ufficiali dell'Armata Rossa, e che la sera del 26 settembre lo vedeva, in qualita' di tenente colonnello della Voyska PVO (Protivo Vozdushnaya Oborona, l'aviazione dell'URSS), in uno dei posti nevralgici della difesa aerea del suo paese: il bunker Serpukhov-15 della catena di "early warning" satellitare sovietica, denominata OKO.
Petrov era infatti un "supergeek" dell'epoca, un ingegnere del software e operatore radar del nuovissimo e costosissimo "gioellino" dell'Armata Rossa: il sistema computerizzato di comando e controllo soprannominato Krokus, il cui scopo era la rilevazione di eventuali lanci di ICBM (Intecontinental Ballistic Missile, non c'e' bisogno di traduzione...) americani verso l'Unione Sovietica, che, se confermati, avrebbero scatenato la successiva rappresaglia nucleare russa, e la conseguente vaporizzazione del genere umano.
Insomma gentlemen, Stanislav Petrov era l'uomo giusto, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
E quella fu la nostra fortuna.
Nel settembre del 1983 la Guerra Fredda pareva molto vicina a trasformarsi in una palla di fuoco termonucleare: le relazioni fra i due blocchi, Nato e Patto di Varsavia, avevano toccato il minimo storico, e tre settimane prima degli eventi narrati, un aereo di linea sudcoreano (il volo 007, neanche a farlo apposta...) era stato abbattuto per errore dai caccia sovietici sopra le Isole Sakhalin, all'interno dello spazio areo russo, dove era finito a causa di un errore di navigazione, provocando la morte di 269 passeggeri.
Il dialogo fra USA e URSS era pressoche' inesistente, e un muro di sospetto e paranoia da entrambe le parti aveva innalzato l'allarme, ben oltre i livelli di guardia.
Il motivo - e saro' breve - di una simile tensione, sconosciuta dai tempi della crisi dei missili cubani dell'ottobre 1962, si puo' essenzialmente riassumere e individuare in due fattori determinanti: l'arrivo alla Casa Bianca di Ronald Reagan, e l'avanzato stato di sclerotizzazione del sistema sovietico.
Verso la fine degli anni 70, l'URSS sembrava sul punto di vincere la Guerra Fredda. Gli USA, dopo la terribile batosta del Vietnam e la grave crisi economica seguita all'embargo petrolifero del 1973, decretato dall'Opec, e innescato dalla terza guerra arabo-israeliana, erano in ritirata su tutti i fronti della gigantesca partita di Super-Risiko globale che li contrapponeva all'URSS, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Fra l'altro, nel 1979, gli Stati Uniti avevano anche perso un alleato chiave nel Medio Oriente, nella figura dello Scia' di Persia Reza Pahlevi, detronizzato dalla Rivoluzione Iraniana dell'Ayatollah Khomeini.
Quest'ultimo, aveva poi sfidato direttamente il "Grande Satana" americano permettendo agli studenti islamici dell'Universita' di Teheran, di prendere in ostaggio l'intero personale dell'ambasciata americana, dando cosi' vita a un estenuante e inconclusivo "tira e molla" fra l'allora presidente Jimmy Carter, e il Consiglio della Rivoluzione alla guida del paese mediorientale, culminato con il tentativo di liberazione degli ostaggi da parte delle forze speciali americane, naufragato miseramente in una tempesta di sabbia, in parte per sfiga, e in parte per una pessima pianificazione.
Il fatto che Jimmy Carter fosse essenzialmente una fighetta molla, non aiuto' comunque l'eventuale decisione di ricorrere all'intervento militare.
Va anche detto che se mai il Patto di Varsavia ebbe un'occasione per lanciare un'invasione convenzionale dell'Europa Occidentale, quella "finestra d'opportunita' " si apri' negli anni a cavallo fra il 1975 e il 1980, durante i quali l'US Army, attraverso' una profonda fase di riorganizzazione e rielaborazione delle dottrine strategiche e tattiche, che avevano contribuito in maniera significativa alla sconfitta in Vietnam.
Credetemi, in quei cinque anni di transizione, l'esercito americano era messo decisamente male, sia dal punto di vista del morale, sia per quanto riguardava la qualita' dell'equipaggiamento, sia nella capacita' di "proiettare forza".
Come se non bastasse, i sovietici erano consapevoli della debolezza dell'avversario, e fedeli alla dottrina marxista-leninista, continuavano con indefessa pazienza a eroderne la sfera d'influenza, certi che le "contraddizioni interne" del sistema capitalista lo stessero minando dall'interno.
Si trattava solo di attendere che il frutto maturo cadesse dall'albero, per raccoglierlo, tantopiu' che il PCUS e Patto di Varsavia non erano mai sembrati cosi' compatti e granitici, nonostante i fastidi provenienti dalla Polonia ad opera di un elettricista buzzurro di Danzica, e un Papa rompimaroni di Wadowice, appena asceso al soglio pontificio, che per hobby praticava il chilometro lanciato su piste "nere" con un'inclinazione di 60 gradi...
Nel primo caso, il fastidio si poteva risolvere con la "Soluzione Cingoli", che aveva funzionato egregiamente a Budapest nel 56 e a Praga nel 68; nel secondo, si poteva sempre fare una telefonata ai bulgari...
Insomma il "sistema sovietico", sembrava funzionare alla perfezione. Peccato che la "compattezza", fosse in realta' una "sclerotizzazione", della quale i gerontocrati del Cremlino, troppo impegnati a non morire di "raffreddori", non si erano avveduti.
L'arrivo di un pessimo attore alla Casa Bianca - che abbiamo rischiato di vedere al posto di Bogart in Casablanca - nel 1981, cambio' le carte in tavola.
Ronald Reagan, conscio della grave situazione in cui si trovavano gli Stati Uniti, decise di alzare la posta in gioco e passare al contrattacco.
Per far questo, oltre a lanciare una massiccia campagna di riarmo degli USA, Reagan decise di scardinare il sistema della "deterrenza", noto anche come MAD (Mutual Assured Destruction, Distruzione Reciproca Assicurata) in base al quale la capacita' di USA e URSS di distruggersi a vicenda con attacchi nucleari - in cui erano inclusi sia il "first strike", sia la "rappresaglia" - era la miglior garanzia di un equilibrio strategico che veniva cosi' a fondarsi su uno status quo che venne giustamente definito: "L'equilibrio del Terrore".
Ronald Reagan mise in atto il suo programma dando vita a una escalation retorica estremamente aggressiva: credo che tutti vi ricordiate del famigerato "Impero del Male", come venne definita dallo stesso Reagan, l'allora URSS.
Nel marzo 1983, alla retorica seguirono quelli che sembravano, e in alcuni casi, furono, fatti. Ronaldone comincio' a parlare della possibilita' di vincere una guerra nucleare, annuncio' un programma di difesa antimissilistica denominato 'Guerre Stellari" (un bluff colossale che il KGB in qualche modo fiuto', ma che le autocratiche mummie del Cremlino si bevvero tutto d'un fiato), e soprattutto rispondendo allo spiegamento in Europa da parte dei sovietici dei missili IRBM SS-20 (Intermediate Range Ballistic Missile, Missile Balistico a Raggio Intermedio), con una panoplia di missili MRBM (Medium Range Ballistic Missile, Missile Balistico a Medio Raggio) Pershing II e Tomahawk.
I famosi "Euromissili".
Me li ricordo ancora i pacifisti di sinistra a Comiso: «Americani brutti e cattivi che vogliono la guerra nucleare! I comunisti sovietici puntano i missili sugli altri, perche' in fondo vogliono la pace e vengono provocati dagli USA. Dovranno pur difendersi!»
Peccato fossero stati proprio i sovietici a iniziare lo schieramento unilaterale degli gli SS-20 nel 1977, molto tempo prima delle deliranti minacce di Reagan.
Ma non divaghiamo su una delle innumerevoli cazzate della sinistra italiana...quello delle cazzate della sinistra italiana e' infatti un "work in progress" che assume trascendentali aspetti filosofici.
Anzi, pare che alcuni eminenti matematici del MIT, stiano elaborando nuove ardite teorie sull'infinito, partendo da diversi studi comparati sulla peculiare relazione esistente fra sinistra italiana e cazzate.
Quel che c'interessa, e' infatti che il 26 settembre del 1983, poco dopo mezzanotte - anzi, "Short After Midnight", come il titolo di una bella serie di racconti di Ray Bradbury. Non vi piace Bradbury? Ne sono profondamente addolorato: tanto che non me ne potrebbe fregare di meno - nell'ambito di una atmosfera internazionale tesissima, e al limite dello "strappo nucleare", il tenente colonnello Stanislav Petrov si trovava vicino a un monitor del sistema radar di allarme precoce sovietico, con una tazza di orrendo caffe' nero, immerso in una altrettanto orrenda e alienante pozza di luce verdastra proveniente dagli schermi accesi.
Blip, blip, blip, blip, blip...
Petrov si gira verso il monitor e inarca un sopracciglio.
Blip, blip, blip, blip, blip...
Petrov, solleva entrambe le sopracciglia e smette istantaneamente di pensare alle leviataniche tette di Sonia Raffimov, la segretaria del generale Votintsev, eletta a furor di battaglione "Miss Early Warning 1982", durante l'ultimo catastrofico party per il 1 maggio, a base di vodka e caviale.
Nello spazio di una frazione di secondo, una serie di pulsanti sul quadro di controllo inizia a lampeggiare freneticamente, seguito da un lacerante segnale acustico d'allarme.
I dati, e i cinque puntini rossi sullo schermo parlano chiaro: stando alle informazioni del satellite, gli "amerikanski" hanno appena lanciato cinque missili intercontinentali Minuteman muniti di una testata nucleare W78 da 350 kilotoni ciascuna.
Roba che fa male. E parecchio.
«Per 15 secondi -spiego' Petrov - io e i miei commilitoni rimanemmo paralizzati dallo shock»
Alla fine di quei 15 secondi, Petrov doveva prendere una decisione, che consisteva nell'analizzare e valutare la minaccia, e decidere se si trattava di un lancio reale o di un malfunzionamento del sistema.
Nel caso avesse optato per la minaccia reale, avrebbe dovuto passare la sua valutazione allo staff dei suoi superiori, che dopo aver esaminato nuovamente i dati inviati da Petrov, avrebbero dovuto informare direttamente l'allora leader dell'Unione Sovietica, Yuri Andropov, al quale spettava la facolta' di ordinare un massiccio contrattacco termonucleare.
Va osservato che le due valutazioni, di Petrov e dei suoi superiori, erano essenziali per l'esecuzione dell'ordine da parte di Andropov, poiche' all'epoca, la famosa "valigetta nera della fine del mondo", ossia il "telecomando" con cui i leader di USA e URSS potevano (e possono) sferrare un attacco nucleare dal salotto di casa, era, nel caso dell'Unione Sovietica, ancora in via di sviluppo.
La prima "valigetta nucleare" sovietica con i codici di lancio, denominata Cheget, e collegata allo speciale sistema di comunicazioni soprannominato Kavkaz (Caucaso), fu consegnata a Mikhail Gorbaciov nel 1985.
A peggiorare le cose, c'era inoltre il fatto che la prima importante valutazione della minaccia che spettava a Petrov, andava eseguita nel giro di cinque-sei minuti al massimo, dal momento che un ICBM impiega circa 30 minuti per arrivare sul bersaglio.
Per ordinare un contrattacco, e contando il tempo necessario a diramare l'ordine ai silos sotterranei e alle rampe mobili, occorrevano almeno altri sei-sette minuti.
Oltrepassato un certo limite di tempo, e considerato che i radar di terra sovietici erano incapaci di rilevare il lancio di missili al di la' dell'orizzonte terrestre, se di massiccio attacco americano si fosse trattato, la maggior parte dei centri di comando e controllo sovietico, le maggiori citta', i centri industriali, e i silos degli ICBM, sarebbero stati ridotti a polvere radioattiva, annullando la capacita' di "counterstrike" dell'URSS.
Per farla breve gentlemen, per Petrov erano cazzi veramente acidi. O salvava il mondo, o distruggeva il suo paese.
Petrov doveva quindi prendere una decisione rapida, con pochissimi elementi a sua disposizione che facessero pensare a un falso allarme.
Come lui stesso ebbe a dichiarare, la valanga di stress che gli piombo' addosso fu colossale (pare se la sogni ancora oggi), e come se non bastasse, mentre cercava di ragionare con freddezza, un pirla agitatissimo e prossimo a una crisi di nervi, gli urlava a squarciagola nel telefono di «rimanere calmo e fare il suo lavoro».
Il tutto, condito da luci lampeggianti, e, immagino, la versione russa della voce sexy del computer dell'astronave Nostromo di Alien, che ripete meccanicamente: «Mancano dieci secondi all'autodistruzione: dieci, nove, otto...»
«Avevo una strana sensazione - racconto' Petrov - qualcosa nello stomaco, mi diceva che si trattava di un falso allarme».
Una volta avviato il suo "Google mentale", Petrov raccoglie e analizza a una velocita' stupefacente (parliamo di un paio di minuti gentlemen, mica pizza e fichi) gli scarsi dati in suo possesso e arriva alle seguenti conclusioni:
A) Gli era stato detto molte volte, che un "primo colpo" missilistico americano, sarebbe stato massiccio, e avrebbe comportato il lancio simultaneo di centinaia di testate e non solo cinque, come diceva il satellite.
«Cinque missili mi sembravano davvero pochi per un attacco destinato ad annientare l'URSS...» disse Petrov.
B) Petrov controllo' i radar di terra sovietici che sondavano l'orizzonte terrestre alla ricerca di missili, ma non vide nulla che confermasse un lancio, ergo, dal momento che a quel punto i missili sarebbero dovuti essere ben oltre l'orizzonte, e che i radar di terra erano sotto il comando di una differente unita', se di attacco si fosse trattato, quegli stracazzo di missili sarebbero dovuti essere visibili a tutto il sistema di difesa aerea russo.
C) Il sistema computerizzato collegato al network satellitare, era nuovo di pacca, e aveva gia' dato qualche problema.
«Nonostante tutto - aggiunse Petrov - non ero ancora sicuro, e francamente, decisi di correre un rischio».
E cosi', dopo, imagino, aver ingiunto al fesso al telefono di tapparsi quel cesso di bocca, il tenente colonnello Stanislav Petrov comunico' ai suoi superiori che si trattava di un malfunzionamento del satellite.
E aveva ragione, poiche' la causa del falso allarme, come fu accertato in seguito, era un singolare fenomeno di rifrazione della luce solare su nuvole ad altissima quota, che il sistema, e il software di rilevamento del sistema satellitare, avevano interpretato come cinque missili Minuteman in volo verso l'Unione Sovietica.
Bene: tutto bene cio' che finisce bene? Happy Ending per Petrov con annesso fine settimana in compagnia delle telluriche zizze di Sonia Raffimov in una dacia messa gentilemente a disposizione della coppia, dal Segretario Generale del PCUS, Yuri Andropov?
Assolutamente no.
Quel che accadde dopo e infatti degno di "Comma 22", e ricorda da vicino quello che nel libro di Joseph Heller accade a Yossarian: quello vero, quello del libro.
In sostanza, dopo aver ricevuto entusiastiche lodi iniziali da parte dei superiori, questi ultimi si resero conto che se Petrov avesse ricevuto una ricompensa o una promozione, l'intera faccenda, se resa pubblica, avrebbe assunto gli inquietanti contorni di una implicita ammissione del fallimento del piu' avanzato sistema di "Allarme Precoce" missilistico dell'Unione Sovietica.
E il "Socialismo Reale" non prevede fallimenti o errori sistemici, perche' e' nella natura del sistema stesso, l'essere esente da errori.
Il Socialismo Reale non contempla figure da peracottari. Per quelle, c'era e c'e' tuttora, la sinistra italiana.
Cosi', alla fine, Petrov non venne ne' punito, ne' ricompensato, ma messo lentamente da parte con cortese freddezza, da un apparato militare che lo vedeva come un "occhio pesto" da dimenticare in fretta.
Negli anni successivi, la storia venne dimenticata e a partire dal 1989, i governanti dell'ex Unione Sovietica e poi della CSI ebbero altre, e ben piu' gravi gatte da pelare.
Nel 2006, in occasione della consegna del premio da parte della World Citizen , alcuni esponenti del governo russo si dichiararono scettici sull'importanza del suo ruolo nella vicenda spiegando, con qualche ragione, che « All'epoca della Guerra Fredda, in nessuna circostanza, sia in URSS, sia in USA, la decisione di utilizzare armi nucleari, sarebbe stata presa sulla base di una singola fonte. Esisteva una precisa procedura, basata sulla conferma ricevuta da satelliti, sistemi radar di terra e fonti di intelligence»
Altri eminenti studiosi e analisti militari della Guerra Fredda, fra quali l'ex capo del servizio di controspionaggio del KGB Oleg D Kalugin, fanno, a mio avviso, giustamente notare che le relazioni fra i due blocchi si erano deteriorate a un punto tale, insieme alla crescente paranoia dell'attacco a sorpresa, che una reazione di "pancia" da parte dei sospettosi leader sovietici, o della altrettanto malfidente amministrazione Reagan, sarebbe stata una eventualita' assai probabile, nel caso di un rapporto positivo d'identificazione da parte dei militari, di una minaccia nucleare.
E in effetti negli anni 70, per aggirare il complesso sistema di codici e doppi controlli, necessari al lancio di un missile Minuteman, ed essere cosi' in grado di reagire fulmineamente a un eventuale attacco sovietico, il codice segreto di 8 numeri da inserire nel computer - l'equivalente della sicura di una pistola - venne lasciato dal Norad (North American Aerospace Defense Command, Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America) costantemente su 00000000.
Voglio, dire, schiacci il bottone e via: Apocalypse Now, senza le rotture di coglioni di dover chiedere autorizzazioni, e inserire codici.
Da parte sovietica, a dimostrazione del clima di terrificante paranoia che regnava all'epoca, appena due mesi dopo i fatti che coinvolsero Petrov, la Nato lancio' un'esercitazione denominata Able Archer, che prevedeva la partecipazione di alcuni capi di stato dell'Europa Occidentale, per testare la coordinazione Nato ad altissimi livelli, nel caso di una invasione sovietica.
Quando il KGB comincio' a intercettare un volume inusuale di messaggi criptati che seguivano procedure mai utilizzate prima, destinati alla Thatcher ed Helmut Kohl, e fra USA e UK, , il Cremlino comincio' a preoccuparsi, e infine sclero', quando la Nato, sempre nell'ambito della simulazione bellica, passo' da Defcon 5 a Defcon 1, dove quest'ultima significa guerra.
Le forze nucleari strategiche russe vennero messe in stato di massima allerta, secondo quanto previsto dal protocollo dell'Operazione Ryan (acronimo russo per "Attacco Missilistico Nucleare), concepita da Andropov per contrastare il temutissimo "first strike" della Nato, e fu grazie al rapporto di un agente britannico, che la Nato e Ronald Reagan si accorsero di essere andati un po' troppo in la' con i wargames, e si affrettarono a darsi una regolata, annullando l'esercitazione.
Sempre secondo gli storici della Guerra Fredda, quello, insieme alla vicenda Petrov, fu il momento in cui si ando' piu' vicini alla "mezzanotte nucleare" dopo la famigerata Crisi di Cuba nel 1962.
E comunque, un fine settimana con le protoniche poppe di Sonia Raffimov, al buon Stanislav Petrov, glielo potevano anche concedere.
Se lo era guadagnato.
Ecchecazzo.

«Mille pidocchiosissimi dollari per aver salvato la baracca. Addaveni' baffone....»