Monday, 27 August 2012

La piu' colossale "delocalizzazione" della Storia


Come avevo annunciato su Facebook, mi avanzava del materiale molto interessante raccolto per il post precedente sulla morte di Stalin e ho quindi deciso di ammannirvi un post dedicato al monumentale "trasloco" dell'industria pesante sovietica all'inizio dell'Operazione Barbarossa: una colossale "delocalizzazione" che salvo' la produzione bellica dell'URSS permettendole di continuare e vincere la guerra contro i nazisti.

Il giorno del solstizio d'estate 1941 (22 giugno), 146 divisioni tedesche attaccarono di sorpresa l'Unione Sovietica, a cui  la Germania nazista era legata dal Patto di non Aggressione Molotov-Ribbentrop, firmato nell'agosto del 1939.


Per vari et assortiti motivi che non rientrano nello scopo di questo post, Stalin venne colto con le brache calate e le veloci Panzerdivision della Wehrmacht supportate dalla Luftwaffe, iniziarono con ampie manovre d'accerchiamento, ad annientare sistematicamente le grosse, lente e disorganizzate formazioni sovietiche, la cui vulnerabilita' era accresciuta sensibilmente dalla disposizione da ritardato mentale scelta da Stalin, che al posto di una difesa in profondita', aveva optato, per altri vari et assortiti motivi che non rientrano negli scopi di questo post, per una "difesa avanzata" sui confini dell'URSS.


Le direttrici d'attacco tedesche: 22 giugno 1941.

Il "piano ideologico" di Hitler era piuttosto semplice: in osservanza ai precetti delle sue dottrine razziali e dello "spazio vitale" ("Lebensraum", termine coniato non da Hitler, bensi' dal geografo ed etnografo tedesco Friedrich Ratzel nel 1901), la Russia Europea e le sue vaste risorse agricole e minerarie, sarebbe dovuta diventare una colonia tedesca, abitata da coloni tedeschi, assicurando cosi' il sostentamento al "Reich dei Mille Anni" in quella che sarebbe stata la successiva sfida contro gli Stati Uniti e l'Impero Britannico.
 

Il destino dei piu' di 100 milioni di russi che "incidentalmente" si trovavano a occupare quella che era casa loro, era inevitabilmente segnato da tre "peccati originali" che il nazismo non perdonava: l'appartenenza a una razza inferiore (quella slava), essere comunisti, ed essendo comunisti fare parte del complotto ebraico di cui il comunismo era l'espressione compiuta.

Sulla carta, i pianificatori nazisti non prevedevano per i russi lo sterminio sistematico riservato agli arcinemici ebrei, ma in realta', essere slavo nell'ambito del Generalplan Ost (Piano Generale per l'Europa Orientale) equivaleva a essere una bestia da soma a completa disposizione dei capricci dei padroni ariani: in sostanza, carne morta.


Generalplan Ost: la Russia sotto il Nuovo Ordine nazista.

Dal punto di vista militare, i tedeschi prevedevano di fermarsi su una linea che dalla citta' di Arkhangelsk sul Mar Bianco si spingeva fino ad Astrakhan sul Mar Caspio, dopo aver accerchiato e distrutto il grosso dell'Armata Rossa nel settore del Gruppo Armate Centro, prima che i sovietici si ritirassero oltre il corridoio formato dai fiumi Dvina e Dniepr nei pressi di Smolensk: in sostanza la classica dottrina difensiva russa di cedere terreno in cambio di tempo attirando  il nemico in profondita' nel territorio russo.

Una dottrina che aveva funzionato egregiamente per secoli, come nel 1709 contro gli svedesi guidati da Carlo XII e contro Napoleone nel 1812 e che, anche nel 1941 a causa di alcuni gravi errori commessi dello Stato Maggiore tedesco, la Wehrmacht non riusci' a impedire.

Non e' questa la sede per discuterne, ma contrariamente a quanto si pensa e soprattutto a quanto sostenne dopo la guerra la casta militare prussiana per rifarsi una verginita' dopo il patto col demonio, buona parte di questi errori non fu commessa da Hitler, ma dai suoi generali. 


Pianificazione e esodo.

Se l'Operazione Barbarossa colse completamente di sorpresa Stalin e l'Armata Rossa, altrettanto non si puo' dire dell'economia sovietica: i comunisti erano degli esseri umani abominevoli, ma al contrario di quei mongoloidi a pile dei liberisti che credono in idiozie stregonesche tipo "se i confini sono attraversati da merci difficilmente saranno attraversati da eserciti" (Claude Frédéric Bastiat), Peppe Baffone e i suoi pragmatici pianificatori marxisti-leninisti, avevano correttamente previsto che negli anni 40 sarebbe scoppiata una guerra europea su vasta scala  e quasi certamente contro la Germania nazista.

 Nell'aprile 1938 era stato infatti istituito uno speciale comitato industrial-militare allo scopo di organizzare la  rapida conversione e mobilitazione dell'industria pesante sovietica dalla produzione civile a quella bellica.

Da questo punto di vista, allo scoppio della guerra, l'industria sovietica era piu' pronta di quella americana che entro' in guerra sette mesi dopo, dal momento che l'intero dispositivo economico girava gia' a pieno regime grazie all'industrializzazione forzata voluta da Stalin con l'introduzione dei famigerati Piani Quinquennali  nel 1931 (quello che entro' nella Seconda Guerra Mondiale era il terzo, iniziato nel 1938).

In Russia, nel 1940,  la produzione di armi e materiale bellico aveva gia' sorpassato quella di beni di consumo, tanto che la produzione di articoli come macchine da cucire e macchine fotografiche era cessata completamente.

Del resto, tutte le fabbriche di locomotive e trattori costruite alla fine degli anni 30 erano state pensate per una rapida riconversione alla produzione di tank, cosi' come l'intero indotto manifatturiero era pronto per una riconversione alla produzione di armi e munizioni.

Fra l'altro, il programma di mobilitazione prevedeva gia' il "trasloco" di tutta l'industria pesante dalla Russia Europea agli Urali, anche se per motivi politici legati al timore che potesse essere interpretato come "disfattismo antirivoluzionario", il piano di evacuazione non venne mai reso pubblico.

Ma il 24 giugno del 1941, a due giorni dall'inizio dell'invasione tedesca e con l'Armata Rossa nel guano fino al collo, tale piano divenne una necessita', accentuata dalla rapidita' con la quale la Wehrmacht stava penetrando nel territorio russo.

Quello stesso giorno venne infatti nominato  il  Consiglio per l'Evacuazione, il cui vice-presidente Alexei Kosygin (uomo intelligente di vedute decisamente riformatrici che durante la Guerra Fredda divenne Primo Ministro dell'URSS affiancando il Segretario del PCUS Leonida Breznev) dopo aver ricevuto da Stalin l'ordine di alzare il culo, ordino' al direttore del GOSPLAN (Gosudarstvenny Komitet po Planirovaniyu, Commissione Statale per la Pianificazione) Nikolai Voznesenskii, di muovere il culo e organizzare la "delocalizzazione" di tutti gli impianti e la manodopera della Russia Europea verso gli Urali.

 E quando Stalin vi dice di muovere il culo, voi prima sparate il culo con un cannone ad alta velocita' e poi gli correte appresso per essere sicuri di non arrivare in ritardo.

I numeri di questo colossale esodo, come tutti i numeri  della guerra sul Fronte Orientale, fanno girare la testa: nel 1941 furono spostate complessivamente 1360 fabbriche, di cui 455 negli Urali,  210 nella Siberia Occidentale, 250 nell'Asia Centrale e nel Kazakistan e il resto nella Siberia Orientale.

La procedura era stata semplificata al massimo per evitare i cronici "colli di bottiglia" del regime sovietico: una volta accertata l'approssimarsi della minaccia a uno stabilimento, il soviet locale inviava una richiesta al commissario industriale responsabile di quel settore, che, dopo aver analizzato la situazione e verificato la necessita' di battersela alla velocita' della luce, otteneva il via libera dal Consiglio per l'Evacuazione che assegnava inoltre data, mezzi di trasporto e destinazione finale dello stabilimento, anche se in alcuni casi di particolare emergenza, le autorita' locali agirono autonomamente scavalcando l'autorita' centrale.

Tuttavia, che si trattasse di intelligente pianificazione, di patriottismo, di fedelta' al partito, paura dei nazisti o semplice coercizione, questo sforzo immenso  fu reso possibile esclusivamente grazie all'ottimo stato delle ferrovie sovietiche, visto che la rete stradale russa come si accorsero ben presto a spese loro i tedeschi, faceva cagare mattoni ed era in una condizione forse peggiore di quella di un paese odierno del Terzo Mondo.

 E di quelli sfigati forte.

Comunque, a questo punto abbiamo il piano, gli uomini e i mezzi di trasporto per spostare il tutto, quindi si puo' cominciare? Uhmmm, non proprio, perche' rimane ancora un piccolo dettaglio da prendere in considerazione: siamo anche impegnati nella piu' gigantesca campagna bellica terrestre della storia dell'umanita' contro un nemico stronzo, intelligente, preparato e bene armato che ci vuole morti e che per questo sarebbe opportuno fermare.

Il problema organizzativo era stupendamente complesso nella sua apparente semplicita': bisognava trovare il materiale rotabile e le linee ferroviarie per spostare l'intero apparato industriale sovietico dalla Russia Europea al resto del paese, e, contemporaneamente, per mobilitare, inviare al fronte e rifornire due milioni e mezzo di soldati dell'Armata Rossa.

In sostanza, ogni treno doveva trasportare soldati, cibo, armi e munizioni all'andata, e macchinari industriali al ritorno.

Per far questo, i sovietici avevano a disposizione 700.000 fra carri merci, carrozze passeggeri e locomotive, una cifra che pare sicuramente impressionante se non consideriamo che per smontare e trasportare uno stabilimento del Donbas (Ucraina) occorsero 13.000 carri e che dal 7 agosto del 1941, solo per evacuare gli impianti metallurgici nel bacino del Dnieper, furono necessari 3000 carri al giorno.

Se a questo aggiungiamo che per muovere una divisione di fanteria sovietica occorrevano 750 carrozze, che i russi all'inizio di Barbarossa avevano un totale di 304 divisioni di ogni tipo e che quelle corazzate richiedono molte piu' carrozze, i calcoli son presto fatti, e quindi del totale di 700.000 carrozze, circa la meta', 350.000, venne utilizzata per l'evacuazione dell'industria pesante.

Il tutto sotto la minaccia costante dei panzer tedeschi che macinavano anche piu' di 60 chilometri al giorno e degli attacchi aerei della Luftwaffe.

Voglio dire ragazzi, stiamo parlando di evacuare o spostare l'intero potenziale militare/umano/industriale dell'Unione Sovietica, mica del Lussemburgo.

Ma questo era solo l'aspetto piu' sbarazzino e fru fru dell'intero sforzo organizzativo: gia', e proprio perche' non stiamo parlando del Lussemburgo,  il trenino ciuf ciuf che partiva carico di macchinari industriali da Smolensk nella Russia Centrale coi panzer alle calcagna e gli Stukas sulla testa, doveva fare 2070 chilometri per arrivare in posti dimenticati da dio ma non da Stalin, come Magnitogorsk, situata all'estremita' meridionale della catena degli Urali e oggi come allora, sede del piu' importante centro siderurgico della Russia: diciamo la Bagnoli sovietica. Dopodiche', bisognava girare il trenino ciuf ciuf e rispedirlo di gran carriera  a Smolensk carico di truppe o munizioni raccolti lungo il percorso.


Magnitogorsk nel 1930. Che posto di merda.

 
Quello della tempistica fu in effetti uno dei problemi piu' spinosi che il Consiglio per l'Evacuazione dovette affrontare: all'inizio delle ostilita' i sovietici stimarono in 15 giorni il tempo necessario a ogni convoglio ( si parla di treni di 70 e piu' vagoni) per  caricare il materiale, arrivare a destinazione, scaricare il materiale e ripartire nella direzione opposta, ma la stima si rivelo' troppo ottimistica e alla luce di imprevisti come una linea interrotta da un bombardamento il tempo effettivo richiesto sali' a circa un mese.

Inoltre, in ossequio alla ben nota "legge delle attivita' umane organizzate" secondo cui dopo 48 ore di attivita' umane organizzate qualcosa ( o qualcuno) finisce inevitabilmente a puttane mandando a puttane anche il resto, l'evacuazione dell'industria bellica sovietica non fece eccezione e glielo si puo' anche concedere, viste le condizioni non esattamente da "meeting del consiglio d'amministrazione" in cui si svolse.

In diverse occasioni si scopri' quando era ormai troppo tardi, che qualcuno piu' bestia in matematica del sottoscritto, aveva cazzato clamorosamente calcoli e stime e che quindi non c'erano abbastanza carrozze per caricare tutto il materiale che dovette essere distrutto o abbandonato sul posto.

Un altro casino di notevoli proporzioni fu quello causato dallo smistamento del traffico ferroviario su linee ovviamente sovraccariche: non di rado il materiale rimosso da un sito, o arrivava a destinazione a spizzichi e bocconi, o nel posto sbagliato, oppure non arrivava del tutto. Nei primi mesi di guerra, su un totale di 700 fabbriche "delocalizzate', solo 270 arrivarono a destinazione nel posto giusto, nell'ordine giusto e con tutto il materiale occorrente per essere rimontate e riprendere la produzione in tempi accettabili. 

Errori particolarmente gravi nello smistamento del traffico ferroviario e nella pianificazione fecero si' che in alcuni casi, interi convogli carichi di macchinari e materiale industriale, continuassero a girare senza meta per mesi attraverso l'Unione Sovietica "tam'me la merda inti tüb", ovvero, tanto per italianizzare un detto dialettale delle mie parti (Pavia), "come stronzi nelle tubature delle fogne", senza che nessuno avesse la piu' pallida idea di dove fossero, di dove mandarli e soprattutto di cosa farne.

 E le rogne non finivano nemmeno quando il materiale arrivava a destinazione, perche' non e' che  uno si sveglia la mattina e decide di  far sbocciare una fabbrica che sforna 200 tank T-34/76 al mese come un cespuglio di rose in un giardino: questa e' la realta', mica la "mano invisibile dei mercati".

Bisognava infatti individuare aree e edifici adatti allo scopo, collegarli alla rete elettrica, fognaria, ferroviaria e stradale nel caso non lo fossero, costruire alloggi per gli operai e in alcuni casi partire letteralmente da zero quando sul posto non esisteva nessuna infrastruttura. In non poche occasioni si dovettero requisire teatri e centri culturali ( le chiese lo erano gia' state, una delle poche iniziative condivisibili del comunismo).

Dalla sola area di Mosca, furono rimossi e rilocalizzati negli Urali, 498 stabilimenti di vario tipo che richiesero l'impiego di 80.000 carri merci.

Naturalmente, questa impresa titanica ebbe successo nonostante le immani difficolta' e gli errori, altrimenti ora scriverei i post di London Alcatraz nella lingua di Goethe e alla fine del 1941 piu' di 1523 grandi fabbriche erano state sottratte dalle rapaci mani dei nazisti.

In chiusura del post non mi resta, come sempre, che cercare di farmi dei nemici e a tal scopo pensavo di cominciare dai "freedom fighters" liberisti: i seguaci del culto di Reagan e della "Taccer", nonche' della vera e propria religione fondata da una manica di economisti psicopatici e sociopatici. Sono quelli che nel 2012   vedono ancora minacce comuniste quando il comunismo in tutto il mondo e' ridotto a uno stadio ectoplasmatico piu' inconsistente del celeberrimo "fantasma che si aggira per l'Europa" di Marx, e che ti accusano di essere anticapitalista e nemico della liberta' quando gli fai osservare che la loro concezione della societa', dell'economia e dei rapporti fra datore di lavoro e dipendente, riporta l'orologio della storia al feudalesimo: per costoro non posso che lodare l'immenso sforzo organizzativo dell'Unione Sovietica e applaudire il coraggio del popolo russo.

Ai "piccoli fan" dei radical-chic di Occupy, antimperialisti, antagonisti, filopalestinesi, filoislamici, veterocomunisti e difensori del pueblo unido jamas sera vencido contro "l'obbressione dell'occidende e degli amerigani", non posso invece esimermi dal ricordare che dopo il gigantesco esodo delle industrie, la produzione bellica  in URSS non pote' essere ripresa efficacemente che verso la fine del 1942. In quel periodo e quasi fino alla fine della guerra, l'URSS non fu in grado di produrre derrate alimentari in quantita' sufficiente a sfamare operai, soldati e contadini sia a causa della perdita di immensi territori agricoli occupati dai tedeschi, sia a causa di una politica agricola di collettivizzazione disastrosa e criminale voluta da Stalin negli anni 30.

E siccome come soleva dire Napoleone Bonaparte "gli eserciti marciano sullo stomaco", chi salvo' l'Armata Rossa e l'URSS dalla fame piu' nera, fu la "spam", la carne in scatola spedita in quantita' industriali  insieme ad altre derrate alimentari dallo Zio Sam tramite la "Legge Affitti e Prestiti": legge che riforni' generosamente l'Unione Sovietica anche di carburante avio, apparecchi radio, camion, scarpe e jeep che permisero a Stalin di concentrare la produzione bellica su tank, cannoni, aeroplani, armi e munizioni, consentendogli di risparmiare forza lavoro altrimenti destinata a quelle categorie logistiche, che venne invece o arruolata nell'Armata Rossa, o inviata in posti di merda come Magnitogorsk per fungere da manodopera specializzata.



Le fonti del post sono tratte da Wikipedia, "Absolute War:Soviet Russia in the Second World War" di Chris Bellamy e "The Soviet Economy and the Red Army, 1930-1945" di Walter Scott Dunn.


Wednesday, 1 August 2012

Morte di un dittatore



Commedia storico-qualunquista in un atto.

Personaggi e interpreti principali:

Iosif Vissarionovič Džugašvili: (1879-1953) dittatore dell'Unione Sovietica: per amici e nemici, Giuseppe Stalin: "un pericoloso riformista" per Marco Rizzo dei Comunisti-Sinistra Popolare:  per Yossarian che lo invoca ( "addaveni' ") per l'incomparabile gusto di indignare i suoi amici liberisti (forma di vita unicellulare inferiore al protozoo), Peppe Baffone.

 Peppe Baffone ti fa capire che non ha apprezzato la tua barzelletta sui comunisti.
Epic fail: e ora sono cazzi.

Lavrentij Pavlovič Berija: (1899-1953) dal 1938 capo dell' NKVD (Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del), Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Per milioni di vittime, l'abominevole capo della abominevole polizia segreta di Peppe Baffone: per Marco Rizzo, "uomo severo, ma giusto". Dopo la morte di Stalin, fu eletto vice-premier dell'URSS accanto a Georgij Malenkov e fino alla sua esecuzione nel dicembre 1953,  l'uomo piu' potente dell'Unione Sovietica.

Hobbies e passatempi: predatore sessuale. 

Beria

Nikita Sergeevič Chruščëv: (1894-1971) per comodita' Krusciov,  Primo Segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) dal 1953 al 1964, Presidente del Consiglio dei Ministri dell'Urss dal 1955 al 1964 e successore di Peppe Baffone alla guida dell'URSS dopo la breve parentesi di governo di Georgij Malenkov .
Denuncio' i crimini di Stalin al XX Congresso del Partito Comunista, inaugurando un nuovo corso della politica sovietica.
Zotico di umilissime origini che resto' analfabeta fino a trent'anni, che sopperi' alla scarsa cultura con una  grande intelligenza e dimostrazione  piu' lampante del detto, "contadino, scarpe grosse cervello fino", quando si mise a sbattere una scarpa sul banco del suo seggio all'ONU nel 1960 per enfatizzare il suo punto di vista.

Nikita.

Georgij Maksimilianovič Malenkov: (1902-1988) "delfino" di Stalin e prototipo del grigio burocrate sovietico e a cui il dittatore aveva deciso di affidare  il "trono" alla sua dipartita. Dopo la morte di Peppe Baffone rimase premier per due anni in cui si oppose alla proliferazione delle armi nucleari e cerco' di allentare la morsa dell'economia pianificata favorendo la produzione di beni di consumo.  Costretto alle dimissioni da Krusciov nel 1955, fu esiliato in un posto in culo al mondo nel Kazakistan dove passo' il resto dei suoi giorni facendo il manager di una centrale idroelettrica e convertendosi come tanti ex-comunisti alla religione (nel suo caso cristiano-ortodossa).

Un po' come Lindo Ferretti o Giuliano Ferrara: gente che non cambia idea, ma solo religione.

Malenkov.

La notte del 28 febbraio 1953, dopo una abbondante libagione in compagnia di Krusciov, Beria, Malenkov e Nikolai Bulganin e aver visto un film insieme al Cremlino, Giuseppe Stalin e i suoi ospiti fecero rotta verso la dacia del dittatore a Kuntsevo, nei dintorni di Mosca.
Li', nelle prime ore del mattino del 1 marzo, i quattro si accomiatarono da Stalin, che ando' a dormire dopo aver dato ordine alla sua guardie del corpo, di non svegliarlo.

Non ho idea di cosa passasse per la mente del dittatore georgiano, ma se prima di chiudere gli occhi, ebbe modo di pensare anche brevemente allo stato dell'URSS in quel momento,credo che dal suo punto di vista potesse ritenersi legittimamente soddisfatto.

Dopo la terribile crisi dell'estate 1941, quando in seguito all'attacco sorpresa nazista, la Russia e il regime comunista da lui guidati erano sembrati sul punto di crollare ("abbiamo distrutto tutto quello che Lenin ha creato", aveva dichiarato Peppe Baffone, in quei giorni disperati), la sua reazione energica, la forza di volonta' del popolo russo e i suoi leader militari, avevano prima fermato l'invasore alle porte di Mosca e poi, nei tre anni successivi e a prezzo di sacrifici inenarrabili, annientato il Terzo Reich conquistando Berlino.

Il dopoguerra aveva visto nascere un altro confronto non meno acceso, anche se per il momento "freddo", quello con i capitalisti guidati da USA e Gran Bretagna, ma anche in quel caso, Stalin pensava di poter vantare un bilancio positivo.

L'URSS era infatti una superpotenza nucleare, aveva l'esercito piu' numeroso e formidabile del pianeta e aveva fatto dell'intera Europa Orientale un feudo sovietico, creando una vasta zona di stati cuscinetto per impedire il ripetersi di un'altra Operazione Barbarossa.

In poche parole, quello che aveva ottenuto il figlio di un ciabattino georgiano, andava al di la' dei sogni piu' fantasiosi di Ivan il Terribile e Pietro il Grande e solamente gli Stati Uniti e la NATO si frapponevano tra la Russia e il controllo totale del pianeta.

A questo proposito, lo "zar rosso" aveva iniziato a erodere l'influenza americana anche in Asia, aiutato dall'altra potenza emergente e ideologicamente affine: la Cina comunista di Mao Tze Tung.
Nel 1950, dopo insistenti richieste da parte del leader nordcoreano Kim Il Sung, aveva dato luce verde all'invasione della Corea del Sud e anche se a 3 anni di distanza e dopo alterne vicende, il conflitto era giunto a uno stallo, Peppe Baffone era fiducioso sull'esito finale della guerra: dopotutto, aveva battuto un uomo risoluto e spietato come Adolf Hitler, figurarsi quale timore potevano incutergli i capitalisti e le democrazie occidentali guidati dagli USA. Popoli deboli e corrotti privi del coraggio, intelligenza e forza di volonta' necessari per affrontare i sacrifici di una lotta senza esclusione di colpi per la supremazia globale e che, conseguentemente, gli facevano una sega.

Cullato da questi avgvsti pensieri, Peppe Baffone chiuse gli occhietti malvagi e si addormento'.

E cosi' come posso solo immaginare quel che passo' per la testa di Stalin prima di addormentarsi, credo di poter supporre che qualcuno fra i suoi stretti collaboratori, avesse invece buoni motivi per passare una notte insonne.

Lavrenti Beria (e non solo lui), non condivideva l'ottimismo del suo capo sul futuro dell'Unione Sovietica: fare il capo della polizia segreta sotto qualunque regime, vi da' infatti la possibilita' di avere un quadro realistico della situazione interna di un paese e Beria sapeva bene che quella dell"Unione Sovietica non era affatto rosea come pensava Stalin.

Innanzitutto, non erano pochi i russi stanchi piu' che del comunismo, del regime staliniano: molti pensavano che dopo i sacrifici immani della Grande Guerra Patriottica, fosse arrivato il momento di concedere qualche riforma e in alcuni dei paesi satelliti come Polonia e Germania Est, il malcontento dei sudditi di Stalin cominciava a coagularsi in maniera preoccupante.

Ma quello che lo angustiava maggiormente erano due altre cose: fare il servitore di Stalin era pericoloso perche' il dittatore aveva una strana idea della meritocrazia: se eri un incapace, ti attendeva il plotone d'esecuzione, se eri troppo bravo, finivi per risvegliare l'onnipresente paranoia del capo, amplificata dall'ego colossale tipico di tutti gli autocrati, e rischiavi comunque di trovarti davanti a un plotone d'esecuzione con la classica accusa di tradimento.

E Beria, da bravo poliziotto, sapeva che Stalin aveva in programma una delle sue ennesime purghe, il cui obiettivo stavolta, era l'uomo che per 15 anni era stato l'esecutore delle purghe; ossia lui.

Infine, sulla strategia scelta dal "Piccolo Padre dei Popoli" per affrontare l'Occidente, il capo della polizia segreta era assai scettico.

 L'Occidente non era debole e decadente come pensava Stalin e la linea intransigente scelta dal dittatore non stava pagando, come dimostravano il ponte aereo di Berlino nel 1948-49, la creazione della NATO nel 1949, ma soprattutto quello che secondo Beria era il piu' grave errore commesso da Stalin: la guerra di Corea, che, al contrario di quel che credeva Stalin, dimostrava la volonta' degli americani di impegnarsi a fondo in un confronto che stava diventando globale.
In poche parole, per Beria l'Unione Sovietica stava diventando come la Germania nazista: un nemico pubblico contro cui si era coalizzata la comunita' internazionale e conoscendo la grave situazione economica del suo paese e il carattere di Stalin, Beria sapeva che prima o poi quel confronto, da "freddo" sarebbe diventato "caldo" e che la Russia ne sarebbe uscita distrutta.

Mentre Beria era immerso in queste ipotetiche riflessioni, nella dacia di Kuntsevo alle dieci del mattino di domenica 1 marzo 1953, le guardie si riunirono in cucina in attesa della comparsa del capo, che solitamente era in piedi fra le undici e mezzogiorno.
All'una se ne stavano ancora li' coi "denti in bocca", come si suol dire dalle mie parti, e iniziarono a scambiarsi sguardi nervosi. A meta' pomeriggio, ancora nessun segno dalla stanza di Peppe Baffone e a quel punto il nervosismo divento' preoccupazione.

Voi bussereste alla stanza di Stalin dopo aver ricevuto da Stalin stesso l'ordine categorico di non svegliarlo? Non credo, se siete sani di mente, ed e' esattamente quello che le sue guardie cominciarono a chiedersi: cosa si doveva fare?  E soprattutto, chi si sarebbe assunto l'ingrato compito?

Verso le sei e trenta del pomeriggio quando, credo, le guardie erano impegnate in imbarazzanti ambarabaciccicocco', estrazioni di carte piu' basse  e pagliuzze corte, la luce nella stanza di Peppe Baffone si accese e tutti tirarono un respiro di sollievo.

Temporaneo, tuttavia, perche' alle dieci di quella sera, Stalin non si era ancora affacciato dalla porta.
 A risolvere l'angoscioso dilemma sul da farsi, ci penso' l'arrivo di un corriere con un messaggio urgente per Stalin, e in quel caso gli ordini categorici erano di bussare alla porta del capo, qualunque cosa stesse facendo.

Il comandante delle guardie, Pyotr Lozgachev si fece quindi coraggio, entro' nella stanza e a momenti gli venne un coccolone: Stalin giaceva sul pavimento accanto a una copia della Pravda e al suo orologio da taschino che aveva smesso di funzionare e segnava le sei e mezza.

"Compagno Stalin, compagno Stalin, cosa succede?" esclamo' Lozgachev chinandosi sul corpo inerte del suo capo, che per tutta risposta si urino' addosso, biascico' una frase incomprensibile e sprofondo' nell'incoscienza.

Lozgachev usci' di corsa e rientro' con due guardie, insieme alle quali sollevo' Stalin e lo adagio' su un divano dove gli fu posata una coperta addosso, dopodiche' ordino' al collega Starostin di precipitarsi al telefono e dare l'allarme.

Starostin obbedi' e chiamo' Semyon Denisovich Ignatiev, capo dell'MGB (Ministerstvo Gosudarstvennoi Bezopasnosti, Ministero della Sicurezza dello Stato che nel 1954 diventera' il celeberrimo KGB), che tuttavia fu colto dal panico e ingiunse a Starostin di telefonare a Beria o Malenkov.

Starostin ri-obbedi' e chiamo' Malenkov che riappese e ritelefono' dopo mezz'ora per dire che non riusciva a trovare Beria, il quale alla fine si paleso' telefonicamente dopo un'altra buona mezz'ora per ordinare glacialmente a Starostin, "Non fare parola con nessuno del malessere del compagno Stalin".

Alle 3 del mattino di domenica 2 marzo 1953,  Beria e Malenkov arrivarono in automobile alla dacia di Kuntsevo e a questo punto e' importante osservare che erano passate ormai nove ore, sia dal momento in cui Stalin aveva perso i sensi, sia dal successivo rinvenimento da parte di Lozgachev.

"Cos'ha il Capo"? chiese Malenkov a Lozgachev  che prima di poter abbozzare una risposta, fu preso da parte da Beria che lo ricopri' di contumelie e gli disse seccamente: "Cos'e' tutto questo panico? Il capo sta dormendo. Ricomponiti, non seccarci e lascia riposare il Compagno Stalin: Malenkov, andiamocene" e cosi' facendo si tolsero elegantemente dai coglioni lasciando Lozgachev come un fesso.

Il quale, tuttavia, conscio di non lavorare per le Sorelle della Misericordia, fece pressione su Starostin affinche' desse l'allarme generale a tutta la Nomenklatura sovietica: "Se non lo fai e lui muore, le nostre teste cadranno per prime."

Starostin, con il pepe al culo, si riattacco' al telefono e verso le sette di mattina comparve Nikita Krusciov che non parve particolarmente turbato dalla situazione e dopo aver chiesto come stava Stalin, aggiunse che i medici stavano arrivando.

Medici che nel caso di quello personale di Stalin, furono letteralmente tirati fuori dalle galere dove erano stati sbattuti a causa di un fantomatico "Complotto dei Dottori" che Stalin aveva attribuito, manco a dirlo, a un gruppo di professionisti ebrei. Complotto che, come Beria aveva giustamente intuito, avrebbe dovuto fornire  la scusa per epurare l'entourage del dittatore.

Alle nove di mattina del 2 marzo e dopo piu' di tredici ore da quando era stato colpito dall'ictus, Stalin venne finalmente posto sotto osservazione medica e i pareri dei professionisti non furono incoraggianti: il braccio e la gamba destra del dittatore erano paralizzati e presentavano quello che nella terminologia medica si chiama "Riflesso di Babinski", che consiste in un'alterazione del normale riflesso plantare del piede e che nelle persone adulte indica un danno alle vie nervose che collegano il midollo spinale e il cervello, mentre la pressione arteriosa era di 190/110, quindi decisamente alta (quella normale e' inferiore a 140/90). 
I medici gli applicarono otto sanguisughe dietro le orecchie per alleggerire la pressione arteriosa, ma le Stalin continuo' a peggiorare: alle 2 del pomeriggio la pressione era schizzata a 210/120 e il dittatore comincio' a dar segni di quello che si chiama "Respiro di Cheyne-Stokes", ovvero una forma di respiro patologico in cui la persona alterna fasi di apnea a fasi in cui si passa gradatamente da una respirazione profonda ad una sempre più superficiale (cicli respiratori brevi e frequenti) che termina nuovamente nella fase di apnea.

In parole povere gentlemen, Stalin era pronto per indossare un  bel cappotto di legno.

Nei due giorni che seguirono, l'intero dirigenza dell'URSS si riuni' al capezzale di Peppe Baffone e fu in queste circostanze che secondo Vyacheslav Mikhailovich Molotov (il diplomatico del Patto Molotov-Ribbentrop) Beria avrebbe esclamato, "l'ho sistemato, vi ho salvati tutti."

Stalin riacquisto' brevemente coscienza il 4 marzo, fece scorrere silenziosamente lo sguardo sui presenti e  il Maresciallo dell'Unione Sovietica Kliment Voroshilov ne approfitto' per dire, "Compagno Stalin, siamo tutti qui: i vostri piu' fedeli amici e colleghi. Come state caro amico?", ma Peppe Baffone richiuse gli occhi.

Sempre quel giorno, Stalin comincio' a vomitare sangue e il battito del polso divento' quasi impercettibile.

Il 5 marzo del 1953 poco prima delle dieci di sera, si consumo' l'ultimo atto della tragedia, come ricorda la figlia Svetlana: 

"Soffoco' letteralmente sotto i nostri occhi. In quello che sembro' il suo ultimo istante di vita, apri' improvvisamente gli occhi e getto' uno sguardo su tutti i presenti nella stanza. Era uno sguardo terribile, folle o forse solo pieno di rabbia e paura della morte...poi sollevo' una mano come se volesse indicare qualcosa sopra di lui e lanciare una maledizione su tutti noi."

Alle 9:50 della sera del 5 marzo 1953, Iosif Vissarionovič Džugašvili, dittatore dell'Unione Sovietica e per amici e nemici, Giuseppe Stalin rese l'anima al diavolo.


 Come far piangere Marco Rizzo.

 E Beria, stando a quasi tutte le fonti dell'epoca, riusci' a stento a controllare la sua gioia.


Conclusione: Stalin fu vittima di un complotto ordito da Beria? 

Quando era di buon umore, Stalin era solito raccontare un aneddoto agli amici per descrivere Beria: un giorno Stalin perde la sua pipa preferita e incarica Beria di ritrovarla. Qualche tempo dopo, la trova casualmente sotto un divano e telefona a Beria per informarlo della cosa. "Impossibile compagno Stalin - risponde il capo dell'NKVD - gia' dieci traditori dello stato hanno confessato questo orrendo crimine."

Quindi, la risposta alla domanda, secondo la maggior parte degli storici (compreso l'ottimo Simon Sebag-Montefiore) e' che si tratta di una ipotesi plausibile e alla portata delle possibilita' e del carattere di Beria, ma che alla luce dei dati in nostro possesso sembra assai improbabile.

A dirvela tutta, al sottoscritto non gliene potrebbe fregare di meno, perche' come sempre i complottisti e gli imbecilli, guardano il dito quando il saggio indica la Luna, e in questo caso la Luna non e' tanto se Stalin sia stato ucciso, ma cosa sarebbe accaduto se Beria non fosse stato ucciso dal successivo e reale complotto ordito contro di lui da Molotov, Malenkov e Krusciov. 

E si tratta di una Luna che avrebbe potuto cambiare la storia della Guerra Fredda.

Alla morte di Peppe Baffone, Malenkov fu nominato Premier dell'URSS e Beria divenne Primo Vice-Premier dell'Unione Sovietica: in teoria Malenkov era il nuovo leader della Russia, ma in realta' chi tirava i fili era il potentissimo ex-capo della polizia segreta.

C'e' qualcosa di tragicamente paradossale nel fatto che il guardiano piu' spietato e feroce dell'ortodossia comunista e del Partito, l'uomo che aveva mandato a morte milioni di oppositori e semplici cittadini per ordine di Stalin, divenne un riformatore e come tale, un traditore della Rivoluzione, accusa questa che gli costo' la testa.

Lavrentij Pavlovič Berija era infatti un grandissimo figlio di zoccola, ma era un uomo assai intelligente ed estremamente pragmatico che amava il suo paese. Oltre ai gia' citati dissensi con Stalin circa la politica da seguire verso il blocco occidentale, Beria aveva in mente mutamenti radicali che avrebbero fatto impallidire quelli di Mikhail Gorbaciov 32 anni dopo: nei suoi piani c'erano la riunificazione della Germania e la normalizzazione dei rapporti con gli USA: tutte concessioni  in cambio di cui  l'ex capo della NKVD si aspettava di ricevere massicci aiuti finanziari dagli Stati Uniti, che avrebbero cosi' salvato l'economia sovietica, opportunamente "rimodellata" per permettere l'introduzione dei principi dell'economia di mercato.

Questo programma, di cui Beria non fece mistero, allarmo' naturalmente la casta sovietica e nel giugno 1953, approfittando di una rivolta popolare nella Germania Est, Krusciov persuase Malenkov a scatenare un vero e proprio golpe che venne portato a termine durante una riunione del Praesidium del Soviet Supremo il 26 giugno di quell'anno.

Beria fu arrestato e esattamente come i milioni di innocenti che aveva fatto massacrare si ritrovo' a chiedere pieta' in ginocchio, e esattamente come a quei milioni di innocenti, tale pieta' gli fu negata e  fu spedito davanti a un plotone di esecuzione l'antivigilia di Natale del 1953.

Lavrentij Pavlovič Berija non aveva mai sbagliato una mossa in vita sua, tranne quando fece quella giusta nel momento sbagliato.


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Le  fonti del post sono tratte da: Wikipedia, "The Atlantic and Its Enemies"  di Norman Stone, "The Cold War: a New History" di John Lewis Gaddis, "Stalin-Triumph and Tragedy" di Dimitri Volkogonov, "Stalin" di Edvard Radzinsky e infine, da un articolo pubblicato il 14 novembre 2011 sul "Surgical Neurology International", dal neurochirurgo Professor Miguel A. Faria, intitolato "Stalin's Mysterious Death".

La testimonianza di Svetlana Iosifovna Alliluyeva, figlia di Stalin che fuggi' negli Stati Uniti nel 1967, cambiando il nome in Lana Peters, e' tratta interamente da "The Atlantic and Its Enemies" di Norman Stone.