Tuesday, 21 June 2011

When you see it, you'll shit bricks - The Tunnel


Ora, so bene che qua sopra c’è gente che aspetta trepidante storie di guerra da parte dell’inossidabile Ciccione Col Pizzetto™, che io sono pure arrivata a chiedermi se per caso a voialtri non siano venuti a mancare i nonni quando ancora eravate fanciulli. Per dire.
Ad ogni modo, in attesa del prossimo post di Yossarian, visto che bramate storie di guerra, o di politica internazionale, o d’attualità, io vi parlerò di tutt’altro. Mi pare giusto, insomma.

Nonostante nel paese meteorologicamente ritardato in cui risiedo ci siano al momento 18° di massima, oggi con il Solstizio si entra ufficialmente nell’estate. E – almeno per quanto mi riguarda – l’estate non è estate se insieme alle zanzare e agli eczemi non porta con sé anche una qualche bella rassegna di cinema horror.
Non saprei dire per quale motivo la bella stagione si sposi così bene con un genere che di solare ha ben poco, ma resta il fatto che per gli appassionati di brividi su pellicola (e io mi conto tra le loro fila), gustarsi il filmazzo de paura nelle notti estive ha del mistico.
Anche Yossarian è un grande estimatore del genere, sapete.
Immaginatevelo in mutande con una birra diacciata in mano, che straborda sudando sul sofà mentre sullo schermo Linda Blair vomita crema di piselli.
Ora vi concederò dieci secondi per riprendervi dallo shock causato dell’immagine mentale che vi ho fatto visualizzare a tradimento. Che sennò perdete il filo di quello che sto dicendo, mica per altro.

Dunque, sono lieta di annunciarvi che da oggi apro ufficialmente "When you see it, you'll shit bricks", la rubrica settimanale dedicata al cinema horror. Se il riscontro sarà positivo conto di tenerla su fino al prossimo autunno, e poi si vedrà.
Qualche piccolo appunto prima di passare alla selezione di questa settimana: a meno che non mi venga chiesto espressamente, dubito che in questo spazio verranno discussi film horror precedenti alla metà degli anni novanta. I motivi sono semplici: da una parte, il cinema horror – come tutto il cinema puramente di genere – invecchia male nella maggior parte dei casi. Come spesso capita, il più grande pregio coincide con il peggior difetto, e – nel caso degli horror – la capacità di tratteggiare con puntualità paure e desideri di un’epoca, finisce per renderli presto datati agli occhi delle generazioni successive. Non c’è molto da aggiungere in proposito.
E per quanto riguarda le eccezioni, ovvero quei film che trascendono il genere e diventano qualcosa di universale (prosaicamente parlando, quelli che ancora oggi fanno cagare in mano chi li guarda), è stato già detto così tanto a loro riguardo, che onestamente trovo ridondante il discuterne ulteriormente. Sono film che per forza di cose verranno nominati spesso qui sopra, non foss’altro perché sono quasi sempre gli antesignani di un filone. Ma per il momento, trovo più stimolante occuparmi di titoli magari meno famosi, e più recenti.


E dunque, andiamo a principiare proprio con un titolo uscito lo scorso 19 Maggio: trattasi dell’australiano “The Tunnel”, scritto da Enzo Tedeschi e Julian Harvey, e diretto da Carlo Ledesma.
La prima cosa (e non certo l’ultima) che colpisce riguardo questo film, è il metodo scelto per distribuirlo. Tedeschi e Harvey – anche nei ruoli di produttori e distributori con la loro casa di produzione Zapruder’s Other Films (il nome è geniale) – hanno infatti affidato la pellicola quasi esclusivamente a Internet: a parte quattro date speciali all’Hoyts di Sidney su IMAX sparpagliate nell’arco di questo mese (la terza proiezione sarà giusto domani), il film è stato messo a disposizione del pubblico tramite il sito creato appositamente per il 135K Project, di cui “The Tunnel” fa parte.
Se è pur vero che Internet viene sfruttato dall’industria del cinema ormai da diversi anni a scopo promozionale, e come mezzo di distribuzione a pagamento, il 135K Project ha però la caratteristica unica di permettere al pubblico il download gratuito del film.
Avete capito bene, “The Tunnel” è agratise. Potete andare sul sito anche ora e cominciare a scaricarlo. Poi però tornate qui e finite di leggere il post, non fate i maleducati sennò il Brodo Di Tofu™ si adira.
Comunque, si diceva. I ragazzi del 135K Project – e davvero di ragazzi si può parlare, considerata l’età media del gruppo – sembrano aver colto lo spirito dei tempi meglio di parecchi nomi altisonanti dell’industria cinematografica (e non). Ecco uno stralcio, liberamente tradotto da me, di ciò che sostengono: “Invece di sprecare milioni di dollari combattendo una battaglia persa in partenza contro la pirateria su Internet, forse dovremmo cercare un modo per accogliere le possibilità che questo nuovo mondo ci offre. […] Dopo aver guardato per anni con frustrazione alla ben poca lungimiranza e alla mentalità ristretta dell’industria cinematografica nei confronti della comunità di Internet, abbiamo pensato fosse il momento di provare qualcosa di nuovo. Ecco come è nato il 135K Project.” [1]
Non so a voi, ma a me questi matti stan simpatici.
Ovviamente, affinché il progetto vada avanti a sfornare nuovi film autoprodotti e gratuiti, il supporto della citata “online community” risulta cruciale: dal sito è possibile acquistare il DVD, vario merchandising e perfino i fotogrammi del film in formato jpg ad alta risoluzione per la cifra simbolica di un dollaro. I prezzi sono più che abbordabili, e vien davvero voglia di aiutarli questi ragazzi, soprattutto se si pensa a pellicole fatte con ben poca passione e dal budget faraonico, che finiscono per rivelarsi ciofeche immonde.
Voglio dire, verrebbe da aiutarli a prescindere dalla qualità dei loro prodotti, ma si da il caso che – come accennavo prima – la peculiarità della distribuzione non sia l’unica sorpresa che riserva “The Tunnel”.

Non ci troviamo di fronte al nuovo “The Shining”, togliamoci questo dente.
Detto questo, si tratta dell’opera prima di un regista che, non so di preciso quanti anni abbia, ma dalla foto sul sito vien da pensare abbiano cominciato a servirlo al pub da non molto. Come film d’esordio è sorprendentemente ben fatto.
Come spesso capita nel genere horror, la storia narrata affonda le radici nel realmente accaduto: nel 2007, in seguito a una stagione estremamente arida che aveva lasciato la regione in balia della siccità, l’allora amministrazione del New South Wales pensò di risolvere il problema attingendo acqua dal lago St.James.
A dispetto del nome che potrebbe evocare scenari bucolici, il lago St.James è in realtà un vecchio tunnel allagato e – ovviamente – ormai in disuso della metropolitana di Sidney. Vasto come un lago, ma nelle viscere della città, il St.James allora sembrò la risposta alle preghiere del governo per arginare il malcontento dei cittadini. L’operazione venne ampiamente pubblicizzata dai media, ma poco dopo l’inizio dei lavori, il progetto venne repentinamente abbandonato e sparì dalle news nazionali, per mai più tornarci.
Utilizzando questo fatto di politica interna come storia di sfondo, il film in sé viene camuffato da documentario. Per la precisione, da documentario sulla realizzazione di un documentario mancato: quello che Natasha Warner – un’ambiziosa reporter televisiva, con alle spalle un non meglio specificato fallimento giornalistico – tenterà di girare per riscattarsi professionalmente.
“The Tunnel” dunque sembra il lavoro di un anonimo giornalista che pazientemente ha raccolto le testimonianze, i filmati delle telecamere di sorveglianza, finanche alcune sequenze di vita privata dei protagonisti della vicenda. E naturalmente, le riprese del documentario incompiuto.
In questo modo veniamo a sapere di come Natasha – fiutata la pista del progetto St.James – abbia da prima indagato in maniera ortodossa tentando d’intervistare i responsabili, e i pochi testimoni racimolati. Di come – non riuscendo a cavare un ragno dal buco – abbia in seguito gettato la professionalità alle ortiche, per paura di dover abbandonare un’inchiesta che lei sola continua a credere valida. E di come infine, abbia mentito a tre colleghi della redazione sull’autorizzazione a procedere da parte del loro capo, affinché l’aiutino a documentare la spedizione nei tunnel sotto la città.

Sembrerebbe un classico esempio di “indovina chi schiatta”.
Eppure – nonostante si venga informati da subito che alcuni protagonisti della vicenda hanno rifiutato di lasciarsi “intervistare” – non viene concesso molto spazio alle ipotesi, se si considera che due dei quattro personaggi principali son lì a raccontarla.
Nonostante il pubblico abbia accolto il film positivamente, in molti hanno criticato questa scelta narrativa. Per quanto mi riguarda, a me non dispiace: ho sempre favorito la suspense ai sorpresoni, e trovo coraggioso l’aver incentrato il film sull’atmosfera e i personaggi piuttosto che sul toto-mattanza. Inoltre, proprio grazie al lavoro fatto sui protagonisti – e alla lungimiranza nella scelta degli attori che li hanno interpretati – quando il fato colpisce, magari non stupirà più di tanto, ma dispiace parecchio. Non sono infatti le solite figure stereotipate comuni a tante pellicole horror, che si lasciano dimenticare due secondi dopo che l’assassino/il mostro/l’alieno le ha accoppate.
Ci si affeziona ai personaggi (in particolar modo alla figura di Steve il cameraman e Tangles il fonico), e l’alchimia tra gli attori funziona come si deve – aspetto basilare in questo genere di film a bassissimo budget, dove spesso il taglio cinematografico è dettato più dalla necessità che dalla scelta: una videocamera costa meno di una macchina da presa, delle riprese “estemporanee” permettono di risparmiare sulle ambientazioni.
E’ ovvio però che se si sacrifica molta della messa in scena, si dovrà lavorare di fino sui personaggi. Basta un cattivo attore, o un protagonista tratteggiato in maniera superficiale, e di colpo il realismo tanto agognato da questo tipo di cinema va a farsi un giro.

Questo tipo di cinema, eggià.
Le influenze più evidenti vengono dal filone horror finto documentaristico nato con “The Blair Witch Project”, e da me soprannominato “Travelgum” per la simpatica caratteristica delle riprese beccheggianti che fanno venire il mal d’auto dopo dieci minuti di visione: “Cloverfield”, “Rec” (e il suo remake statunitense "Quarantine"), “The Poughkeepsie Tape” son tutti esempi illustri (ma aleggia potente nell’aria anche l’ottimo – e con riprese “tradizionali” – “The Descent”).
Tuttavia, il nostro Carlo Ledesma deve aver studiato con cura i film in questione, ed ha evitato la causa principale per cui si ottiene l’effetto Travelgum, che non è – come si potrebbe essere portati a pensare – dovuto al mero uso della camera a mano come strumento di ripresa.
Bensì, il pretendere che sia perfettamente logico che in una situazione di estremo pericolo/panico/tragedia i protagonisti continuino a tenersi la videocamera appiccicata alla faccia manco fossero alla recita scolastica dei figli. [2]
Naturalmente, le sequenze di questo genere – oltre a fornire il grosso dell’effetto Travelgum – uccidono come poche altre cose al mondo la sospensione di incredulità dello spettatore, e considerato che tutto lo sbattimento del finto documentario, delle riprese pseudo amatoriali e compagnia bella dovrebbe servire proprio a coinvolgere di più il pubblico, voi capite di che razza d’autogol galattico si tratti.
Ebbene, “The Tunnel” si guarda bene dal commettere questo tipo di errori: la presenza continua della camera a mano viene intelligentemente giustificata dalla necessità dei protagonisti d’illuminarsi la via nei claustrofobici tunnel sotterranei. E nelle scene di pericolo viene sempre o abbandonata (anche se in punti strategici, è chiaro) o tenuta casualmente in mano o al collo prima di correre in aiuto di un compagno, o in generale per salvarsi le terga.
Si respira in effetti un’aria di “autenticità”, e risulta difficile rimanere distaccati, anche grazie a uno splendido lavoro audio che esalta e moltiplica i suoni naturali dei tunnel.

Come ultima riflessione su “The Tunnel”, ho trovato intrigante che per la prima volta l’horror australiano abbia preso in considerazione l’ambientazione sotterranea.
In Europa e Stati Uniti è un cavallo di battaglia già da svariati decenni, per non parlare dell’Asia, con le sue bambine cattive murate nei pozzi. Ma fino ad ora (che io sappia) l’Australia aveva prediletto i suoi scenari sconfinati come covo per la paura, l’inquietudine, l’ignoto.
Dalla magnificenza di “Picnic at Hanging Rock” di Weir fino allo scalcagnato “Wolf Creek” di Greg Mclean, era la vastità dello spazio deserto tra il punto A e il punto B a generare spavento, non dissimilmente da un certo filone americano (un altro paese dalle enormi distanze).
Uno spavento fin troppo comprensibile, se si pensa che gran parte del continente australiano è spopolato e ancora – per molti versi – piuttosto misterioso, e di come sia naturale temere ciò che si conosce poco o niente.
Il sottosuolo, d’altro canto, evoca tutt’altro spauracchio: ha connotazioni psicologiche, richiama le profondità dell’animo umano, evoca ciò che è sepolto nel passato di una persona o di una nazione. Le villette a schiera di “Poltergeist” che sprizzano American Way da ogni infisso, costruite su un cimitero pellerossa. Il guanto di Freddy Krueger nascosto in una caldaia, in cantina. I vecchi paesi hanno tante cose sepolte che non vogliono saperne di morire.
Ed è peculiare come questo regista esordiente abbia introdotto il genere anche nel paese “sottosopra”, con un film che parla di indagini, di scandali politici e mostri celati nel sottosuolo.
All’improvviso, al più giovane dei continenti è spuntata una ruga.


(Ora potete andare a guardare il film. Il Brodo Di Tofu™ non si arrabbierà. Cioè, si arrabbierà se non andate a guardare il film. Quindi andate a guardare il film. O si arrabbierà.)




[1] Per gli anglofoni, il testo originale: "But perhaps rather than wasting millions of dollars fighting a losing battle against internet piracy, we should try and find a way to embrace the possibilities that this new world brings. [...] After spending years being frustrated by what we saw as the movie industry’s short-sighted and conventional outlook towards the online community, we decided it was time to try something different – The 135K Project was born. "

[2]Uno degli esempi più emblematici viene proprio da “The Blair Witch Project” (film che nonostante abbia il merito di aver inaugurato un intero sotto genere, io ho sempre considerato ridicolo) con l’ormai celebre sequenza della fuga notturna nel fitto dei boschi del misero Josh, tallonato dai suoi amici videocamera-muniti. Poiché è una cosa che faremmo tutti, voglio dire, un amico si mette a fare Mennea nel cuore della notte in mezzo a un bosco strizza culo, la prima cosa che viene in mente di fare è raccattare la videocamera per riprendergli le chiappe saltellanti mentre gli si corre dietro.