Saturday, 17 September 2011

Rating 1942


Dunque: e' da un po' che ho intenzione di scrivere un racconto, tuttavia mi son trovato di fronte a un problema. Si tratta di un racconto breve: una cosa che in termini cartacei assommerebbe a una ventina di pagine, forse anche meno ( ho controllato con Word). Il problema e' che non oltre a non conoscere alcun pazzo disposto a pubblicare le mie fesserie sia su carta, sia in formato digitale, anche se lo conoscessi non potrei presentarmi a una casa editrice pretendendo di voler pubblicare un libro di venti pagine scarse. Mi sputerebbero in un occhio e a ragion veduta. Cosi' mi restava solo il blog, ma venti pagine su un blog sono parecchie: in sostanza quel che ho scritto era troppo corto per un libro e troppo lungo per un blog.

La soluzione e' che visto che l'unico posto dove posso pubblicarlo e' London Alcatraz, me ne sono strabattuto e l'ho fatto. E non mi andava nemmeno di spezzarlo: sorry.

Nessuno vi obbliga a leggerlo: internet e' piena di tette e culi assai piu' ameni delle mie scemenze, ma in caso contrario, buona lettura.

***

Il mondo nell'estate del 1942 non e' un bel posto dove vivere: le Armate delle Tenebre di Adolf Hitler hanno fatto dell'Europa una Großraum tedesca che si estende da Brest alle steppe del bacino del Don e da Capo Nord alle porte del Cairo, mentre dall'altra parte di questo disgraziato pianeta, la cricca imperial-militarista giapponese guidata dal generale Hideki Tōjō e alleata dei nazisti, sembra sul punto di trasformare l'Oceano Pacifico in un lago nipponico e il sud-est asiatico e parte della Cina nel cortile di casa del Sol Levante.

In parole povere: gli uomini di buona volonta' sono in un fiume di sterco e senza remi per giunta.

***

Il Presidente tamburella nervosamente le dita sul dorso di cuoio di una cartelletta e alza lo sguardo verso il gruppo di uomini disposti a semicerchio di fronte alla sua scrivania.

"Bene signori: ci siamo tutti credo. Wallace, Hull, Morgenthau, Stimson, Biddle, Knox, Ickes, Wickard, Jones, Perkins, ma soprattutto Marshall, che in qualita' di Capo di Stato Maggiore dell'esercito, avra' parecchia voce in capitolo in questa riunione: soprattutto per fornire spiegazioni..."

L'uomo in divisa da generale annuisce con una dolorosa smorfia.

"Allora, ricapitoliamo: questa notte, sono stato tirato giu' dal letto a un'ora barbara dal buon Nimitz, che come tutti sapete e' il comandante della Flotta del Pacifico. Chester, mi ha spiegato che a suo insindacabile giudizio - e io tendo a fidarmi dei giudizi di Chester - abbiamo appena subito la peggior sconfitta navale nella storia degli Stati Uniti: Marshall, Knox, potete confermare?"

Knox tossisce nervosamente e si schiarisce la voce: "Ehm, temo di si' signor Presidente..."

"Bene, molto bene Knox: in sostanza quel che e' successo signori, e' che qualche mese fa, sulla scia delle nostre vittorie a Midway e nel Mar dei Coralli con le quali abbiamo inflitto una pesante battuta di arresto ai giapponesi, mi sono fatto convincere dall'ammiraglio King a invadere un'isola dimenticata da dio, in un angolo del Pacifico del Sud dimenticato dagli uomini: rispettivamente Guadalcanal e l'arcipelago delle Salomone, per proteggere le rotte mercantili australiane minacciate dai giapponesi, sbarcati su quello scoglio vulcanico. Mi sbaglio Marshall?"

"No signor presidente, non si sbaglia, ma mi permetta di..."

"Glielo permetto quando ho finito Marshall: e non ho finito. Tornando a noi, ho autorizzato l'operazione e tutto sembrava andare per il meglio: la 1 Divisione dei Marines del generale Vandergrift aveva anche catturato l'aereoporto dell'isola, quando all'improvviso, ieri notte, una task force della Marina Imperiale nipponica 'scivola' inosservata nella baia dell'isola di Savo, coglie la nostra flotta di sorpresa e fa letteralmente a pezzi la scorta delle navi da trasporto, che a quel punto devono levare le ancore in tutta fretta abbandonando i marines sull'isola. Sbaglio Marshall?"

"No signor Presidente".

"Bene, molto bene Marshall: questo mi sembra il primo punto all'ordine del giorno, quanto al resto, lei mi ha telefonato un'ora dopo Nimitz spiegando concitatamente di avere notizie non molto positive circa i nostri alleati russi. Le dispiacerebbe esporle?"

L'uomo in divisa da generale si avvicina alla scrivania stringendo una cartelletta rossa con la scritta " Top Secret".

"Signor Presidente, 'non molto positive' credo sia stato imperdonabile ottimismo da parte mia, alla luce di quanto mi e' stato comunicato poco fa dall'ultimo rapporto di intelligence dell'OSS: signor Presidente, i russi stanno per crollare; se tutto va bene - e deve andargli molto bene - e' questione di settimane e credo poche. Con tutto il rispetto signore, temo che questa sia un'emergenza assai piu' grave di Guadalcanal."

Nella stanza cala il silenzio: il Presidente si toglie gli occhiali, li pulisce accuratamente con un fazzoletto che estrae dal taschino della giacca, se li rimette, e solleva lo sguardo verso l'uomo in divisa da generale.

"Marshall, vuole avere la cortesia di spiegarmi cosa diavolo e' successo in Russia?"

"Signor Presidente, per questo mi sono preso la liberta' di convocare a Washington il nostro miglior comandante: il Maggior Generale George S. Patton."

Il Presidente inarca un sopracciglio: "Marshall, mi perdoni, ma questo Patton non e' mica il tizio che va in giro a raccontare alla stampa di essere la reincarnazione di Annibale? Parliamo dello stesso Patton, Marshall?"

L'uomo in divisa da generale trasale leggermente: "Ehm, si' signor Presidente, credo sia lo stesso Patton. E' qui fuori signore."

Il Presidente sospira: "Bene Marshall, molto bene Marshall, lo faccia passare: la sa una cosa Marshall? A volte invidio Hitler e Stalin che i generali se li scelgono personalmente, mentre io devo dar retta al Congresso, a lei e al 'popolo americano'...lo faccia entrare."

L'uomo in divisa da generale fa un cenno rapido al soldato in piedi davanti alla soglia che spalanca la porta con un gesto marziale, saluta e si mette sull'attenti.

"Che io sia dannato signor Presidente, che io sia dannato se non l'avevo detto!" Esclama a voce alta con uno strascicato accento texano, l'ufficiale con la mascella quadrata, i capelli cortissimi e lo sguardo spiritato che irrompe nella stanza come una furia mulinando un pugno chiuso, solo per arrestarsi davanti alla scrivania del Presidente dove pianta rumorosamente entrambe la mani.

Il Presidente e  i presenti arretrano istintivamente.

"Che io sia dannato se non gli hanno fatto uno stramaledettissmo Johnny Bookmaker! Ah si', signor Presidente, i Fritz gli hanno proprio fatto un bel Johnny Bookmaker ai quei bolscevichi senza dio!”, abbaia l'alto ufficiale puntando un dito verso il Presidente.

Il Presidente stringe gli occhi e si china sulla sedia verso l'alto ufficiale.

"Maggior Generale George S. Patton", ribatte in tono secco il Presidente, "innanzitutto tolga le mani dalla mia scrivania e in secundis, vuole avere la grazia e la cortesia di spiegarsi in maniera intellegibile e soprattutto rispettosa della dignita' e dell'autorita' del luogo e del consesso in cui si trova?"

L'alto ufficiale arretra di un paio di passi, s'irrigidisce e saluta militarmente: "Le chiedo scusa signore, le chiedo scusa. Che Dio mi perdoni e che possa sempre avere in gloria e preservare la liberta' di questo grande paese signore."

"Amen, Maggior Generale, amen: e ora per cortesia, esponga".

"Ecco, signor Presidente: Johnny Bookmaker era un allibratore di Austin, Texas, che 'arrotondava' facendo l'usuraio. Quando - e succedeva spesso - il cliente non era in grado di restituire il prestito, lui mandava un paio di avvertimenti e se nonostante questi non riceveva i quattrini nel giorno stabilito, si presentava alla porta del povero bastardo con un ex pugile feroce come un puma, delle dimensioni di un bisonte e il cervello di una mosca. Dopodiche', bussava e ringhiava che se non gli si mettevano in mano i dollari entro cinque minuti, se li sarebbe venuti a prendere. Se non riceveva risposta, il bisonte sfondava la porta e una volta all'interno, Johnny Bookmaker con l'aiuto del suo colossale assistente trovava inevitabilemente il modo di far tossire il dovuto al malcapitato. Come, lo lascio alla sua immaginazione, signor Presidente."

"Una storia triste Maggior Generale Patton, davvero una storia triste, ne convengo: e di grazia, cosa c'entra con quello che sta accadendo ai russi in Ucraina?"

"C'entra signor Presidente, perche' un giorno, l'intero isolato, stanco dei soprusi di Johnny Bookmaker assoldo' dei poco di buono altrettanto feroci e colossali che si piazzarono all'interno dell'appartamento di un tizio che doveva dei quattrini a Johnny. Quando questi, dopo aver recitato il suo solito ultimatum, lancio' il bisonte contro la porta seguendolo a ruota...la porta si spalanco' e i due si ritrovarono catapultati in una stanza piena di energumeni che richiusero l'uscio alle loro spalle. Il resto lo lascio alla sua immaginazione, signor Presidente."

"Ergo, Patton?"

"Ergo, i tedeschi hanno fatto la stessa cosa coi russi, quando questi hanno lanciato la loro offensiva estiva tre mesi fa a Barenkovo, a sud di Kharkov. All'inizio, le truppe di Timoshenko sono penetrate come un coltello nel burro, ma una volta che i tedeschi, riavutisi dal panico, si sono accorti dell'occasione d'oro che gli si presentava, li hanno lasciati avanzare in profondita' e successivamente, il Terzo Panzerkorps di von Kleist e la 44 armata tedesca, hanno sferrato un poderoso contrattacco alla base del saliente in cui si erano cacciati i russi, intrappolandoli. E' stato un massacro signore, e come se non bastasse, i nazisti sono passati alla controffensiva."

"Quanto successo ha avuto questa controffensiva, Patton?"

"Signore: i panzer sono arrivati sul fiume Volga e un intero gruppo di armate tedesco scorrazza impunemente per il Caucaso in direzione dei pozzi petroliferi di Baku. Ora: con l'Ucraina e il bacino del Don in mani tedesche, la situazione per i bolscevichi sarebbe gia' molto grave, considerate le risorse agricole e minerarie cadute in mano nazista, ma con la perdita di Stalingrado, della arteria vitale rappresentata dal Volga e del petrolio del Caucaso, i russi sono finiti, defunti, kaputt, muertos, mort, signore."

Il Presidente fissa in silenzio l'alto ufficiale per un lungo minuto.

"Ho capito: grazie Patton, puo' andare."

L'alto ufficiale saluta militarmente, si gira e si dirige verso la porta.

"Patton?"

L'alto ufficiale si volta: "Si' Presidente?"

"Patton, a proposito di quelle, ehm, storie che circolano su di lei nei giornali, cosa mi puo'..."

"Signor Presidente: io non so che cosa le hanno raccontato sul mio conto quei volgari pennivendoli bugiardi e antiamericani, ma una cosa gliela posso dire: le garantisco che come ho preso a calci in culo i romani a Canne, prendero' a calci in culo i tedeschi fino a Berlino."

Il Presidente allarga le mani e sorride: "Grazie Patton, era esattamente quel che volevo sapere. Puo' andare ora."

Il soldato di guardia richiude la porta alle spalle dell'alto ufficiale mentre il Presidente lancia un'occhiataccia all'uomo in divisa da generale che improvvisamente sembra molto indaffarato ad aggiustarsi un bottone dell'uniforme.

"Bene, molto bene signori: alla luce di quanto abbiamo appena sentito dall'uomo che ha attraversato le Alpi con gli elefanti, credo che Marshall abbia ragione e che la situazione gravissima in cui versano i nostri alleati russi, meriti l'assoluta priorita' in questa riunione.

Del resto, come e' stato deciso l'inverno scorso insieme a Churchill, la Germania e l'Europa hanno l'assoluta priorita' nella nostra strategia globale contro le potenze dell'Asse. Ed anche inutile che vi ricordi cosa significherebbe il crollo dell'Unione Sovietica e una vittoria di Hitler in Europa. Quindi ritengo che..."

"Signore, mi permette cortesemente di interromperla?"

"Glielo permetto Stimson: dica."

"Signor Presidente, a parte il fatto che il nostro paese in questo momento ha bisogno di uomini come il Maggior Generale Patton, credo che in questa riunione chiamata a decidere in un'ora davvero buia non solo per noi, ma per l’intero mondo libero, manchi un elemento fondamentale che non e' rappresentato in questa stanza e che credo abbia tutto il diritto di ascoltare le nostre decisioni, dal momento che la prosperita' della nostra nazione, il futuro della nostra liberta' e della democrazia, poggiano su questo elemento."

"E sarebbe, Stimson?"

"I mercati, signor Presidente. Il nostro e' un paese che esalta la liberta' individuale e d'impresa, e su queste due colonne della nostra societa', oltre che su Dio, si fondano il nostro successo e la nostra liberta': e' come una grande azienda che distribuisce ricchezza a tutti gli uomini di buona volonta' disposti a lavorare duramente per guadagnarsela. Questo sono i mercati signore, e per questo credo sia piu' che giusto che partecipino a questa riunione."

Il Presidente osserva Stimson e fa la boccuccia a culo di gallina.

"Be' si' Stimson, sono d'accordo con lei anche se questi suoi "mercati", tredici anni fa hanno messo il nostro paese e il mondo in una situazione piuttosto spinosa, come dovra' convenire. Ricordo ancora le file di disoccupati in coda per il pane e..."

"Signor Presidente, mi permetta di osservare che i disoccupati e i poveri si trovano in quella situazione esclusivamente per colpa loro: se si fossero dati da fare, non sarebbero poveri e disoccupati."

Il Presidente piega leggermente la testa su un lato: "Stimson, come lei ben sa, il sottoscritto, il mio partito e il suo partito, su questa idea della poverta' offrono e hanno interpretazioni diverse, sulle quali tuttavia questo non mi sembra ne' il luogo, ne' il momento per discutere. Credo che su almeno su questo potra' convenire con me, o sbaglio?"

"No, signor Presidente: non si sbaglia."

"Bene e allora si': sono d'accordo. Investitori e mercati sono di vitale importanza anche per lo sforzo bellico, quindi credo che sia assolutamente corretto farli assistere a questa riunione. Dove sono questi 'mercati' Stimson? Li ha fatti venire a Washington anche lei come ha fatto Marshall con il generale Patton?"

Il Presidente lancia un'altra occhiata di sbieco all'uomo in divisa da generale, che d'improvviso sembra completamente rapito da una macchia sul soffitto.

"Errr, si' signor Presidente, in un certo senso si'. Sono qui fuori."

Il Presidente tira un profondo respiro: "Bene, molto bene Stimson: e allora li faccia o lo faccia entrare, perche' suppongo che avranno inviato un rappresentante".

Stimson fa un cenno al soldato di guardia che apre la porta, risaluta e si rimette sull'attenti.

Il Presidente solleva leggermente il polso e scruta pensosamente l'orologio.

"Stimson?"

"Si' signore?"

"Stimson, questa volta permetta a me di essere molto diretto: Stimson, sono conscio del fatto che ad Harvard esisteva ed esiste una tradizionale e giustificata rivalita' fra la mia fraternita': la Alpha Delta Phi, e la sua: la Phi Beta Kappa, come giustamente si conviene alle due fraternita' di un grande ateneo che ha prodotto e continua a produrre la migliore classe dirigente di questo paese e probabilmente del mondo. Tuttavia, Stimson, le vorrei far cortesemente osservare che i tempi della goliardia sono finiti da un pezzo per noi."

"Signor Presidente, con tutto il dovuto rispetto, non capisco."

Il Presidente si piega sulla sedia verso l'uomo in doppiopetto grigio di fronte a lui: "Stimson, voglio essere ancora piu' diretto: se questo e' uno scherzo, lo trovo di pessimo gusto: soprattutto in questo momento e con le notizie che arrivano dai teatri di guerra. Stimson: mi sta prendendo per i fondelli?"

L'uomo in doppiopetto grigio si stropiccia nervosamente le mani e guarda il Presidente: "Signore, le assicuro che sono serissimo e che non era mia intenzione prendersi gioco di lei, ne' di sottovalutare la gravita' del momento."

"Stimson!" - il Presidente alza la voce e i presenti sobbalzano - e allora mi spieghi perche' e' esattamente da due minuti di orologio che il sottoscritto e tutti i presenti nella stanza fissano come ebeti quella porta da cui NON E' ENTRATO NESSUNO!"

"Signor Presidente: mi permetta..."

"Marshall, le ho gia' permesso abbastanza con il comandante cartaginese che e' appena uscito da questa stanza: cosa desidera ora?"

"Signor Presidente, Stimson non si e' spiegato come avrebbe dovuto: i mercati, signor Presidente, sono entrati e sono in questa stanza."

"Marshall, perdoni la franchezza, ma ho come l'impressione che il generale Vandergrift abbia bisogno di un capo di stato maggiore a Guadalcanal: si sta offrendo volontario? Se si', sappia che non mi opporro'. "

L'uomo in divisa da generale trasale e accenna una dolorosa smorfia: "Signor Presidente, lasci che le spieghi: quello che Stimson intendeva dirle e' che i mercati non sono una entita' fisica, bensi' una presenza costante. Noi non li vediamo, ma loro sono con noi e ci giudicano: e' per questo che di tanto in tanto e' opportuno lanciar loro un segnale, possibilmente positivo..."

"Continui Marshall, continui: la sto seguendo. Nel frattempo e nel caso si dilettasse di geologia, tengo a informarla che le rocce metamorfiche delle Isole Salomone sono assai interessanti..."

"Signor Presidente, comprendo il suo scetticismo, ma mi creda, i mercati sono in questa stanza e ci osservano. A questo proposito, sapendo quel che Stimson le avrebbe detto e immaginando la sua piu' che comprensibile reazione, mi sono permesso la liberta' di convocare una persona che e' in grado di fungere da tramite e di parlare per i mercati. Le interessa conoscerla?"

Il Presidente sorride: "Ohh, cosi' mi piace Marshall. Poteva dirlo subito. Certo che mi interessa conoscerla: la faccia entrare per cortesia: e sul serio stavolta".

L'uomo in divisa da generale fa un cenno verso la porta ancora spalancata, e dal fondo del lungo corridoio che conduce alla Sala Ovale si ode un sinistro cigolio: "Gnik, gnik, gnik, gnik..."

Pochi secondi dopo, sulla soglia, compare una sedia a rotelle su cui e' avvinghiata una donna molto anziana e magrissima coi capelli bianchi, un paio di grossi occhiali neri che le coprono il volto rugoso come una prugna della California e una coperta di lana sulle gambe. La donna e' spinta da un uomo altissimo e interamente vestito di nero con un volto da becchino lungo, triste e cinereo. Su un lato della sedia a rotelle si erge imperioso un contenitore di vetro per la fleboclisi.

Il Presidente si gira verso l’uomo in divisa da generale e lo fissa a lungo in silenzio.

“Signor Presidente”, esclama raggiante questi, “mi permetta di presentarle la senatrice in pensione del Partito Repubblicano, Michelle Bachmann Sr. La senatrice ha rappresentato per molto tempo gli interessi delle maggiori industrie del paese e ora dirige una piccola casa editrice a conduzione familiare che ha recentemente pubblicato un volume della scrittrice Ayn Rand. Lei conosce Ayn Rand, Presidente?”

“Temo di no Marshall, ma credo che vi siano momenti piu’ appropriati per disquisire di critica letteraria, non crede?”

“Certo signor Presidente, in ogni caso questa e’ la persona che rappresenta i mercati e che ci fara’ sapere cosa pensano i mercati delle nostre decisioni.”

Il Presidente sorride alla donna anziana: “Benvenuta senatrice, le porgo i miei piu’ cordiali…”

“Presidente?”

“Si’ Marshall?”

“Temo che la senatrice Bachmann non possa ne’ sentirla, ne’ vederla: e’ sorda e cieca. Sa, l’eta’…”

Il Presidente si passa nervosamente una mano sulla fronte: “E allora, mi spieghi Marshall: come fara’ la senatrice ad ascoltare a comunicarci le opinioni dei mercati?”

L’uomo in divisa da generale sorride: “Tutto a suo tempo, Presidente, tutto a suo tempo. Quando arrivera’ il momento, i mercati parleranno attraverso la senatrice Bachmann…”

Il Presidente solleva entrambe la mani davanti al volto e poi le cala con un tonfo sulla scrivania: “Va bene, va bene Marshall: non voglio piu’ sapere nulla. Abbiamo cose piu’ importanti da discutere: le dispiace se parliamo di queste? E comunque alla fine della riunione, mi piacerebbe scambiare due parole in privato con lei. Ora, per cortesia mi riassuma la situazione strategica in Russia.”

“Signor Presidente, lo scenario e’ essenzialmente quello che le ha illustrato poco fa il Maggior Generale Patton: i russi sono alle corde e per una serie di motivi molto semplici. Se quella dell’anno scorso durante l’iniziale invasione tedesca, e’ stata per loro una crisi sostanzialmente militare che sono riusciti a superare con la brillante controffensiva invernale davanti a Mosca, quella di oggi e’ per loro principalmente una crisi economica, produttiva e logistica. Con la perdita di parti cospicue dell’industria pesante e di vaste aree del paese fornitrici di materie prime e cibo in Ucraina nel bacino del Don e a quanto pare nel Caucaso, i russi si trovano davanti al dilemma classico delle guerre moderne su scala industriale: o burro, o cannoni.”

“Capisco Marshall, capisco: ma quel diavolo di Stalin possiede ancora immense risorse umane ed e’ riuscito letteralmente a traslocare la maggior parte degli impianti industriali al di la’ degli Urali: i miei dati parlano di quasi 1200 strutture di vario tipo. Un risultato straordinario se consideriamo che avevano i tedeschi alle calcagna.”

“Vede signor Presidente, sulla carta e’ stata effettivamente una impresa straordinaria, ma alla luce dei recenti sviluppi strategico-militari, la realta’ economica bussa alla loro porta. Signor Presidente, lei parla di immense risorse umane, ma queste sono immense e non infinite. L’anno scorso i russi hannno perso fra morti, feriti, dispersi e prigionieri circa 4 milioni di uomini. Naturalmente li hanno rimpiazzati, ma si tratta in gran parte di reclute inesperte come dimostra l’esito dell’offensiva di Timoshenko.

Ora, se facciamo due conti, i russi, nel giro di un anno hanno mobilitato quasi dieci milioni di uomini, che sono una cifra enorme anche per un paese con 160 milioni di abitanti. Ma il vero problema e’ che nelle guerre moderne con armi sofisticate prodotte su scala industriale, a un paese come la Russia servono non solo milioni di soldati, ma anche milioni di operai specializzati e contadini sia per produre queste armi e tutto il supporto logistico per farle funzionare, e parlo di derrate alimentari per le truppe al fronte, munizioni, scarpe, camion e uniformi, sia per soddisfare il fabbisogno interno di chi produce materialmente tutto questo, che se non mangia, difficilmente potra’ lavorare 8 ore al giorno e sette giorni alla settimana per assemblare tank.”

Il Presidente annuisce gravemente.

“Quanto al trasloco dell’industria pesante signor Presidente, gli impianti degli Urali hanno ripreso da poco la loro normale attivita’ produttiva. In sostanza, per un periodo di alcuni mesi, i russi hanno dovuto arrangiarsi con quello che avevano e oggi, oltre a dover compensare le spaventose perdite materiali dell’anno scorso, devono riuscire a rimpiazzare quelle attuali.
Ora, tutto cio’ signor Presidente, non sarebbe tecnicamente un problema per la spaventosa capacita’ produttiva dei russi, se non fosse che alla luce delle risorse materiali e umane che stanno perdendo e che quasi sicuramente perderanno a causa dell’offensiva tedesca, non possono fare tutto questo contemporaneamente. In poche parole, signor Presidente, i russi hanno raggiunto il punto di rottura e i nazisti stanno vincendo la guerra in Russia. E’ possibile che non sia la sconfitta definitiva, dopotutto potrebbero ritirarsi al di la’ degli Urali, ma non v’e’ alcun dubbio che con i tedeschi padroni della Russia Europea, la guerra contro Adolf Hitler diventera’ molto lunga e difficile.”

Nella stanza cala nuovamente il silenzio innaturale di una lunghissima pausa. Il Presidente sposta brevemente lo sguardo sul grande quadro con la cornice dorata appeso alla parete di fronte a lui, dove George Washington, in piedi sulla prua di una barca, e’ intento ad attraversare le tumultuose acque del fiume Delaware durante la Rivoluzione Americana.

“Marshall”, il Presidente rompe il silenzio, “Marshall, se ricordo bene noi stiamo aiutando da qualche tempo i russi e gli inglesi tramite spedizioni di materiale bellico e logistico autorizzate dalla Legge Affitti e Prestiti, vero?”

“Si’ signor Presidente: uno dei motivi per cui gli inglesi sono in grado di opporre a Hitler una formidabile forza aerea e per cui i russi sono sopravvissuti durante i pochi mesi necessari a riattivare la loro industria pesante, e’ proprio il materiale ricevuto tramite la Affitti e Prestiti.”

“Bene Marshall, molto bene. A questo punto credo che si possa ragionevolmente affermare che se noi intervenissimo in maniera decisamente massiccia per fornire all’Unione Sovietica il supporto e il materiale logistico di cui ha bisogno, i nostri alleati russi potrebbero concentrarsi sulla produzione bellica e tirare un respiro di sollievo: mi corregga se sbaglio Marshall.”

“No signor Presidente, non devo correggerla.”

“Bene, e con questo diluvio di materiale ritengo che i russi avranno ancora qualche chance finche’ non saranno in grado di camminare sulle loro gambe: non sono uno stratega Marshall, ma visto che la tecnologia tedesca non e’ ancora in grado di far scalare ai panzer le montagne del Caucaso e che Stalingrado non e’ ancora caduta, direi che con il nostro aiuto potrebbero evitare di perdere altro terreno e soprattutto restare in gioco, non crede Marshall?”

“Si’, signor Presidente, in teoria e’ possibile e plausibile, visto che i tedeschi hanno forse commesso un errore deviando la direttrice d’attacco principale dal Volga al Caucaso, dividendo le loro forze in due gruppi di armate. Del resto l’anno scorso, la Wermacht ha perso ingentissime quantita’ di uomini e mezzi durante la controffensiva sovietica che ha salvato Mosca, e una nazione di 80 milioni di abitanti contro una di 160, da questo punto di vista e’ nettamente svantaggiata. I tedeschi non sono riusciti che a colmare meta’ delle loro perdite. Basta che i russi tengano duro.”

Il Presidente allarga le mani: “Questo Marshall, credo sia un problema di Stalin e del suo popolo, ma alla luce delle legnate pesantissime che hanno inflitto lo scorso dicembre alla Wermacht, ho come l’impressione che contro generali come Zhukov e Rokossovsky, la casta militare prussiana abbia trovato pane per i suoi denti.”

“In effetti signore, i bolscevichi si stanno rivelando ottimi soldati e…”

“E soprattutto Marshall, i loro generali non pensano di star combattendo la seconda guerra punica…”

“Mi scusi signor Presidente?”

“Niente Marshall, niente: veniamo a noi. Se nessuno ha nulla in contrario, direi che in veste dei poteri concessimi dalla Costituzione, propongo di autorizzare una ulteriore estensione della Legge Affitti e Prestiti con effetto immediato, allo scopo di inviare ingenti quantita’ di materiale logistico ai nostri alleati russi e metterli cosi’ in grado di continuare la guerra contro i nazisti. Obiezioni?”

“Grrraaaaargghhhh, graaaarghhhhh, graaaaarghhh…” un rauco e rumoroso gorgoglio si leva da un angolo della stanza. Tutti si girano nella direzione della donna molto anziana che si contorce sulla sedia a rotelle in preda a spasmodiche convulsioni: i grandi occhiali scuri le sono caduti sulle gambe e sul volto rugoso come una prugna della California, spiccano gli occhi completamente bianchi. L’uomo altissimo, interamente vestito di nero con la faccia da becchino, ha in mano un fazzoletto grigio con il quale cerca di asciugare un filo di bava che cola dalle labbra schiumanti della donna.

“Marshall!” sbotta il Presidente, “perdio Marshall, faccia qualcosa, chiami un medico! La senatrice Bachmann sta male!”

L’uomo in divisa da generale, accenna un sorriso e con un gesto della mano fa segno al Presidente e ai presenti di calmarsi.

“Presidente, non si agiti, non e’ nulla di grave: la senatrice Bachmann sta benissimo, ma credo che sia arrivato il momento che io e Stimson aspettavamo.”

“Ma…Marshall” balbetta il Presidente, “dico e’ impazzito? Mi vuol far morire una ex senatrice repubblicana in pensione nel mio ufficio? La stampa mi fara’ letteralmente a pezzi e i repubblicani banchetteranno sul mio cadavere! Marshall, lei mi vuol morto vero?”

“Signor Presidente, la prego, si calmi, non accadra’ nulla di tutto cio’: la senatrice Bachmann sta benissimo: quel che stiamo vedendo signor Presidente sono i mercati che stanno comunicando con noi tramite la senatrice.”

Il Presidente sbianca in volto e dietro le lenti degli occhiali, il suo sguardo si sposta rapidamente dalla donna a Marshall, e viceversa.

“Signor Presidente, con il suo permesso, ora porgero’ l’orecchio alla senatrice che mi dira’ quel che i mercati pensano di questa sua decisione. Devo andarle molto vicino, perche’ e’ quasi muta: sa, l’eta’…”

Il Presidente stringe gli occhi e fa cenno col dito mignolo all’uomo in divisa da generale, di avvicinarsi alla scrivania.

“Marshall” sussurra il Presidente “faccia quello che deve fare, ma si ricordi che quando questa sporca guerra sara’ finita, mi faro’ servire la sua testa e la sua carriera su un piatto d’argento.”

“Non ce ne sara’ bisogno Presidente.”

L’uomo in divisa da generale si china sulla donna molto vecchia e per cinque interminabili minuti, il Presidente e gli altri uomini nella stanza li fissano in silenzio, finche’ d’improvviso, la donna smette di contorcersi e si accascia sulla sedia a rotelle.

“Ecco fatto signor Presidente”, esclama l’uomo in divisa da generale rialzandosi, “ora abbiamo il parere dei mercati.”

Il presidente inarca un sopracciglio e inizia a picchiettare un dito sulla scrivania.

“Bene Marshall: e che cosa dicono, di grazia?”

“Signor Presidente, secondo i mercati lei ha purtroppo avuto una pessima idea: signor Presidente, i mercati sono saggi, i mercati sono razionali ed e’ mio dovere informarla che secondo loro non solo i russi perderanno la guerra, ma noi non possiamo fare nulla per evitarglielo. Anzi, questa sua idea, seppur motivata dalle miglior intenzioni, non potra’ che peggiorare le cose.”

Il Presidente serra le labbra in un ghigno ironico: “Oh benissimo, e da quando perdere una guerra contro un dittatore feroce alla guida di un regime barbaro che ha deciso di conquistare il mondo sarebbe una pessima idea? E soprattutto, perche’?”

“Innanzitutto, signor Presidente mi permetta di ricordarle che Stalin non e’ esattamente il capo di un governo democraticamente eletto: detto fra noi, e’ un gran figlio di puttana alla guida di un regime sanguinario.”

“Questo lo so anch’io Marshall, ma nel mondo reale e contro Adolf Hitler uno non puo’ permettersi il lusso di scegliersi gli alleati come farebbe mia moglie con un profumo, non crede? Specie quando i complici giapponesi dei nazisti ci sono saltati alla gola precipitandoci in una guerra contro due macchine belliche formidabili che si sono impadronite rispettivamente dell’Europa e di meta’ Asia.”

“Lo so signor Presidente, ma secondo i mercati la sua non e’ logica razionale e di mercato: signor Presidente, i mercati sono rimasti estremamenti delusi dai russi, senza contare che il regime sovietico non e’ esattamente un amico dei mercati. 
Comunque sia, l’anno scorso, dopo la vittoria sovietica davanti a Mosca, i mercati hanno accolto positivamente questo segnale e le borse di tutto il mondo sono schizzate alle stelle. 
Ma invece di raccogliere le indicazioni e la fiducia dei mercati, i sovietici hanno fatto di testa loro e si sono fatti mettere nel sacco dai tedeschi: il risultato e’ che oggi il PIL sovietico e’ sprofondato sotto zero, e il rating del debito pubblico russo, secondo i dati di Moody’s e Standard & Poor e’  ' ZZZ -',  il che equivale a spazzatura signor Presidente. 
Diciamocelo signor Presidente: l’offensiva di Timoshenko non e’ stata esattamente un segnale positivo da lanciare ai mercati.”

“Marshall, mi permetta: non pensa che fra l’inizio dell’invasione tedesca e gli ultimi eventi in Ucraina, i russi abbiano francamente ritenuto che i ‘segnali positivi da lanciare ai mercati’ fossero l’ultima delle loro preoccupazioni?”

“Signor Presidente, con tutto il rispetto, qualsiasi cosa abbiano deciso i russi, cozza contro la logica dei mercati: signor Presidente, secondo i mercati la sua decisione di puntare su un cavallo perdente, e’ un colossale spreco di denaro pubblico e privato che non ci rechera’ alcun beneficio.”

“Mi sta dicendo Marshall, che perdere la guerra invece ce ne rechera’?”

“Signor Presidente, noi la guerra l’abbiamo appena iniziata: sono i russi che la stanno perdendo e che la perderanno. Questo e’ quello che vogliono dirle i mercati: lasci che gli eventi seguano il loro corso e tutto si aggiustera’, esattamente come accade con i mercati. 
Non cerchi di intervenire nella logica dei mercati signor Presidente, perche’ i mercati non hanno bisogno di alcun correttivo e ogni intervento specie dello stato, puo’ provocare solo gravi distorsioni. Oltre naturalmente a essere contro i principi fondanti di questa nostra grande nazione.”

 
Il Presidente piega la testa da un lato e storce le labbra: “Quindi, Marshall, quello che i mercati mi suggeriscono e’ di non far niente?”

“No, signore: quello che i mercati le consigliano e’ di “lasciar fare”: sono due cose diverse signore.”

“Quindi, i tedeschi fagociteranno la Russia, vero Marshall?”

“Temo di si’ signore: a volte la logica di mercato richiede sacrifici, ma secondo i mercati questa non sara’ ne’ la fine del mondo, ne’ la fine degli Stati Uniti. Che cosa vogliono in fondo i tedeschi e Adolf Hitler? Vogliono la Russia, e una volta ottenutala, e’ probabile che si riterranno soddisfatti e a quel punto non credo che converra’ loro continuare un’altra costosa guerra contro di noi signore. 
I mercati pensano che alla fine la logica di mercato prevarra’ e che quindi non sara’ cosi’ difficile trovare un accordo con Adolf Hitler.”

Il presidente aggrotta la fronte: “Marshall, mi sta ventilando l’ipotesi di un accordo con un autocrate sanguinario e razzista a capo di un regime totalitario?”

“Le faccio cortesemente osservare signore, che al momento, siamo alleati con un autocrate sanguinario e classista a capo di un regime totalitario.”

L’uomo in divisa da generale poggia una mano sulla scrivania: “Signore, secondo i mercati la vittoria tedesca creera’ una vasta area di cooperazione economica da Brest al Caucaso. Ci sono innumerevoli occasioni da sfruttare signore per chi sara’ pronto a coglierle, che beneficieranno noi e loro creando enorme ricchezza. Questo e’ lo scopo dei mercati signore: creare ricchezza, e questa sciocca guerra secondo loro sta interferendo con la creazione della ricchezza e la libera circolazione delle merci.”

Il Presidente sospira: “Be’, su questo ultimo punto non posso che trovarmi d’accordo coi mercati, Marshall.”

“I mercati non sbagliano mai signore, specie coi tedeschi che nonostante Adolf Hitler hanno lanciato diversi segnali positivi.”

“Del tipo Marshall? La Germania non e’ certo un paese comunista, tuttavia non mi pare che il sistema economico tedesco sia esattamente fondato sul “lasciar fare”: il partito nazionalsocialista controlla e dirige l’intera economia e perdio, hanno addirittura uno stato sociale che funziona meglio del mio.”

“Signore, intanto, a differenza di quelli russi, gli imprenditori tedeschi non scavano canali irrigui a 40 sottozero in Siberia, ma sono liberi di perseguire profitti e di creare ricchezza, e poi mi permetta, la strada e’ lunga e loro hanno appena iniziato: Hitler e’ al potere da nemmeno dieci anni. Secondo i mercati dobbiamo concedergli fiducia, dal momento che i tedeschi hanno gia’ lanciato segnali positivi.”

“Ripeto la domanda Marshall: del tipo?”

“Del tipo, che hanno risolto in maniera egregia i conflitti sindacali e abbassato sensibilmente il costo del lavoro.”

“Se lei Marshall, chiama ‘maniera egregia’ il risolvere i conflitti sindacali mettendo al muro i sindacalisti…”

“Signor Presidente, questo i mercati lo sanno, ma di nuovo: dia tempo ai tedeschi per adeguarsi alla logica di mercato.”

“A me sembra Marshall, che i tedeschi si stiano adeguando benissimo alla logica di mercato: specie per quanto riguarda il settore ‘acquisizioni’… 
Comunque Marshall, riconosco che i mercati hanno sollevato obiezioni fondate e francamente se fosse possibile evitare al popolo americano una guerra sanguinosa, lo farei senza esitare. Dopotutto, le beghe europee ci interessano molto relativamente e questi si scannano fra loro dalla caduta dell’Impero Romano. Tuttavia, Marshall, come la mettiamo coi giapponesi?”

L’uomo in divisa da generale sorride: “Signore, secondo i mercati lei ha commesso un errore imponendo l’embargo petrolifero al Giappone: una grave intrusione nei mercati che impedisce il libero scambio delle merci. E comunque signore, secondo i mercati, per il Giappone vale la stessa logica della Germania.”

“I ‘segnali positivi’ Marshall? Vogliono il Pacifico e se lo tengano? Una vasta area di coperazione economica? La creazione di ricchezza e le occasioni per chi sapra’ coglierle?”

“Esatto signore, esatto.”

“E gli inglesi, Marshall, che mi dice degli inglesi? Mi sembrano piuttosto incazzati, se mi perdona il linguaggio…”

“Gli inglesi sono un popolo di bottegai signore e con le tasche vuote. E questo non fa piacere alla City. I mercati si fidano di Churchill, mi creda.”

“Le credo, le credo Marshall, ma allora in sostanza cosa devo fare? Onestamente nutro ancora qualche perplessita’ sui suggerimenti dei mercati, ma chi sono io per oppormi alla volonta’ dei mercati che rappresentano un potere piu’ alto e democratico del mio e soprattutto la volonta’ dei creatori di ricchezza del popolo americano?”

L’uomo in divisa da generale poggia anche l’altra mano sulla scrivania: “Signor Presidente, i mercati le consigliano caldamente di ritirare l’estensione della Affitti e Prestiti e anzi, di revocare completamente la legge. Non sara’ facile, ma le garantisco che tutti i presenti in questa stanza faranno il possibile per sostenerla al Senato e alla Camera dei Rappresentanti: vero signori?”

I presenti annuiscono con un breve cenno del capo.

“Marshall, mi faccia capire: mi sta dicendo che eravate gia’ tutti d’accordo prima della riunione?”

L’uomo in divisa da generale solleva le mani dalla scrivania e assume un’espressione grave: “Signor Presidente, quel che le sto dicendo e’ che tutto quello che si e’ detto in questa stanza, rimarra’ in questa stanza.”

Nel lungo silenzio che segue, il Presidente scruta attentamente tutti gli uomini disposti a semicerchio intorno alla scrivania. Nessuno parla e alcuni evitano di incontrare il suo sguardo.

Il Presidente si toglie gli occhiali, li pulisce accuratamente con un fazzoletto che estrae dal taschino della giacca, se li rimette, e solleva lo sguardo verso l'uomo in divisa da generale.

“Va bene Marshall, e sia. Dio ci aiuti e aiuti gli Stati Uniti se abbiamo preso la decisione sbagliata.”

L’uomo in divisa da generale sorride e tende la mano al Presidente che la stringe meccanicamente.

“Bene Marshall, a questo punto direi che abbiamo finito, prenda la veggent…errr la senatrice e ci vediamo domani con gli altri per i particolari. Credo che avremo molto da fare.”

“D’accordo Presidente: grazie, e che Dio benedica lei e gli Stati Uniti D’America.”

“Amen, Marshall, amen. Si riguardi e a domani. Credo che avro’ bisogno di una intera notte di sonno. Per cortesia faccia in modo che non mi si disturbi a meno che l’intera Flotta Combinata dell’ammiraglio Yamamoto non si presenti nella Baia di San Francisco per cannoneggiare il Golden Gate.”

L’uomo in divisa da generale scoppia in una risata: “Non tema signor presidente, lo faro’.”

Anche gli altri uomini nella stanza ora ridono e si dirigono verso la porta: qualcuno si scambia pacche sulle spalle.

Il Presidente sospira, abbassa lo sguardo e lo fa scorrere distrattamente sulla scrivania.

“LA CARICA DELLA BRIGATA LEGGERA” recita il titolo in oro zecchino del prezioso volume in pelle nera vicino al telefono.

Il Presidente lo apre e si ferma sulla prima pagina dove spicca una frase scritta a mano: “Franklin, i codardi applaudono sempre i coccodrilli, nella speranza di essere divorati per ultimi. Winston.”

Il Presidente solleva lo sguardo verso un punto imprecisato della stanza e poi lo fissa sull’uomo in divisa da generale che gli da’ le spalle e scherza con l’uomo in doppiopetto grigio.

“Marshall?”

“Si’ signor Presidente?” L’uomo in divisa si gira sorridendo.

“Marshall, mi perdoni, solo un’ultima cosa e poi la lascio andare, le dispiace?”

“Certo che no signor Presidente, sono a sua disposizione.”

“Marshall, quando poco fa le ho chiesto degli inglesi, lei mi ha detto che i mercati hanno fiducia in Churchill. Mi tolga una curiosita’ Marshall, che rimarra’ ovviamente in questa stanza: ma i mercati si sono per caso premurati di far conoscere la loro opinione anche al Primo Ministro britannico?”.

“Be’ si’, signor Presidente.” L’uomo in divisa da generale continua a sorridere cordialmente.

“Ah, bene, molto bene Marshall”, il Presidente unisce entrambe le mani sulla scrivania.

“E che cosa ha detto Churchill? Me lo puo’ cortesemente riassumere?”

“Il Primo Ministro britannico e il suo Capo di Stato maggiore Sir Alan Brooke, hanno ascoltato attentamente la voce dei mercati, annuendo e scambiandosi guardi di approvazione. Dopodiche’ al termine della riunione, hanno dato il loro assenso alla proposta di rinunciare in toto alle condizioni della Legge Affitti e Prestiti e di rispedirci tutto il materiale che si trova sulle nostre navi alla fonda nei loro porti.”

“Ah, bene, benissimo Marshall. Suppongo sia tutto quello che volevo sapere: puo’ andare.”

“Grazie signor Presidente”. L’uomo in divisa fa per andarsene, poi esita e aggiunge in tono dimesso: “Sa signor Presidente, credo che le sarebbe piaciuto conoscere il rappresentante dei mercati che abbiamo inviato a Londra. Era davvero un grande imprenditore e un grande americano.”

Il presidente sgrana gli occhi dietro le lenti e fissa l’uomo in divisa: “Era? Che cosa gli e’ successo Marshall?”

L’uomo in divisa da generale aggrotta la fronte; “Un incidente signor Presidente, un tragico incidente che ha purtroppo aggiunto una nota mesta all’esito positivo della riunione londinese.”

“Si spieghi Marshall, non mi tenga sulle spine.”

“Ecco signore: al termine dell’incontro, il rappresentante dei mercati ha cortesemente declinato l’invito di Churchill a fermarsi a cena spiegando che era molto stanco e che una per serie di impegni inderogabili doveva volare a Glasgow quella sera stessa, da dove si sarebbe poi imbarcato su un cacciatorpediniere della nostra marina alla volta degli Stati Uniti.
A quel punto il Primo Ministro britannico gli ha chiesto informazioni sulla rotta e ha cortesemente insistito affinche’ al posto della squadriglia della nostra aviazione che doveva scortarlo in Scozia, provvedesse una della RAF. Churchill ha spiegato che era una questione di ospitalita’, di etichetta diplomatica e perche’ no, di un accordo fra gentiluomini. Dopodiche’ si e’ assentato per qualche minuto allo scopo di dare disposizioni personali in merito, al capo del Comando Caccia, Sir Hugh Dowding.”

“E allora?”

“E allora, l’aereo del rappresentante dei mercati e’ decollato da un aeroporto segreto a nord della capitale britannica verso le 14,45 Zulu Time, e verso le 15, 15 la torre di controllo ha improvvisamente perso il contatto radio.

Il Presidente inarca un sopracciglio: “Un guasto meccanico?”

“No signore, temo peggio: qualche minuto dopo, i quattro Spitfire inglesi della scorta sono atterrati senza l’aereo del rappresentante dei mercati, e durante l’ovvio e concitato briefing successivo con gli attache’ militari della nostra aviazione, i piloti britannici hanno raccontato di essere stati attaccati da almeno dieci caccia Focke Wulf tedeschi spuntati letteralmente dal nulla. 
Come siano riusciti a eludere la sorveglianza radar britannica e a spingersi cosi’ all’interno dello spazio aereo inglese e’ ancora un mistero signore, forse hanno una nuova contromisura che noi non conosciamo, ma fatto sta che qualche secondo dopo, nei cieli delle Midlands, si e’ accesa una furibonda battaglia aerea.”

“Assolutamente incredibile Marshall, assolutamente incredibile.”

“Si’ signore, concordo. ad ogni modo, i quattro Spitfire, seppur in netta inferiorita’ numerica, hanno fatto di tutto per difendere il lento areo da trasporto del rappresentante dei mercati che tuttavia, qualche minuto dopo l’inizio dell’attacco, e’ precipitato in fiamme schiantandosi al suolo. Non ci sono stati sopravvissuti, signor Presidente.”

Il Presidente fa una smorfia con le labbra: “Impressionante Marshall, impressionante e tragico, concordo. Posso fare qualcosa per il funerale ed eventualmente la vedova e la famiglia del signor…non mi ha detto come si chiama Marshall.”

“Mitt Romney Sr, signor Presidente, e comunque no, la ringrazio, ma abbiamo gia’ provveduto noi a tutto. Stiamo anche collaborando con gli inglesi per accertare la dinamica dell’attacco. La cosa inspiegabile e’ che secondo gli inglesi quel giorno la Lutwaffe sembrava particolarmente attiva, mentre secondo il nostro servizio informazioni in loco, nessun caccia tedesco sembra essersi levato in volo verso l’Inghilterra. Se i tedeschi hanno trovato il modo di giocarci qualche scherzetto tramite uno degli aggeggi delle loro teste d’uovo, sara’ meglio saperlo subito.”

“Naturalmente Marshall, naturalmente. A proposito, presumo che l’esito tragico della riunione londinese non pregiudichi in alcun modo quello della nostra, vero?”

L’uomo in divisa da generale sorride: “No signore, la nostra e’ l’ultima parola perche’ l’Affitti e Prestiti e’ nostra: il parere degli inglesi, seppur significativo non e’ vincolante.”

“Capisco Marshall, capisco”, il Presidente annuisce pensosamente, si adagia sullo schienale della sedia e scruta attentamente l’uomo in divisa da generale: “Marshall, mi dica una cosa. Come intende tornare a casa la senatrice Bachmann?”

“Nel Minnesota signor Presidente? Col suo aereo privato signor Presidente. Credo che sia gia’ sulla strada per l’aeroporto signore.”

Il presidente si sporge verso l’uomo in divisa da generale: “Esatto, esatto Mashall: era quel che temevo. Marshall, questa tragedia non puo’ essere esclusivamente imputata al caso: il mio istinto mi dice che qualcosa non va, e io mi fido del mio istinto.”

“Certo signore, anch’io del suo.”

“Bene, benissimo Marshall, perche’ credo proprio che alla luce di quanto e’ accaduto e di quel che abbiamo in gioco, qualcuno stia remando contro: e quel qualcuno non puo’ essere nient’altro che il nemico. I nazisti e i giapponesi hanno deciso di giocarci un brutto tiro: il perche’ non mi e’ chiaro, ma mi permetto di insistere affinche’ la senatrice Bachmann sia scortata in Minnesota da una squadriglia della nostra aviazione.”

“Ma, ma, Presidente, con tutto il rispetto ritengo assai improbabile che i giapponesi abbiano aerei da caccia con una autonomia tale da consentirgli di attraversare un oceano e un continente.”

“Davvero Marshall? Anche gli inglesi pensavano che i tedeschi non potessero in alcun modo eludere la loro efficacissima copertura radar: eppure e’ successo. Marshall, qui sono in ballo i destini del mondo, degli Stati Uniti e dei mercati: non possiamo permetterci il piu’ piccolo e insignificante errore. 
Marshall, e’ mio preciso dovere fare in modo che la senatrice arrivi sana e salva in Minnesota, perche’ qui c’e’ qualcosa di molto strano. Mi creda. I tedeschi e i musi gialli sono capaci di tutto. Lo sa che abbiamo scoperto un piano giapponese per bombardarci utilizzando palloni aerostatici lanciati nelle correnti a getto della troposfera?”

“N…no, signore…”

“Ecco, ora lo sa. Lasci fare a me Marshall: ora contattero’ personalmente il nostro Comando Caccia e istruiro’ personalmente il comandante…anzi, i piloti della squadriglia che scorteranno la senatrice. Si ricordi Marshall: in certi casi, nulla puo’ essere lasciato al caso!”

L’uomo in divisa da generale, aggrotta la fronte e fissa il Presidente.

“Temo che abbia ragione lei signor Presidente: non possiamo permetterci il minimo errore. Sono stato davvero uno sciocco a non vedere le implicazioni di quel che e’ successo in Inghilterra. Le chiedo scusa Presidente.”

“Non c’e’ problema Marshall: del resto questo e’ il motivo per cui io sono il suo presidente e lei il mio capo di stato maggiore. Ora puo’ andare e non si preoccupi: pensero’ a tutto io.”

L’uomo in divisa da generale sorride nervosamente: “Grazie Presidente, grazie. Ora che ci penso, mi ha tolto un peso.”

“E lei a me Marshall, e lei a me: grazie e arrivederla.”

“Arrivederla Presidente, a domani.”

Il soldato di guardia chiude la porta, saluta e scatta sull’attenti.

Il Presidente, guarda il libro vicino al telefono e sorride.


21 comments:

Finrod said...

ma non se ne parla nemmeno di leggere 20 pagine sul blog! Ho copincollato il tutto su Pages, salvato e poi esportato come ePub (24 KB). Calibre lo apre senza problemi e ad una veloce occhiata non sembra che l'esportazione abbia fatto danni. Domani lo carico sul Cybook e lo metto in coda tra le "cose da leggere" (è una lista lunga, ci vorranno mesi)

Yossarian said...

@Finrod

No prob, Finrod, capisco: tuttavia non ho altra scelta e a me va bene cosi'.

Tanto non e' che perdo quattrini e sai bene che a me degli accessi interessa molto relativamente.

:-)

Buona lettura comunque!

magiupa said...

carino,veramente carino.
la caratterizzazione dei personaggi è tua o ti sei rifatto a qualche informazione?
per dirla breve,Patton si credeva davvero Annibale?

Neurocoso said...

Tutto d'un fiato!

Io la Bachmann l'avrei fatta sollevare in aria con gli occhi ribaltati all'indietro (che in effetti già ha) e con la voce moltiplicata e monotona. :D

Comunque, tutto questo ha un retrogusto amarissimo... anzi, manco il retrogusto.

E chissà perché, avevo il sentore che in effetti ci avresti messo di mezzo Ayn Rand (anche se solo "di taglio"), vista la tua simpatia per la tal stronzona ;)

itto ogami said...

ma è geniale!
terribili, i mercati!

Yossarian said...

@Magiupa

la caratterizzazione dei personaggi è tua o ti sei rifatto a qualche informazione?
per dirla breve,Patton si credeva davvero Annibale?



La caratterizzazione di Patton e' fedelissima: si', si credeva davvero la reincarnazione di Annibale e a volte di un legionario romano o un soldato di Napoleone.

Era fuori come un balcone.

Quanto agli altri ci ho messo del mio, nonostante Roosevelt sia piuttosto fedele a quello reale che era uno strano miscuglio fra idealismo e spietato pragmatismo che non aveva nulla da invidiare a Stalin.

Yossarian said...

@Neurocoso

Comunque, tutto questo ha un retrogusto amarissimo... anzi, manco il retrogusto.

Si', hai colto nel segno: c'e' un retrogusto amaro. Il mio non e' anticapitalismo da operetta, io non sono affatto anticapitalista: e' la constatazione che esiste un certo tipo di "capitalismo" che per cieca fede nel sistema, assomiglia molto al comunismo e di cui stiamo pagando le conseguenze.

E' un sistema che rifiuta, come il comunismo, di ammettere errori e che e' impervio alle critiche.

Io disprezzo entrambi, sia il comunsimo, sia questo tipo di capitalismo, perche' sono entrambi ideologie, e in tal senso va colto il riferimento alla Rand: il Gino Strada dei libertari, tanto nefasta, retorica e fanatica, quanto Gino Strada.

:-)

Yossarian said...

@itto ogami

ma è geniale!
terribili, i mercati!



Itto grazie, in parte mi hanno ispirato le cose che scrivi tu, quindi ti sono debitore.

:-)

Quanto ai mercati, sono gli uomini a essere terribili non i mercati, che nel senso inteso da chi li eleva a divinita' non esistono: sono un culto come il comunismo.

Anonymous said...

Capo, 'sta roba è molto fica.

rdv

Yossarian said...

@RDV

Hey grazie vecio. Mi fa molto piacere che me lo dica tu e non sai quanto.

Grazie sul serio.

:-)


PS. Tette

shevathas said...

Complimenti, è un racconto divertente e con un buon ritmo.
la morale è: "meglio diffidare di entità vaghe ed indefinite, e dei loro profeti ?"

itto ogami said...

effettivamente, quando l'ho letto mi sentivo un po' responsabile...

comunque, sono sicuro che io e te, con il necessario supporto di due casse di birra e di un porceddu a testa, riusciremmo a produrre un romanzo della maronna...
teniamolo presente quando ti vengo a trovare, te e la tua signora, in quel là della perfida albionia...

Belgico said...

Si davvero carino, d'altronde "rigiocare" la storia é davvero divertente no ? soprattutto quando le ipotesi e gli scenari sono realistici : effettivamente gli USA non avevano davvero sta gran voglia di entrare in guerra e la lobby dei mercati é sempre stata filo-nazista (i Ford, i Kennedy, Lindenberg, etc.) Il tuo scritto rientra un po' nel filone di Fatherland di Harris e Complotto contro l'america di P. Roth....
Ciao

Palmiro Pangloss said...

LOL ottimo! Un unico appunto: Patton era californiano, ma non di quelli col surf :-)

Finrod said...

letto! Piaciuto molto :-) Ci sono solo un paio di questioni: imho per un racconto di queste dimensioni la digressione di Marshall sulla situazione strategica russa (per quanto interessante) mi sembra un po' troppo lunga, inoltre sono perplesso sull'accostamento tra la Bachmann e Romney, se la prima dovrebbe corrispondere alla parodia che ne fai, chi è riuscito a diventare governatore della "socialist republic" del Massachusetts e che ha fatto una riforma sanitaria a cui si è ispirato Obama, forse no?

Yossarian said...

@Finrod

Ci sono solo un paio di questioni: imho per un racconto di queste dimensioni la digressione di Marshall sulla situazione strategica russa (per quanto interessante) mi sembra un po' troppo lunga

Si', obiezione accolta: anche la mia signora era un po' scettica su quella parte.


inoltre sono perplesso sull'accostamento tra la Bachmann e Romney, se la prima dovrebbe corrispondere alla parodia che ne fai, chi è riuscito a diventare governatore della "socialist republic" del Massachusetts e che ha fatto una riforma sanitaria a cui si è ispirato Obama, forse no?

Uhmmm, si': accetto anche questa obiezione. E' un accostamento deboluccio.

Grazie Finrod, hai sollevato due obiezioni che condivido.

:-)

Yossarian said...

@Palmiro

Palmiro, vecchio mio, hai perfettamente ragione, mi sono confuso. Mannaggia a me. Hai fatto bene a farmelo osservare: questo e' un errore da matita blu.

Chiedo venia.

:-)

Yossarian said...

@Belgico

Grazie, anche se non ho il successo di Harris e la bravura di Roth.

:-)

Yossarian said...

@Shevathas

Esatto. :-)

Paolo aus Triest said...

Bello come racconto
Un po' criptico (e chi sapeva prima di ieri sera chi fosse stata Ayn Rand?) ma abbastanza interessante.
Interessante e tragico. Tragico per i concetti, perchè il mondo sta proprio "funzionando" (virgolette obbligate) così. Lo so, indovini non siamo nessuno (se lo fossi avrei già vinto al superenalotto! :D), ma ci si può chiedere: come andrà a finire oggi?

Noticina tecnica: per stamparlo l'ho impaginato per stamparlo, ho usato OpenOffice, mi sono venute meno di 8 pagine, corpo 10 con qualche modesta rettifica ortografica (tipo le accentate scritte come tali).

Minkia Mouse said...

Copio, incollo e lo trasformo in epub!

Me lo godo anche di più!