Tuesday, 30 November 2010

L'ultima zingarata


Caro Maestro, il Corriere della Serva dice che lei non ha lasciato alcun biglietto a spiegazione del suo gesto, ma a me non la conta giusta: io so che lei un biglietto d'addio lo ha lasciato e che su questo c'era scritto:

"Cari amici, vi lascio queste poche righe perche' ho perso il contatto col tarapia tapioca. Anche per il direttore la supercazzola con scappellamento. Professore, non le dico:  come se fosse antani, come trazione per due, o supercazzola bitumata: ha lo scappellamento a destra."







"...et bianche femmine dalle grandi poppe!"




"...eh no. Mi te disi propri un bel nient. Facia de merda!"

Monday, 29 November 2010

History in the Making


Nell'aprire la settimana, vi segnalo due bei post sull'ennesima porcata di quel dannoso e corrotto organismo che risponde al nome di Nazioni Unite: li hanno scritti Tupaia e In minoranza.

In secundis una veloce considerazione sui documenti di Wikileaks: fantastici. Finalmente materiale per gli storici che altrimenti avrebbero dovuto attendere le calende greche per l'apertura degli archivi USA. Una occasione ghiotta per capire la politica estera americana degli ultimi 15 anni.

Eccovi il link al Guardian dove potrete trovare anche diverse cosette interessanti da scaricare sui quei dati.

Infine una breve considerazione personale sulla vicenda: ancora una volta abbiamo la prova di come la stampa mainstream occidentale funzioni a uccello di canide e di come i giornalisti mainstream occidentali non siano nient'altro che scimmiette ammaestrate dai loro padroni di destra o di sinistra.

Quello che ha fatto Wikileaks e'  infatti un colpo pesante alla credibilita' dei media, perche' cio' che ha fatto Wikileaks e' esattamente quello che dovrebbero fare e che non fanno quei giornalisti e quegli organi di stampa che tritano continuamente gli zebedei al prossimo sull'importanza del loro ruolo di "contropotere" per vigilare sul "sistema" e sui politici.

In realta', vigilano esclusivamente sugli interessi dei loro committenti politici e sui propri stipendi.

A mio avviso, la stampa occidentale dovrebbe riflettere parecchio su quanto e' accaduto.

Wednesday, 24 November 2010

Il mio nome e' Nessuno


Cari sturmidranghi, vorrei cortesemente segnalarvi il Mullah Akhtar Muhammad Mansour, per le nomination dei Nerchianera Award 2011, categoria "zingarate", specialita' "miglior fake/troll del 2011".

Credo infatti che il succitato signore sia un vero e sopraffino maestro della zingarata e del trollaggio elevati ad arte.

L'unico problema e' che non credo il Mullah Akhtar Muhammad Mansour possa palesarsi per scrivere un post di ringraziamenti dal momento che e' attivamente ricercato  dalla Nato come nemico dell'Occidente, in virtu' della sua eminente posizione di comando nei talebani, e inoltre non e' nemmeno la persona giusta a cui consegnare l'ambitissimo Nerchianera.

Questo perche' il Mullah Akhtar Muhammad Mansour non e' lui: o meglio sembrava lui ma in realta' non sappiamo chi cazzo sia.

Ed e' anche probabile che ora se la stia spassando: con chi, come e dove non lo so, ma ho la strana impressione che esattamente come al vero Mullah Akhtar Muhammad Mansour, gli convenga volare molto basso: specie dalle parti della Nato e dei servizi segreti USA.

Qualche settimana fa, sui giornali prima americani e poi del resto del pianeta, comparve la sensazionale notizia secondo cui la pace in Afghanistan sembrava vicina, poiche' Nato, Stati Uniti e governo afgano stavano trattando una sorta di armistizio con un "pezzo grosso" della guerriglia integralista talebana: il Mullah Akhtar Muhammad Mansour.

Secondo la rivelazione, i colloqui fra i belligeranti erano ormai in corso da diversi mesi, e dopo estenuanti trattative un risultato concreto sembrava ormai a portata di mano.

Purtroppo, quando Nato, USA e afgani hanno teso la mano per raccogliere frutti di quel capolavoro diplomatico, si sono trovati a stringere un pugno di mosche.

Gia', perche' il tizio che sembrava il temutissimo comandante Akhtar Muhammad Mansour, secondo solo all'altrettanto temuto Mullah Omar e suo vice, era in realta' un impostore e si era discretamente tolto dai coglioni.

A proposito: ve lo ricordate il Mullah Omar vero? E' il capo orbo da un occhio dei talebani, che nell'inverno del 2001 sguscio' fra le maglie dell'impenetrabile cordone sanitario di forze speciali americane intorno alla citta' di Bagran, in sella a un vespino 50 smarmittato.

Secondo fonti non confermate, impennandosi sulla ruota posteriore tipo Holler Togni.

"Non era lui", ha dichiarato con malcelato imbarazzo un  funzionario della Nato al New York Times, riferendosi al falso Akhtar Muhammad Mansour: "E gli abbiamo anche dato badilate di quattrini", ha aggiunto con evidente costernazione.

Chi era allora? 

E io che cazzo ne so? Non lo sanno la Nato e i servizi segreti USA e dovrei saperlo io? 

Quel che si sa, e' che il nostro - chiamiamolo Abdul - ha ingannato abilmente tutti con consumata abilita' sturmodranghesca degna delle migliori zingarate.

E le vittime se la sono bevuta tutta, fino all'ultima goccia.

Anche lui, come noi, si e' presentato sul "blog della Nato" con uno stile e una dialettica impeccabili: il perfetto fake tutto "Corano e distintivo", del perfetto e cazzutissimo comandante talebano.

E si e' messo a disquisire e a trattare come se tutto lo stracazzo di Afghanistan fosse roba sua, con quei pirla di infedeli politically correct che si portano gli antropologi al fronte.

 Ah perche', non lo sapevate? Be' ora lo sapete.

Il falso mullah e' andato avanti per mesi senza che nessuno sospettasse nulla, probabilmente inventandosi nomi di altri comandanti e citando formazioni militari e numeri assolutamente inesistenti.

Esattamente come abbiamo fatto noi con il batrace neonazista padano, o con la palmipede maestrina veneta ossessionata dalle tette e dalla decadenza dei costumi, inventandoci personaggi, citazioni, docenti e testi accademici assolutamente fittizi.

Magari ci ha infilato dentro anche qualche versetto del Corano fabbricato a cazzo e ad hoc, con aria di compunta e fiera saggezza da guerriero pashtun, ad esclusivo beneficio dell'antropologo presente ai colloqui.

Me lo immagino proprio Abdul che a una domanda impegnativa di  un ufficiale Nato, sbotta con aria criptica: "Perche' sostengo questa tesi caro colonnello Smith? Perche' come dice il Profeta: 'Luna verde indiavolata, questa notte t'ho sognata' ".

E tutti che sgranano gli occhi e stringendo la bocca a culo di gallina eclamano "Oooooooooohhhhh. Quanta millenaria saggezza nelle tue parole, o irriducibile ma fiero nemico!"

L'antropologo a quel punto lancia un'occhiata in tralice ai compagni occidentali e fa un sorrisino di sufficienza come a dire: "Vedete, o sventurati e ignoranti oppressori imperialisti ignari della diversita' etnica e religiosa? Questa e' la purezza del Corano. Il nuovo afflato delle primavere coraniche. Questo e' uno tosto. Converra' dargli retta."

A un certo punto, secondo il New York Times, il finto talebano si e' messo addirittura a stabilire condizioni per la pace che i suoi interlocutori hanno trovato "sorprendentemente ragionevoli"...

E te credo: Abdul puntava ai dobloni: finche' lo pagavano lui poteva promettere anche di rinnegare l'Islam, trasformare i talebani in una squadra di football americano (The Chicago Talebans), sposarsi Ruby Rubacuori o diventare leader del PD. O tutte e quattro le cose insieme.

In ogni caso, cari sturmidranghi, la cosa che a mio avviso merita una peculiare considerazione di carattere psico-attitudinale, e' la reazione della Nato e dei servizi segreti americani quando si sono accorti di essere stati vittime di una zingarata bellico-diplomatica di dimensioni epiche.

Anche nel caso delle forze che vegliano sulla sicurezza dell'Occidente cogliamo infatti una singolare analogia con le reazioni di chi pensa di vegliare sulla "coscienza democratica del ueb duepuntozzero."

"Avevamo capito fin dall'inizio che c'era qualcosa che non andava" hanno mentito spudoratamente militari e diplomatici della Nato coinvolti nell'operazione, dopo essersi trangugiati come cavedani, mesi di balle al plutonio e aver cosi' completato un'altra pagina del loro cospicuo album delle figurine di merda in Afghanistan.

Esattamente come chi dopo 75 commenti lisergici e il blog ridotto a una latrina, sibila: "Umpf, ma io me n'ero accorta subito. Cosa credete? Sono stata al gioco."

Insomma, questa e' la storia di Abdul, alias Akhtar Muhammad Mansour, che ha trollato la Nato (rima!), di cui non conosciamo la vera identita' e nemmeno le motivazioni alla base della clamorosa zingarata.

Gli ammarragani hanno ammesso che forse non era nemmeno un'esca talebana - doppia figura di guano:  se fosse stata tale si sarebbe almeno potuto imputare la cosa a un nemico scaltro: in guerra queste cose capitano - mentre alcuni sostengono che fosse un doppiogiochista del potentissimo e sinistro ISI (Inter-Service Intelligence): i servizi segreti pakistani.

A me che sono genuinamente qualunquista e stasera anche disgustosamente sentimentale, ergo  dalla parte della gente comune, piace invece pensare che dietro il clamoroso pacco tirato alla Nato- ma anche ai talebani  se ci pensate - ci sia questa storia.

I quattro sono in piedi davanti a una colonna di nero fumo oleoso che si alza pigramente nel cielo color  "cappotto di Breznev" dell'inverno afgano.

Abdul, la moglie Fatima e i due figli piccoli Ahmed e Samina si tengono per mano e fissano in silenzio quella che era la loro casa, distrutta da un colpo di mortaio pesante di non si sa chi, durante uno scontro a fuoco fra talebani e truppe della Nato.

Sono li' da circa una decina di minuti e non parlano.

A un certo punto Abdul si gira verso la moglie e i figli e con voce calma ma ferma fa: "Ragazzi...errrr, ragazzi,  gradirei la vostra attenzione."

I tre si girano all'unisono e i bambini mormorano timorosi: "Si' babbo?"

"No, ragazzi, volevo dire, cioe', in effetti...stavo pensando, ora, seriamente: secondo voi quanto cazzo ce li avranno sfondati, gonfiati, scartavetrati e sabbiati quelle immani e cosmogoniche teste di cazzo di entrambe le parti? No, voglio dire e' cosi' perche' mi servirebbe una opinione. Una valutazione oggettiva e ragionata."

I tre si scambiano una rapida occhiata e dopo essersi rigirati con un sorrisone a 76 denti si mettono a saltellare freneticamente: "Babbo, bravo babbo! Ce li hanno fatti piatti come le bambole! Ce li hanno davvero fatti piatti come le bambole!"

Abdul sempre serissimo si rivolge alla moglie" "Fatima?"

Lei lo guarda un po' stranita: "Si'?"

"Fatima: ti piace Miami? Vorresti guidare un 4x4? Comprare uno struzzo in peltro alto due metri su e-bay? Avere una casa di 10 stanze con la piscina speciale per l'alligatore? O diventare antropologa?"

"Mah, Abdul, non saprei. Se mi piace Miami? Di che cosa sa? E' come il kebab?"

"Tu non ti preoccupare e lascia fare a me. Vero bambini?"

"Si', babbo si'! Come le bambole ce li hanno fatti, come le bambole!"

Thursday, 18 November 2010

Gli eroi di cartone


Mentre al di fuori della mia avgvsta casetta della suburbia afro-caraibica londinese ulula il mastino dei Baskerville (in realta' temo sia un disoccupato che esprime il suo apprezzamento su quella immane troiata pseudolibertaria/liberista della "Big Society" del governo conservatore di Cameron), i miei occhietti vispi e criptofascisti si posano con leggiadria da lepidottero qualunquista sulla voce "Endemol" di Wikipedia, dove leggo con curiosita' demagogica per saziare la mia ignoranza bruta e talpina:

"Endemol è una società produttrice di Format televisivi controllata da Mediaset, con sezioni logistiche in tutti i più grandi mercati televisivi europei, Italia compresa."

"Poffarbacco!" esclamo con malcelato fastidio: "L'insaziabile Moloch di Arcore ha allungato i suoi mafiosi tentacoli su tutta l'Europa terracquea!".

Dopodiche', scorro incuriosito l'elenco dei programmi italiani prodotti dalla societa' mediatica del Kraken brianzolo.

"Per mille tizzoni ardenti!" sbotto con reiterato fastidio reminiscente delle letture Texuilleriane della mia perduta gioventu': "Non ci posso credere!".

In fondo alla lista degli innominabili programmi televisivi prodotti dalla societa' dei Grandi Antichi per rimbesuire le masse, leggo infatti con immenso stupore:

"Vieni via con me".

La vista si annebbia, la mano trema, il mondo si sgretola improvvisamente in mille frammenti di un incubo postmoderno dove la realta' e' solamente un costrutto dialettico.

Penso fra me e me: "Non e' possibile. Sfida ogni logica. E' come se l'ente del turismo israeliano si facesse produrre un video promozionale da una societa' controllata da Hamas."

Poi improvvisamente, capisco:

Saviano ha perfettamente ragione: Berlusconi e il suo governo sono mafiosi.

Berlusconi e' complice dell'infiltrazione mafiosa non solo al nord ma in tutto il paese.

Saviano ha ragione: la mafia e' arrivata dappertutto.

Tanto da pagargli addirittura lo stipendio.


Da "Endemol News": "Boom di ascolti per 'vieni via con me'."


Johnny Fontane canta a "Vieni via con me" per il matrimonio di Ruby Rubacuori. Una puntata che Fazio e Saviano non potevano rifiutare.


Monday, 15 November 2010

Un paese di avanguardie


I futuristi escono dal governo suprematista per confluire nei minimalisti e non escludono la possibilita' un governo di unita' nazionale insieme ai surrealisti che nel frattempo hanno scelto un candidato dadaista per le elezioni comunali a Milano.

Il PD conferma il suo programma nel caso di un ritorno alle urne


Thursday, 11 November 2010

OLP stava per: "Occultare La Pecunia"


Sesto anniversario della morte di Arafat: la cerimonia commemorativa si terra' nella sede della Union Des Banques Suisses (UBS) a Zurigo. "Una grande perdita" ha commentato il presidente della UBS Kurt Villiger.


 Perche' passare alla storia non ha prezzo. Per tutto il resto c'e' Mastercard.


PS Il titolo del post e' del geniale  Late Think

Wednesday, 10 November 2010

Carita' pelosa


E cosi', pare che la BBC si sia scusata con Bob Stercof per aver erroneamente suggerito che i quattrini raccolti dal Live Aid del 1984-85 fossero finiti nelle mani dei ribelli del Tigre', all'epoca in lotta contro il "Terrore Rosso" del regime etiopico di Mengistu.

In effetti la BBC ha ragione e dobbiamo darle atto di aver fatto una doverosa rettifica: quei quattrini non furono intascati dai ribelli del Tigre'.

Nel 1984, Haile Mariam Mengistu era il capo indiscusso del partito marxista-leninista Derg: una giunta militare di stampo filosovietico che governava l'Etiopia con pugno di ferro dal 1974, anno in cui aveva deposto l'Imperatore Haile Selassie' I con un colpo di stato "benedetto" da Mosca.

Haile Mariam Mengistu era un dittatore serio e preparato: dopo essersi laureato brillantemente in "Pulizia Etnica" frequentando studi serali, era anche riuscito con grandi sacrifici a ottenere un dottorato in "Estirpazione delle Unghie".

Ora, nonostante l'indubbia serieta', preparazione e dedizione al lavoro, nel 1984 Haile Mariam Mangistu aveva un problema davvero serio: la guerriglia condotta con estrema efficacia dai ribelli dell'etnia Tigre' nel nord del paese al confine con l'odierna Eritrea, che all'epoca era ancora una provincia etiopica.

Mengistu, da bravo dittatore ed ex-guerrigliero marxista-leninista, sapeva benissimo che per togliersi dagli zebedei un movimento di insurrezione popolare in maniera definitiva, la conquista dei "cuori e delle menti" come la definiscono oggi quei fessi degli americani, non serve praticamente a una cippa: parafrasando il buon Mao Tze Tung, per eliminare il "pesce" della guerriglia bisogna prosciugare l'acqua in cui il pesce nuota: ossia la popolazione civile e il supporto che questa fornisce agli insorti.

Naturalmente per Mengistu il problema non era tanto l'eliminazione fisica di 4 milioni di persone: capirai, fosse stato solo per quello, il grattacapo sarebbe gia' stato un ricordo, bensi' due fattori: il primo di natura politica dal momento che non puoi sterminare bellamente 4 milioni di persone senza attirare l'attenzione dei media, di quei tritaminchia dell'ONU e dei governi occidentali e non. Senza contare che nemmeno i suoi mentori a Mosca nonostante si fosse in piena Guerra Fredda, avrebbero gradito un simile casino: URSS e USA all'epoca si contendevano il controllo del Corno d'Africa (la Somalia era governata da un regime socialista filoamericano che aveva rotto con Mosca) e siccome il Corno D'Africa e' un punto del globo di enorme importanza strategica per il controllo del Canale di Suez, il Cremlino voleva regimi stabili nella regione.

Ed era infatti sul fronte interno che l'annientamento di milioni di cittadini, molti dei quali di origine eritrea, sarebbe stato un azzardo pericoloso alla luce della onnipresente, ben armata e organizzata guerriglia indipendentista che dal 1961 allignava proprio in Eritrea. Sarebbe stato come gettare benzina sul fuoco, e i rischi di una sollevazione popolare difficile da controllare, troppo alti.

Il secondo fattore era invece di natura economica.

L'alternativa consisteva infatti nel prendere la popolazione e deportarla in massa con le cattive a sud dell'Etiopia dove avrebbe potuto inoltre fungere da manodopera schiavizzata per le fattorie collettive del regime, costruendo appositi villaggi, arando campi ed erigendo infrastrutture a costo zero.

Culi a buon mercato: come sempre l'unica costante che unisce le economie marxiste-leniniste e neoliberiste.

Ma per far questo il regime di Mengistu aveva bisogno di tanti quattrini: quattrini che Mosca non intendeva sborsare, e a peggiorare le cose nel Tigre', quell'anno, ci si mise pure la siccita' e la conseguente carestia.

Insomma: cazzi da cagare.

Finche' a Mengistu non venne un'ideona megagalattica che gli permise di prendere due piccioni con un idiota: ma un idiota "utile", come lo definirebbe Lenin, e soprattutto pieno di sani princìpi.

Ora, sulla genesi dell'ideona di Mengistu non ci sono documenti o testimonianze, ma a me piace pensare che le cose siano andate cosi':

Un giorno qualsiasi dell'autunno del 1984, Mengistu, oppresso da questo cupo dilemma, passeggiava pensosamente nel cortile della sede dei servizi segreti. Lo faceva spesso quando aveva bisogno di rilassarsi e riflettere, allietato dalle urla degli oppositori del regime che cola' venivano riempiti di mazzate.

Mentre ponderava sul suo triste fato, gli cadde l'occhio su un aguzzino che stava manganellando ferocemente un prigioniero.

"Cosi' impari a insultare il nostro leader!" inveiva il soldato e giu' legnate. "No per favore, non e' colpa mia" strillava il malcapitato, "Io non ho fatto niente e tengo famiglia!".

"Smettila di fare la vittima" incalzo' il soldato "Non servira' a migliorare la tua situazione!" e giu' un'altra scarica di legnate.

Qualcosa fece "click" nel cervello di Mengistu, intento a osservare distrattamente la scena.

"Vieni qui soldato" ordino' perentoriamente il dittatore: "e ripeti quello che hai detto. Subito!"

L'aguzzino atterrito, striscio' letteralmente fino ai piedi di Mengistu balbettando: "Nulla, nulla, o Grande Leader, Sua Santita', Gran Mogol, Ammiraglio e Luce delle Nostre Vite. Ho solo detto 'non fare la vittima'. Se ho sbagliato chiedo umilmente perdono, ma la prego non mi uccida: tengo famiglia!".

Mengistu sorrise come potrebbe sorridere una tigre dai denti a sciabola che ha appena scorto un cucciolo di mammuth malato e abbandonato dal branco e sibilo': "Non temere bastardo: mi hai appena fatto un enorme favore e ti promuovo colonnello seduta stante."

Poco tempo dopo, e qui torniamo alla realta', le truppe etiopiche penetrarono in forze nel Tigre' e con la scusa di condurre una vasta offensiva contro i ribelli cominciarono a bruciare villaggi, avvelenare pozzi, uccidere e stuprare.

Va da se' che a quel punto, la gia' difficile situazione della popolazione locale a causa della siccita', divento' insostenibile a causa della guerra, e fu in quel momento preciso, sull'orlo di una vera catastrofe umanitaria da milioni di morti, che Mengistu calo' magistralmente il suo poker d'assi: i suoi tirapiedi cominciarono a contattare i media occidentali ripetendo lo stesso mantra: "La siccita' sta causando una tragedia enorme. Abbiamo bisogno di aiuto per trasportare i profughi e organizzare campi d'accoglienza in zone sicure dove verranno sfamati e curati."

Fra coloro che abboccarono trangugiando "amo, lenza e galleggiante" come dicono gli inglesi, ci fu il reporter della BBC Michael Buerk che insieme al fido cameraman Mohammed Amin spiattello' le immagini strazianti di bambini negri del Tigre' ridotti a scheletri umani coperti di mosche, sui tavoli imbanditi delle famiglie occidentali intente a cenare davanti al telegiornale e che si preparavano alle opulente festivita' natalizie.

Alla luce dell'enorme risonanza che quelle immagini terrificanti stavano ottenendo in tutto il pianeta, la BBC rincaro' la dose e acconsenti' a mostrare filmati ancora piu' crudi per conto della Disaster Emergency Committee, una organizzazione britannica che riuniva diverse ONG tra le quali Oxfam, la Croce Rossa inglese e Save the Children.

E davanti a quella sorta di "Biafra Reloaded", la macchina del senso di colpa dell'Occidente - che con la fame e il regime etiopico non c'entrava un belino - e qulla dei soccorsi, si misero inesorabilmente in moto.

Naturalmente c'era qualcosa che non quadrava a quei pochi - anche a sinistra - che invece di affidarsi esclusivamente ai buoni princìpi, si ponevano domande sia sull'applicazione degli stessi sia, e soprattutto, sulle conseguenze all'interno dello scenario locale: qualcuno osservo' che Michael Buerk era in Etiopia da tempo come corrispondente di guerra e gli chiese lumi sulla relazione fra guerra, regime e fame.

Ma Buerk nego' decisamente ogni legame fra bombe e carestia perche' considerava il terribile conflitto in corso nel Tigre' una "storia minore" rispetto a quella che teneva banco nei telegiornali di tutto il globo a base di bambini scheletrici o sul punto di sparare i calzini contro i muri delle capanne di fango.

In sostanza, come dichiaro' lui stesso molti anni dopo alla giornalista olandese Linda Polman e a Daniel Wolfe dello Spectator, una storia sulle vittime della siccita' avrebbe raccolto molti piu' quattrini della "solita stupida guerra africana" di cui la gente capiva poco o nulla.

L'ipocrita e criminale autocensura che Buerk pensava di essersi imposto a fin di bene una volta che il demone della "giusta causa' si era impossessato di lui, non funziono' pero' con i maggiori contribuenti delle ONG dell'epoca (e di oggi): i governi USA e UK, i cui rispettivi leader Ronald Reagan e Margaret Thatcher si rifiutarono di scucire un solo penny o dollaro, perche' al corrente della vera natura della fame in Etiopia.

Inoltre erano odiatissimi - non a torto - dalle sinistre dell'epoca, che a parere dei due leader occidentali - non a torto - avrebbero trovato il modo di strumentalizzare le donazioni.

A quel punto tutto era pronto per il megashow delle lacrime, dei quattrini e dei buoni sentimenti, ma in assenza del placet ufficiale dei governi ci voleva un diverso e alternativo "catalizzatore" che si concretizzo' nella figura di un cantante cinocefalo irlandese punk fallito e assolutamente privo di talento: Bob Geldof, il quale riusci' a convincere la scena pop-rock inglese dell'epoca - gia' impegnata attivamente contro la Thatcher - a dar vita all'iniziativa di soccorso musicale denominata Band Aid.

Il resto e' storia, e responsabile del piu' colossale trapanamento di coglioni musical-saccarinico del secolo scorso: il vomitevole singolo "Do they Know It's Christmas?" uscito nel dicembre 84 schizzo' in testa alle classifiche di tutto il mondo e raccolse 8 milioni di sterline destinate alle "vittime della siccita' ".

Al carro della beneficienza per salvare "i' criature" tormentate dalla sete, si unirono naturalmente gli artisti americani guidati da Quincy Jones che sotto lo pseudonimo di "USA for Africa" sfornarono la famosissima e raccapricciante boiata altresi' nota come "We are the World".

La farcitura di coglioni raggiunse alfine il suo sfolgorante zenit, con il celeberrimo concerto live in mondovisione trasmesso nel luglio 1985 che effettivamente qualcuno salvo': i Queen e la loro carriera, che da allora vennero rilanciati dopo un periodo in cui non vendevano nemmeno ai cani.

Ricordo che parlar male del Live Aid a qualcuno di sinistra dell'epoca era come negare l'Olocausto o dire che i palestinesi sono un branco di miserevoli teste di cazzo (questa a differenza del negazionismo e' tuttavia una verita').

"Li vuoi vedere morti: vuoi accidere i' criatureeee!" strillavano istericamente i giovani comunisti della FGCI innamorati gia' da allora degli U2 e di un giovane e ieratico Bono Vox, prima di gonfiarsi di parossistica indignazione e venire colti da crisi epilettiche causate dal tuo ributtante cinismo fascista.

Ma soprattutto, per loro, Mengistu da esemplare rappresentante dei popoli oppressi del Terzo Mondo che si era liberato del giogo coloniale e gestiva una societa' comunista-modello, non poteva essere responsabile di quel disastro.

Il totale raccolto dagli artisti del Live Aid ammonto' a 90 milioni di sterline: e' tanto oggi, per l'epoca era una cifra colossale.

Ma cosa succedeva in Africa dove intanto cominciavano ad affluire gli aiuti umanitari e greggi di giornalisti e ONG occidentali?

L'errore piu' irresponsabile e criminale commesso da chi antepone i princìpi alle conseguenze pur di salvare vite umane - o cosi' crede - fu ovviamente quello di consegnare un astronomico assegno in bianco al regime di Mengistu, senza porre alcuna condizione, anzi facendosele porre dal regime, o senza curarsi di verificare come venissero gestiti gli aiuti e i fondi.

Il cibo venne infatti utilizzato come esca per attirare legioni di morti di fame che dal Tigre' furono caricati su camion acquistati con i quattrini del Live Aid e trasferiti in campi di raccolta realizzati con gli stessi soldi, dove attendevano di essere smistati e diretti nelle fattorie collettivizzate del sud del paese per fungere da schiavi.

I soldati di Mengistu erano soliti sequestrare una parte di quel cibo all'entrata dei campi per poi rivenderlo al mercato nero, cosi' come i funzionari governativi obbligavano tutti gli operatori delle ONG e i giornalisti occidentali a cambiare i loro soldi in moneta locale secondo un tasso proditoriamente stabilito da loro e ovviamente molto favorevole alla moneta locale. Per non parlare dei fondi che arrivarono direttamente nelle mani del governo.

Nel 1985 il regime del Derg presieduto da Mengistu, triplico' le sue riserve di valuta estera che servirono a oliare, rinnovare e mantenere in efficienza la sua piu' che discreta macchina bellica, per continuare combattere gli insorti.

In alcuni campi dove gli sfollati si opponevano alla deportazione, le truppe di Mengistu, o chiusero i centri di distribuzione del cibo gestiti dalle ONG, o affamarono i bambini delle famiglie dei riottosi finche' questi non vennero a piu' miti consigli.

Piu' di 600.000 persone vennero deportate al sud, delle quali almeno 100.000 perirono nella marcia forzata che durava 5 giorni.

E tutto questo sotto gli occhi di ONG e giornalisti che si rifiutavano di vedere la realta', ostinandosi ad aderire a quello che i "princìpi" suggerivano loro di vedere, per evitare di "politicizzare cinicamente" la vicenda, come molti rinfacciarono a chi sollevava obiezioni.

Quando un giornalista dell'Irish Times fece osservare a Bob Stercof che la gente veniva deportata, questi rispose indignato: "Il fatto che gli aiuti sono disponibili e' piu' importante delle circostanze in cui arrivano a destinazione. Se il Live Aid fosse esistito durante la Seconda Guerra Mondiale e se avessimo saputo che c'era gente nei campi di concentramento che ne aveva bisogno, ci saremmo forse rifiutati di inviare loro cibo e assistenza?"

E certo: si raccolgono tonnellate di aiuti destinati ad Auschwitz, dopodiche' ci si presenta all'ingresso del campo e si consegna il tutto alle SS.

Non fa una piega.

Fra l'altro, non un singolo pacco di soccorsi fra tutti quelli che la Croce Rossa spedi' realmente nei campi di sterminio - della cui esistenza la Croce Rossa sapeva -arrivo' a un singolo prigioniero, se si escludono quelli che vennero consegnati ad uso e consumo di film propagandistici per essere riconfiscati subito dopo.

Per farvela breve, la sanguinosa farsa continuo' fino alla conclusione dell'esodo forzato della popolazione del Tigre', e a parte Medici Senza Frontiere che alla fine del 1985 getto' la spugna definendo quello che era in corso in Etipia un "genocidio degno dei Khmer Rossi", le altre ONG girarono la testa dall'altra parte. Anzi: un rappresentante della Croce Rossa olandese se la piglio' con i governi occidentali rei di sapere quello che stava realmente dietro al vittimismo del regime etiopico, e sbotto' indignato: "I politici evadono le loro responsabilita' e poi se la prendono con le organizzazioni umanitarie accusandole di protrarre la guerra? Vergogna!"

Ancor oggi a piu' di 26 anni di distanza da quella immane tragedia, nessuna ONG ha pur velatamente ammesso che le cose non andarono esattamente come previsto, che gli aiuti non arrivarono esattamente nelle mani migliori e che forse sarebbe stato il caso di tenere gli occhi aperti, invece di affidarsi ciecamente ai princìpi...

Tantomeno Geldof che ora e' baronetto, e' stato candidato al Nobel per la Pace, ha un pacco di soldi, gestisce una azienda multimediale denominata "Ten Alps", e ha fatto tre figlie simpatiche come la morte d'inverno, intelligenti come un mattone e che hanno i seguenti nomi: Fifi Trixibelle, Peaches Honeyblossom e Little Pixie...
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Per le fonti del post devo ringraziare due giornalisti: Daniel Wolf dello Spectator che nel 2004 realizzo' una inchiesta molto bella sui retroscena del Live Aid e l'impareggiabile Linda Polman: reporter di guerra olandese che ha recentemente pubblicato un libro feroce sulle malefatte delle ONG: "War Games: the Story of Aid and War in Modern Times".

Ora, immagino che alcuni fra voi - specie se di sinistra e specie se affini agli "antagonisti" dei centri sociali - dopo aver letto "malefatte delle ONG" e dopo aver scoperto su Internet che lo Spectator e' un settimanale conservatore, si staranno gonfiando di parossistica, equa e solidale indignazione al pensiero che qualcuno osa parlar male delle ONG e di martiri come San Gino Strada, adducendo come giustificazione che si tratta bugie e di "complotti sionisti e della destra internazionale" per distruggere la reputazione dei santi delle ONG, specie se di sinistra e specie se aiutano i pppppppalestinesi.

Se cosi' e', cari amici, sappiate che per voi non esiste risposta del sottoscritto che possa convincervi del contrario: siete nati col forcipe e io non posso fare nulla contro le disgrazie della natura, tranne alleviare il vostro incolpevole disagio dicendovi che avete ragione, che va tutto bene, che Beppe Grillo e' un figo, e che la sinistra italiana e' un partito serio.

Per tutti gli altri, a parte le credenziali di Daniel Wolf, mi premuro di informarvi che la Polman oltre a essere una superba reporter di guerra, e' di sinistra, e' una ammiratrice di Naomi Klein, ma nonostante questo ha un cervello e una coscienza che non le hanno impedito di scrivere un libro che e' stato recensito entusiasticamente perfino dal Guardian: il quotidiano ufficiale dei merdoni etno-identitari radical-chic.

Libro che ovviamente posseggo e ho letto, proprio su imbeccata del Guardian.
La Polman non odia le ONG, anzi sostiene che sono molto importanti e necessarie: la Polman e' scandalizzata dal dilettantismo, dalle ridicole rivalita', l'improvvisazione, la non di rado dubbia imparzialita' e l'assenza di coordinamento e professionalita', in una professione dove ogni minimo errore puo' costare molte vite umane.

E anche da parecchi aspetti oscuri di pubbliche relazioni, marketing, gestione finanziaria e rapporti con i donatori delle ONG, che quelli nati col forcipe ignorano volutamente illudendosi che Oxfam sia gestita da un "collettivo" come quello del Leoncavallo, invece che da CEO in giacca e cravatta che fanno un gran parlare di target finanziari, bilanci e che vanno giu' pesante di PowerPoint.

E se provate a ribattere su operazioni delle ONG che vi sembrano dubbie, o dannose, arrivera' sempre il farlocco brachicefalo che con un sorrisino ebete di soddisfazione vi rifilera' la "frasetta killer": "L'importante e' il principio: quando e' in gioco la vita umana il principio e' piu' importante di qualunque altra cosa."

Il che e' una perfetta, vacua ed egoistica idiozia: se una ONG salva un bambino e poi salva un soldato che una volta rimessosi ammazza dieci bambini, il saldo e' decisamente negativo. Quella ONG e i suoi sostenitori farlocchi non salvano vite: salvano la loro coscienza.

Naturalmente le ONG potrebbero fare il proprio mestiere trattando con i governi di paesi in guerra le condizioni da porre per l'erogazione dei propri servizi, dal momento che spesso e volentieri sono proprio questi governi ad avere un gran bisogno delle ONG. poiche' costruire un ospedale moderno e attrezzato costerebbe loro una valanga di quattrini che altrimenti non potrebbero spendere in tank T-72, RPG e Kalashnikov.

Ergo, le ONG hanno un potere contrattuale al di la' delle vuote enunciazioni di princìpi.

E alcune lo usano in maniera esemplare e responsabile, ma sono poche: la maggior parte se ne frega in nome dei princìpi, altre solidarizzano con una delle parti in guerra, e infine altre ancora sono guidate da fanatici e demagogici relitti ideologici degli anni 70 che gettano un'ombra lunga sul loro pur encomiabile operato.

Ogni riferimento a Gino Strada non e' puramente casuale: mesi fa, questa cosa fu oggetto di una disputa fra me e Galatea quando gli italiani di Emergency vennero arrestati in Afghanistan: in sostanza come tocchi Gino Strada - nemmeno Emergency - il dittero medio di sinistra erige un muro dicendo: "Ahhh ma non m'importa delle idee di Gino Strada: l'importante e' che salva delle vite."

Ora, nel caso di Galatea e di quei ditteri, siamo di fronte alla reiterazione perfetta di quello che accadde con il Live Aid in Etiopia 26 anni fa.

Nel caso di Galatea, va anche detto che se oltre al fatto di avere la sabbietta per gatti nel cervello, aggiungiamo che s'informa di politica internazionale su Peacereporter, la combinazione e' ancora piu' letale.

Wednesday, 3 November 2010

Farmville Reloaded


Come i più sagaci tra di voi avranno potuto notare, io non scrivo molto spesso su questo blog.
Voglio dire, io ho nel cervello tutta una serie di validissimi motivi per scrivere poco. Giocare a Civilization, per esempio. O ridecorare la mia fattoria su Farmville. O costruire arene romane su Second Life (1).
Alle volte, tuttavia, un input esterno riesce a farmi inferocire a tal punto che non basta tormentare Yossarian come di solito faccio. Cioè, voi non ne sapete niente, ma Yossarian subisce malamente le mie opinioni. Che magari a voi potrebbe venir pensato che – considerata la sporadicità degli interventi – io non senta il bisogno di dire la mia sulla maggior parte delle cose.
Vi sbagliate.
Il fatto è che Yossarian paga per tutti voi, egli è l’agnello del 2.0 che vi toglie i fardelli dal blog, quindi ringraziatelo nelle vostre preghierine prima di coricarvi.
Ad ogni modo, quando m’inferocisco sul serio neppure le pazienti orecchie di Yossarian sono in grado di placarmi, e mi spiace, questa è una di quelle volte.
La vita è agra e poi si muore, lo so.

Dunque, mi pare di averlo già detto in passato: io sono un’appassionata di film catastrofici. In realtà sono appassionata di film belli in generale, ma ecco, quando si tratta del genere catastrofico m’appassiono anche con quelli brutti. Se mi sentite parlar male di un film catastrofico, non credetemi. Sto semplicemente cercando di darmi un tono.
La realtà è che purché non siano noiosi e super-moralistici, tendo a chiudere un occhio su quisquilie quali plausibilità e trama, e appena cominciano i botti io alzo le braccine e faccio “Weeee!”(2).
Così l’altra sera su Five c’era questo programma intitolato “Life after Armageddon” (un documentario-fiction che mostra con presunta credibilità uno scenario post pandemia influenzale) e considerate le premesse voi capite che non potevo perdermelo.
Voglio dire, l’estinzione dell’umanità a causa di una superinfluenza? My favorite.

Ora, è chiaro che per la natura stessa del prodotto (il regista lo definisce “docudrama”), io non mi aspettassi un film catastrofico.
Niente Frodo Baggins con fidanzatina e pargolo che si salvano da un mega-tsunami arrampicandosi in cima a un monte, bensì una proiezione credibile di quel che ne sarebbe del genere umano se invece di malanni lievemente più pericolosi di una normale influenza stagionale, ci capitasse tra capo e collo un accidente di quelli apocalittici.
I più smaliziati tra di voi già sapranno che per quanto un documentario cerchi di catturare l’essenza reale delle cose, il lavoro di documentazione risulterà sempre troppo mediato affinché ciò accada sul serio: in questo senso, il concetto stesso di “documentario” è falso. In nessun caso un documentario vi mostrerà esattamente la realtà, per quanto ben fatto possa essere. Nella migliore delle ipotesi, un documentario vi mostrerà una versione della realtà poco filtrata.
Quando poi si discerne di fatti che non sono ancora accaduti – e quindi si sfocia nella selva delle supposizioni – ovviamente tutto ciò che resta è la plausibilità, supportata da dati e testimonianze di eventi passati.

Questo, mi aspettavo da “Life after Armageddon”, e questa sembrava la direzione intrapresa dal “docudrama”: un buon prodotto, che stempera l’eventuale pesantezza della parte documentaristica vera e propria rappresentata dalle interviste agli “esperti” (3), con la parte sceneggiata (le vicende di una comune famiglia americana – padre, madre e figlio adolescente – sopravvissuta al contagio, ma alle prese con il post-pandemia).
Ovviamente, se in un film catastrofico le azioni dei protagonisti tendono sempre verso il massimo della spettacolarità (Bruce Willis non è lì per farvi una lezione sul realismo nel cinema, è lì per farvi divertire), in un fanta-documentario le azioni dei protagonisti saranno invece dettate da quello che gli esperti in materia considerano plausibile, o probabile. Alla fine, nonostante – e per fortuna – la civiltà moderna non abbia ancora mai dovuto confrontarsi con una pandemia estremamente seria e distruttiva, eventi del passato (blackout prolungati, contagi virulenti seppur circoscritti, disastri naturali) rendono possibile il farsi un’idea di come l’animale folla reagisca di fronte al pericolo.
E così, non mi è stato difficile ritenere credibile il “docudrama” finché mi ha mostrato la prima fase della pandemia, con tutto ciò che comporta: il progressivo disintegrasi delle convezioni sociali, gli atti di sciacallaggio e di violenza, l’isteria di massa. Tutti sappiamo che ci son voluti millenni per arrivare ad essere civili ma bastano tre giorni senza cibo per farci riprendere in mano la clava.
Il discorso filava, nonostante la scelta di far filtrare questi accadimenti di massa attraverso le esperienze di un esiguo numero di persone (il nucleo familiare). Il rischio era che per aumentare il coinvolgimento degli spettatori (più facile immedesimarsi con dei poveri disgraziati in difficoltà, piuttosto che con una folla imbestialita), si sottraesse plausibilità d’insieme, e il perché lo capite da voi: se è facile fare supposizioni su come si comporterà la massa, è estremamente più difficile prevedere come si comporterà un gruppo ristretto di persone. Ma anche un gruppo ristretto di persone risulta prevedibile nel primo stadio di un’emergenza: se sapessimo che in giro c’è un virus letale, sia io che voi cercheremmo di fare scorte di cibo, eviteremmo di uscire all’aperto, e ci accerteremmo che il nostro rifugio sia opportunamente sicuro.
E queste sono esattamente le cose che i protagonisti di “Life after Armageddon” si premurano di fare, mentre fuori – al ventesimo giorno di pandemia dichiarata – il numero degli infetti è già salito a dieci milioni negli U.S. soltanto, il Presidente viene evacuato, la Guardia Nazionale entra in azione e viene dichiarato lo stato d’emergenza.

Ma da qui in poi, davvero si entra nel territorio sdrucciolevole delle speculazioni, ed è qui che “Life after Armageddon” avrebbe dovuto far onore al proprio titolo. Ed è sempre qui che le mie sopracciglia hanno cominciato ad aggrottarsi.
Si fa un salto dal 25 giorno di pandemia dichiarata (cominciano a sorgere seri problemi energetici, le comunicazioni s’interrompono), alla dodicesima settimana, e i nostri eroi sono ancora lì dove li avevamo lasciati: tappati in casa. Nel frattempo hanno assistito alla perdita dell’elettricità, dell’acqua corrente, il loro water non funziona più e – si premunisce di informarci lo sveglio ragazzino di casa – hanno anche finito la carta igienica.
Il papà finalmente tenta una sortita, e trasecola di fronte al disastro che gli si para davanti. In sovraimpressione una scritta ci avverte che la stima dei morti U.S. è di 100,000 milioni – sconosciuta quella globale – ma quel che vede lui è un quartiere popolato solo da cadaveri e di gang cittadine che sciacallano la zona (prova evidente che gli stronzi non solo hanno capacità galleggianti, ma anche la pellaccia dura).
Con un terzo del paese a spingere in su le margherite, non risulta facile credere che in una megalopoli (la location iniziale è Los Angeles) sia plausibile cacciare il naso fuori casa e imbattersi in una feroce gang che ruba televisori al plasma dalla villetta di fronte. Anche perché date le circostanze, la stessa gang potrebbe tranquillamente andare al più vicino stabilimento della Sony e impadronirsene, ma soprattutto perché senza corrente elettrica, un televisore al plasma ha più o meno il valore di un goldone usato.
Ma questo è quel che vede il papà, e la cosa lo spaventa a tal punto da decidersi di prender su la famiglia e levare le tende (alla buon’ora, aggiungo io).
Decide di farlo con un SUV, disarmato, e di dirigersi verso l’Idaho – un posto così desolato e remoto già di suo, che in lingua inglese viene usato per definire l’atto del sognare ad occhi aperti (4).
Facciamola corta, l’esodo dei nostri protagonisti sarà una catastrofe nella catastrofe. Le loro decisioni degne di un Darwin Award: un episodio su tutti, l’attraversare il deserto del Nevada a piedi, senz’acqua, e sotto il sole cocente del mezzodì.
Epic Fail.

Ora, s’era detto prima che le azioni in un film catastrofico tenderanno alla spettacolarità sacrificando la verosimiglianza, mentre quelle di un documentario su una catastrofe dovrebbero adottare la verosimiglianza come proprio vessillo.
E’ piuttosto ovvio come gli autori di “Life after Armageddon” abbiano tuttavia immolato la verosimiglianza senza ritegno: i loro protagonisti agiscono oltre la comune sconsideratezza, vengono mostrate situazioni altamente improbabili (strade ingorgate in LA, ma appena varcato il confine cittadino le vie magicamente si sgombrano del tutto. Le gangs usate come reiterato espediente per allontanare i protagonisti da ciò che necessitano), e peggio di ogni altra cosa, il partire da presupposti ridicoli a sostegno di gran parte delle successive teorie avanzate (la scarsità di cibo, ad esempio. In un mondo decimato dell’influenza, e in seguito da altre malattie scatenate dall’incuria e la scarsità d’igiene, dagli incidenti, o magari da semplice shock, ipotizzare la mancanza di beni materiali – dai viveri ai generi di comfort – è oltraggiosamente idiota).
La domanda che sorge spontanea è – in questo caso – la verosimiglianza è stata sacrificata in favore di che?
Non certo la spettacolarità, per quanto il “docudrama” si serva di un linguaggio veloce e moderno, e accattivante. Dunque, per cosa?

Se il fastidio causato da “Life after Armageddon” è cominciato piuttosto presto nel corso della visione, devo ammettere che ho dovuto aspettare la fine per comprendere quanto in realtà fosse ignobile.
Dunque, al termine delle loro pellegrinazioni, la nostra famiglia disgraziata giunge finalmente in Idaho, e lì – insieme a una piccola comunità di altri scampati – si votano alla vita agreste.
Una vita felice, lontana dalle frenesie cittadine che ormai appartengono a un passato irrecuperabile. Un’esistenza più a misura d’uomo, con le sue quindici ore al giorno a spaccarsi il culo sui campi. A mangiare patate tutti i giorni. A sparare i calzini alla prima ferita infetta che ci si procura a forza di darci dentro con la roncola (questa sarà la fine del papà, che – nonostante sia paramedico – pare ignorare che in assenza di antibiotici, per medio-piccole ferite il succo di limone, il rosmarino, il cavolo o il miele, possono salvarti le chiappe).
Gli esperti sono unanimi su questo: il trend post-pandemic sarà la piccola casa nella prateria.
E sembrano rallegrarsene.
Un finale che ci proietta venticinque anni nel futuro mostra un’altra piccola comunità vagamente più evoluta di quella nell’Idaho. O forse, proprio la stessa, che in un quarto di secolo – considerati i progressi – pare essersene stata con il pollice infilato nel culo per la maggior parte del tempo. Una panoramica sul paesotto lascia intuire l’uso dell’energia solare, ma per il resto mestieri e maniere paiono appartenere a un milleottocento pre-industriale. Tuttavia, case e botteghe sembrano usciti dritti sparati da una copertina di Domus.
Hey, poveracci trogloditi, ma con gusto.
“Per molti versi, non sarebbe uno stile di vita indesiderabile” – gorgoglia il Dr. Tainter della Utah University – “oggigiorno molte persone aspirano a una vita più semplice, ed è così che sarebbe”. (5)
“Tornerebbe l’artigianato!” – squittisce un altro. “Il sistema scolastico verrebbe snellito, e fornirebbe nozioni utili!” – garbazza un terzo.
“E qualcosa di positivo emergerebbe dal disastro, l’ecosistema si riequilibrerebbe, ci ritroveremmo con un ambiente più salubre e meno inquinato”.
“La perdita di milioni di persone, la perdita di così tanta cultura, di intere comunità, non è una bella cosa. Ma se vi mettete nei panni dei sopravvissuti, va detto, è un nuovo inizio. Potrebbe essere un motivo per ricominciare, dimenticandosi delle meschine gelosie che ci ammorbano al giorno d’oggi. Sarebbe bello se questo fosse il nostro futuro. ” – conclude radioso Mr. Clark della Rutgers University.
E il “docudrama” si conclude così, con una dissolvenza in bianco su un pensieroso giovanotto intento a leggere un libro, assiso su una poltroncina minimal che giurerei di aver visto esposta da Harrods l’anno scorso.
Ecco per cosa è stata sacrificata la verosimiglianza.

Una cosa che un documentario non dovrebbe fare mai, è decontestualizzare, o distorcere la realtà a favore di una teoria, o un credo. E nel caso di un fanta-documentario come quello di cui stiamo parlando, proporre presupposti risibili al solo scopo di andare a parare dove si vuole. Vedo la più bieca disonestà nei documentari di questo tipo, perché divulgano menzogne glassandole con una patina di pseudo-autorevolezza e plausibilità.
E’ evidente che lo scenario proposto dal “docu-drama” sia fuori discussione: un’epidemia (per quanto mortale possa essere) non è un olocausto nucleare. Una volta dissolta la pandemia, i sopravvissuti avrebbero a disposizione tutti gli strumenti possibili, le nozioni, e i materiali per riavviare una società evoluta. Ci vorrebbe tempo, e fatica, ma alla stupida domanda di uno degli “esperti”: “Chi mai tornerà ad occuparsi di ingegneria nucleare?”.
Gli ingegneri nucleari sopravvissuti, faccia di cazzo – verrebbe da rispondere.
Chi riattaccherà la corrente? Gli elettricisti sopravvissuti.
Chi riaprirà gli ospedali? I medici sopravvissuti.
Come si cureranno le malattie? Saccheggiando i capannoni della Bayer, per esempio.

Conosco bene questo tipo di bieca ingenuità, queste utopie fetide che se si ha la scalogna di veder realizzate ci si accorge che generano sempre e solo mostruosità. Dopo tutto ho fatto l’Accademia. E’ un ambiente inquietante dove certe utopie miserabili attecchiscono con facilità: il Buon Selvaggio, e la Vita Frugale, e la Fuga dai Miasmi della Civiltà Moderna di Paul Gauguin. Fanculo.
Uno dei pochi vantaggi dell’esser nata in una famiglia già in là con gli anni, e di origini contadine, è che ho ricevuto informazioni di prima mano riguardo “la vita frugale”.
Mio nonno – che ha avuto la faccia tosta di campare fino a 103 anni – cominciò a lavorare nei campi quando ancora non c’era l’elettricità, ed essendo stato graziato col dono della loquacità, per quanto riguarda la narrazione e l’aneddotica non s’è mai risparmiato.
So tutto de “la vita frugale”, thank you very much.
Soprattutto so come questa gente abbia fatto i salti mortali per smettere di viverla. E di come si siano rimboccati le maniche per poter finalmente condurre un’esistenza più soddisfacente ed emancipata, per potere mandare a scuola i loro figli affinché imparassero qualcosa di meno “snello” delle nozioni pratiche, che sono utili e sveltiscono le mani, ma il cervello mica tanto.

Sarebbe risultato altrettanto scorretto, se questi signori – questi “esperti” – avessero mentito per mostrare un’umanità di sopravvissuti che tornano alla tecnologia, ma questa volta con più cura e amore verso l’ambiente. Se mi avessero mostrato un futuro che è un futuro, un’evoluzione d’intenti e di mezzi per cercare un equilibrio tra progresso e natura, dopo il disastro. Avrei di nuovo bollato la cosa come utopica (chiamatemi becera, ma come canta il vecchio Nick “people they just ain’t no good” e io sono d’accordo), ma se non altro ne sarebbero usciti come dei sognatori vagamente cialtroni e fondamentalmente innocui.
Chi non sarebbe felice di vivere in un mondo meno inquinato, di mangiare cibi più saporiti e sani, di condurre un’esistenza più armonica, pur non rinunciando alla tecnologia?
Invece sono mostri.
Mostri, nelle loro giacchette di Tweed mentre blaterano di ritorno alla terra sorseggiando un tea, senza rendersi conto che nella loro agognata “vita frugale” non durerebbero un giorno, che in un mondo del genere loro verrebbero emarginati poiché inutili, incapaci di contribuire adeguatamente alla comunità – vuoi per l’età avanzata, vuoi per mancanza di competenze pratiche. L’educazione “snella” servirebbe a disfarsi proprio di gente come loro, per evitare di trovarsi tra i piedi simili abbottauallere anche nella generazione successiva.
Mostri che quasi sperano scoppi una pandemia mietitrice per veder finalmente il loro sogno ecologico realizzarsi. Quel che propongono non è una visione del futuro, ma una regressione al passato, quello che auspicano è di dare un calcio in culo a oltre un secolo di progresso per potersi permettere di giocare a Farmville su scala 1:1.
Solo che non sarebbe Farmville.
Sarebbe un mondo crudele, involuto, pieno di pericoli e privazioni. Un mondo dove le donne muoiono di parto e la vita media non supera i cinquant’anni, dove la bigotteria religiosa si spanderebbe a macchia d’olio velocemente quasi quanto la pandemia stessa, e lo studio scientifico e le arti, verrebbero per forza di cose pesantemente trascurate – se non interamente dimenticate – troppo presi come ci troveremmo a portare il cibo in tavola.

Ho un’opinione bassissima delle religioni, e questa lo è. Ne ha tutte le putride caratteristiche. E ho l’impressione che quasi settant’anni di pace e prosperità abbiano fatto dimenticare a molte persone come si sta quando non si ha né l’una, né l’altra.
Che si stia cominciando a dare per scontate un po’ troppe cose, e che nonostante il nostro mondo sia lungi dall’essere il migliore possibile, è un qualcosa che la maggior parte degli esseri umani del passato bramerebbe con tutte le loro forze.

Io sono felice di essere nata in questa epoca.
E sono grata per quello che ho.

E comunque se dovesse scoppiare una pandemia ve lo butto nel culo a tutti perché so a memoria “L’ombra dello Scorpione”.



1 – Sono nel periodo “arene romane”. Un giorno la nostra civiltà verrà spazzata via, e intorno al 5090 quando gli esperti di archeologia virtuale ritroveranno le mie costruzioni su Second Life diranno – “Questo appartiene senza dubbio al periodo ‘arene romane’ dell’artista”. Succederà, vi dico.

2 – Realmente accaduto quando in “2012” la cupola di San Pietro fa strike nella piazza gremita di fedeli.

3 – Dr.Tim Sly – Professor Public Health, Ryerson University. Lee Clark – Assoc. Prof, Dep of Sociology, Rutgers University. Michael Bane – Journalist & Firearms Instructor. Dr.Joseph Tainter – Utah State University, Author “the collapse of complex Society”. Kevin Reeve – tracking expert & defense consultant. Dr. Rick Bissell - Director, Centre for Disaster Research , MD University. David Burns – director, Emergency Management, UCLA. Robyn Gershon – Prof. Mallman school of Public Health, Columbia University. Marc Smith – Sociologist & Internet consultant. David Miller – Senior VP, Con-Way Inc. Elizabeth McCarthy – Journalist, California Energy Circuit. Louis Grivetti – Prof. Emeritus Nutrition, Univ. of CA. Tom Naso – Founder Amateur Radio Assoc. Kathy Harrison – Author “Just in case: how to be self-sufficient”. Robin Hanson – Assoc. Prof Economics, George Mason University.

4 – "Own Private Idaho"

5 - Le traduzioni dall'inglese sono mie.