Saturday, 31 August 2013

La Siria, il Medio Oriente e la Pax Saudita




Il comandante del piccolo gruppo di uomini appiattiti sul terreno indico' il cielo azzurro sopra di lui.

"Guardate: arriva!"  esclamo' con la voce tremante d'emozione e terrore.

Nel 1970, la General Dynamics sviluppo' e costrui' un missile da crociera  subsonico e ogni-tempo in grado di volare a bassissima quota seguendo il profilo del terreno, grazie al sistema di guida e navigazione TERCOM (Terrain Contour Matching), in cui un radar eseguiva delle mappature del terreno e poi le confrontava con quelle inserite nella sua memoria.


Il BGM-109 Tomahawk si poteva lanciare da una piattaforma terrestre o navale e fu sensibilmente migliorato negli anni successivi, specie per quanto riguarda il sistema di guida che fu sostituito dal GPS, quando, dopo una serie di acquisizioni, la produzione del missile passo' dalla General Dynamics alla Raytheon Missile Systems.


Era ed e' un'arma micidiale e molto difficile da intercettare, che gli americani hanno utilizzzato in tutti i conflitti in cui sono stati coinvolti dalla fine degli anni 70.


Khalid, il comandante del gruppo di uomini armati, tutte queste cose le sapeva, perche' era un uomo istruito e colto, figlio della buona borghesia pakistana che aveva studiato nelle migliori universita' britanniche, dove era stato anche introdotto all'Islam integralista di stampo salafita e dove aveva preso la decisione di andare a combattere in Afghanistan.

"Quando lo senti, e' perche' stai per morire", penso' Khalid guardando verso la batteria di razzi  Katyusha di Hezbollah che li martellava incessantemente da una settimana, situata nell'arido wadi a poca distanza dai suoi uomini. 


Una delle caratteristiche degli esseri umani e' l'empatia: quella peculiare caratteristica che  consiste nel comprendere appieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, sia che si tratti di dolore.

Questo fa dell'uomo l'unico predatore che riesce a immedesimarsi nelle prede.



E  nonostante quelli nel wadi fossero nemici che avevano ucciso parecchi dei suoi uomini, Khalid non pote' fare a meno di immedesimarsi nel plotone di artiglieri di Hezbollah, perche' sapeva cosa stava per accadere e lo sapeva perche' era sopravvissuto per miracolo, anzi per volonta' di Allah, a un attacco di missili cruise americani in Afghanistan nel 2001.


"Poveri figli di puttana" penso' quando udi' il sibilo del Tomahawk e contemporaneamente perse il controllo della vescica pisciandosi addosso.


Da quando lo avevano estratto vivo dalle macerie del bunker in Afghanistan, gli capitava anche quando sentiva il sibilo dei jet di linea. 


"Si chiama stress-post traumatico" gli aveva spiegato un dottore di Islamabad "e temo che dovra' abituarcisi".

Gli uomini nel wadi guardarono in alto e cominciarono a correre strillando in tutte le direzioni. Un  lampo accecante abbaglio' Khalid e i suoi uomini, seguito dall'onda d'urto dell'esplosione, e qualche secondo dopo, da quello che sembrava il rumore di un treno merci che si abbatte da 500 metri d'altezza su un cimitero d'automobili.


"Inshallah. Dio benedica gli Stati Uniti D'America"  mormoro' con un ghigno il comandante del plotone di Al-Qaeda arrivato in Siria  pochi mesi prima per combattere a fianco degli insorti contro l'esercito di Assad e le milizie filoiraniane di Hezbollah.



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Ora, a parte il dettaglio degli Stati Uniti che potrebbero entrare in una guerra a fianco di Al-Qaeda, e' chiaro a tutti che il possibile intervento in Siria da parte di USA, Gran Bretagna e Francia pone lo stesso interrogativo dell'intervento in Libia, sempre voluto dal simpatico trio:


A) Che cosa vogliamo?

B) Come vogliamo ottenerlo?

Non c'e' molto da dire in proposito perche' alla luce del build-up militare in corso nel Mediterraneo  la risposta a tali quesiti sembra essere quella di Clausewitz secondo il quale "chi comincia una guerra senza sapere cosa vuole e come vuole ottenerlo, e' un imbecille".

L'intera vicenda sembra infatti uscita da una delirante distopia fantapolitica: l'amministrazione Obama, che viene accusata dagli sbroccati complottisti repubblicani (appoggiati dalle loro viscide tricoteuse di tanti blog  italiani filorepubblicani) di essere in combutta coi Fratelli Musulmani, ha deciso di assecondare i desideri dei repubblicani che vogliono intervenire in Siria a fianco di quegli stessi gruppi integralisti salafiti che ballavano per strada l'11 settembre del 2001.

Alla luce di questo spettacolare minuetto di ipocrisia, viene spontaneo chiedersi perche' gli interventisti si siano indignati per l'uso dei gas, che a  parer loro rappresentano un Rubicone umanitario da non attraversare che giustifica l'azione militare.

Quelli nella foto sono due proiettili calibro 12,7x108 mm utilizzati dalle mitragliatrici pesanti russe NSV in dotazione ai tank T-72 siriani.


Quando uno di questi proiettili colpisce la gamba di un bambino siriano a una velocita' di 845 metri al secondo, l'effetto  e' come lanciare una anguria dal quarto piano.

La gamba esplode in una nuvoletta porpora di ossa, carne e sangue e il bambino mutilato si trascina poco distante per poi morire dissanguato o a causa di quello che in termini medici viene definito "sfacelo traumatico".

Il Sarin, gas nervino della famiglia degli organofosfati in dotazione all'esercito di Assad, colpisce il sistema nervoso del bambino siriano bloccando le funzioni respiratorie e facendolo morire asfissiato in preda a spami e convulsioni.

In entrambi i casi non si tratta di bei modi di morire, posto che esista un bel modo di morire.

Quello che gli interventisti stanno dicendo a Assad e' in sostanza: "Hey, finche' fai esplodere in un hamburger  convenzionale di sangue e merda i bambini siriani va tutto bene, ma non ti permettere di  fargli sputare i polmoni  in maniera non convenzionale".

E' patetico: e' come fermare uno stupro per costringere lo stupratore a mettersi il preservativo.

La motivazione e' talmente ridicola, che anche un fesso -o un repubblicano- e' in grado di accorgersi che si tratta sostanzialmente di quel casus belli che si andava cercando da tempo per indignare le opinioni pubbliche occidentali e giustificare l'intervento armato.

In realta', delle due domande poste all'inizio del post, la prima ha una risposta semplice: gli Stati Uniti sanno cosa vogliono in Medio Oriente, ma il problema e' che non sanno come ottenerlo in Siria.

Quello che sta accadendo in Medio Oriente sembra infatti estremamente complesso e irrazionale, in ossequio alla tradizione politica mediorientale e levantina, ma se sfrondiamo le parti inutili o secondarie, quello che rimane e' un filo conduttore abbastanza lineare che spiega la singolare comunione di intenti tra l'interventismo repubblicano e quello dell'amministrazione democratica di Obama.

Gli Stati Uniti stanno consegnando le chiavi della regione all'Arabia Saudita, alla Turchia, e, in misura minore, a Israele, per garantirne la stabilita' e in funzione anti-iraniana.

Il suggello su questa operazione e' stato il golpe militare in Egitto seguito dalla violenta repressione dei Fratelli Musulmani ( sui quali mi riesce difficile versare lacrime...), avvenuto con la benedizione dell'Arabia Saudita che ha anche pompato 2 miliardi di dollari nella zoppicante economia egiziana.

In tal senso e' molto importante e significativa per le implicazioni regionali, la dichiarazione a sostegno della giunta militare egiziana, rilasciata dal monarca saudita Abdullah bin Abdul Aziz e riportata da Al Arabiya pochi giorni fa, in cui si stigmatizzano l'estremismo, la sedizione e il terrorismo, con una nemmeno troppo velata critica agli USA e all'Occidente a  non interferire nel regolamento di conti in atto nella regione, di cui fa parte la guerra civile siriana.

Dice: "E Al-Qaeda e la galassia integralista?"

Potrebbero fare la fine dei viet cong dopo l'offensiva del Tet quando furono spazzati via dagli USA.

Cosa che non dispiacque affatto a Ho Chi Minh: il Tet fu una sconfitta tattica militare per il Vietnam del Nord, ma una netta vittoria strategico-politica su due fronti, quello contro il nemico esterno, gli USA, e quello interno nei confronti di uno strumento militare che era stato assai utile, ma che cominciava a essere troppo potente, autonomo e non era politicamente affidabile quanto l'esercito regolare nordvietnamita.

 Al-Qaeda fu il parto della mente del milionario saudita Osama bin Laden, ed era sostanzialmente un "cane sciolto", completamente diverso da movimenti come il sunnita Hamas o lo sciita Hezbollah.
E questo e' il motivo per il quale gli USA non riuscirono a comprenderne la minaccia fino all'11 settembre, perche' in ossequio alla mentalita' della Guerra Fredda, la consideravano lo strumento di qualche potenza nemica e si affannavano a cercare referenti che non esistevano.

I rapporti tra il gruppo terrorista e la monarchia saudita erano e sono ufficialmente di aperta ostilita', anche perche' bin Laden e i suoi successori accusavano la casa regnante di aver fatto entrare gli americani nei "luoghi sacri dell'Islam". D'altro canto, specie per quanto riguarda i finanziamenti, esiste una zona grigia in cui sembra plausibile che non pochi dei quattrini che sostengono l'organizzazione provengano da fonti private, sparse nella penisola arabica.

Al-Qaeda, che conta almeno una decina di gruppi affiliati ( il famoso modello di "franchising" del terrorismo, inaugurato proprio dai qaedisti) e' oggi una organizzazione indebolita dai colpi subiti dagli USA in Iraq e Afghanistan e questa debolezza, personalmente, mi fa dubitare che si possa ancora definirla un "cane sciolto".

La "filiale" siriana di Al-Qaeda e' il movimento Jabhat al-Nusra, probabilmente il meglio armato e organizzato all'interno della frammentata galassia degli insorti.

Arabia Saudita e Qatar hanno massicciamente finanziato e armato la resistenza siriana dall'inizio della rivolta contro Assad.

Mi sembra quindi altamente improbabile che i sauditi o il Qatar non siano entrati in contatto con i qaedisti siriani, vista l'affinita' ideologica e religiosa che nonostante tutto lega le monarchie del Golfo, i sauditi e i ribelli islamisti in Siria.

I rapporti fra stati e organizzazioni terroristiche o paramilitari appoggiate dagli stati, si fondano indubbiamente sulla collaborazione, ma allo stesso tempo creano anche dipendenza all'interno del movimento terrorista e portano, da parte dello stato sponsor, a una inevitabile e approfondita conoscenza sia dei quadri, sia dei vertici dell'organizzazione.

In questa simbiosi, il gruppo terrorista e' l'anello piu' debole della catena e puo' essere prima infiltrato e poi spezzato dallo stato sponsor, qualora se ne presenti l'occasione per opportunita' politiche.

Esattamente come i viet cong con Ho Chi Minh o la guerriglia antisandinista dei  Contras supportata dagli USA in Nicaragua e successivamente scaricata dalle amministrazioni americane al termine della Guerra Fredda.

Non e' quindi implausibile che i sauditi e il Qatar dopo aver messo un piede nella porta di Al-Qaeda, cerchino di renderla "gestibile' e qualora se ne presentasse l'occasione dettata da opportunita' politiche, la scarichino come hanno fatto coi Fratelli Musulmani che erano appena tollerati, finche' non hanno pestato i calli alla Pax Saudita che Riyadh e il Qatar stanno cercando di imporre in Medio Oriente

Del resto qualcosa di simile i sauditi  lo hanno gia' fatto, quando negli anni 30 il monarca Ibn Saud si sbarazzo' delle milizie islamiche radicali  beduine dell'Ikhwan che lo avevano aiutato nella guerra contro gli Ottomani, ma che dopo la conquista del potere erano diventate ingestibili e oltre ad attaccare gli inglesi nell'allora Trangiordania, si opponevano alle riforme volute dal re.

Perche' dovrebbero rifarlo?

E qui urge fare un passo indietro per esaminare la natura dei rapporti tra i sauditi e il loro grande alleato: gli Stati Uniti.


Tuco: "Biondo non morire, non farmi questa porcata"
Il Biondo: "Io dormiro' tranquillo, perche' so che il mio peggior nemico veglia su di me"
Il Buono, il brutto, il cattivo.



Una montagna di quattrini e' sepolta nella tomba di un enorme cimitero. Tuco e il Biondo sono nemici, ma condividono un interesse comune: mettere le mani su quei quattrini di cui Tuco conosce l'ubicazione e il Biondo il nome sulla tomba.

E' opinione comune che la politica estera degli Stati Uniti sia un assoluto e inequivocabile disastro ed effettivamente se guardiamo al Centro e al Sud America e' difficile negare che gli americani abbiano fatto tutto il possibile per farsi odiare.

Quando poi si parla di Medio Oriente, l'opinione sembra diventare certezza supportata da fatti concreti, a partire dal colpo di stato sponsorizzato da americani e inglesi che negli anni 50 depose Mossadeq in Iran, per finire all'intervento in Iraq del 2003 che dopo aver spodestato il regime sanguinario di Saddam Hussein, precipito' il paese in una sanguinosa guerra civile e contro gli occupanti americani.

Senza contare il cavallo di battaglia degli sbroccati delle sinistre occidentali, ovvero il supporto statunitense a Israele e all'Arabia Saudita, considerato un fattore destabilizzante nella regione.

In realta', se sgombriamo il campo dalle lavagne con  buoni e cattivi e ci concentriamo sulla realpolitik, la scelta americana di allearsi con due nemici, che non sono assolutamente burattini, potrebbe rivelarsi l'unica vera vittoria strategica degli Stati Uniti nella regione, anche se ottenuta al prezzo di catastrofiche sconfitte tattiche.

Israeliani e sauditi, esattamente come Tuco e il Biondo, hanno sempre avuto un interesse comune nella regione: la stabilita', anche se per motivi diversi.

Israele perche' ritiene -giustamente - che sia in gioco la sua sopravvivenza e i sauditi perche' il concetto di nazionalismo che ha dato vita alle repubbliche arabe che oggi sono cadute come birilli nel corso della 'primavera araba', e' semplicemente anatema.

Il nazionalismo, per la monarchia della penisola arabica, e' infatti  una perniciosa idea occidentale che fa a pugni  sia con il credo islamico wahabita della casa regnante, sia perche'  il concetto di nazione fa generalmente a cazzotti con quello di una monarchia assoluta come quella saudita dove l'identita' dello stato e' costituita dalla continuita' dinastica.

E del resto, la monarchia saudita non ha mai nutrito ambizioni egemoniche o territoriali sul Medio Oriente, anche perche' per far questo servirebbe uno strumento militare forte e numeroso, e il guaio degli eserciti forti e numerosi e' che tendono a sviluppare un potere autonomo e non di rado incontrollabile, che ovviamente fa a cazzotti con l'unica fonte del potere saudita: la casa regnante.

Meglio quindi, agli occhi dei sauditi, una politica vagamente simile a quella britannica  nei confronti dell'Europa: tenersene fuori esercitando tuttavia una significativa influenza per assicursi che nessuna potenza diventasse quella egemone sul continente.

Se l'alleanza fra Stati Uniti e Israele fu quasi subito "amore a prima vista", quella coi sauditi fu un processo graduale e non privo di gravi crisi.

L'importanza strategica del petrolio saudita per gli USA venne riconosciuta da Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale e divento' vitale nel corso della Guerra Fredda, nonostante la questione arabo-israeliana e quella israelo-palestinese costituissero un ostacolo nelle relazioni fra i due paesi.

I sauditi non potevano che schierarsi contro Israele e a fianco dei palestinesi, tuttavia la decolonizzazione e la nascita conseguente dei movimenti panarabisti e del cosidetto 'socialismo arabo' del partito Ba'th, creano una 'mezzaluna socialista' che va da Algeri a Damasco, passando per l'Iraq, che preoccupa  i sauditi assai piu' di Israele, visto che la maggior parte di quei paesi anche se formalmente appartenenti ai "non allineati" si schiera piu' o meno apertamente con l'Unione Sovietica.

Se il nazionalismo panarabo e' fumo negli occhi per una monarchia come quella saudita, il credo marxista-leninista e uno stato ateo, sono letteralmente Lucifero in persona con tutte le legioni dell'Inferno.

E del resto se proviamo a vedere le cose con gli occhi dei sauditi, ci rendiamo conto che durante la Guerra Fredda e anche dopo,  tutte le minacce alla stabilita' della regione, non sono venute da Israele, bensi' da tutti quegli stati "infettati" dal nazionalismo e dal baathismo  (che ben presto si trasforma in una serie di regimi sanguinari e personali):  nel 1962,  l'Arabia Saudita  si ritrova praticamente in guerra con l'Egitto di Nasser che sponsorizza  un colpo di stato repubblicano contro la monarchia Mutawakkilita nello Yemen.  Nel 1977 la Libia di Gheddafi attacca l'Egitto di Sadat (che nel frattempo e' diventato filoamericano) e prende un sacco di botte. E infine nel 1990 Saddam Hussein invade il Kuwait ponendo una minaccia diretta al regno saudita.

Come se non bastasse, nel 1979, lo Scia' di Persia e il suo regime filoamericano vengono abbattuti dalla rivoluzione di Khomeini e l'Islam sciita, altro anatema per la monarchia sunnita della penisola arabica, rialza la testa sfidando gli americani e diventando rapidamente una potenza regionale che minaccia di dotarsi di armi nucleari e che con la complicita' della Siria crea un asse sciita che arriva fino al Libano dove sponsorizza Hezbollah, arrivando perfino ad armare e finanziare la sunnita Hamas.

Non stupisce quindi che il regno saudita e le monarchie del Golfo, specie il Qatar, abbiano colto l'occasione offerta dalle Primavere Arabe per sbarazzarsi definitivamente di tutti  i regimi creati dal panarabismo, che sono poi quelli caduti durante i moti di protesta: Tunisia, Egitto, Libia e ora la Siria, visto che all'Iraq avevano gia' pensato gli americani, che ora anche l'Iran comincia ad avere paura e che per i sauditi si profila una collaborazione con la nuova potenza sunnita emergente dell'area: la Turchia.

In tutto questo, Israele per i sauditi e' e resta un nemico nominale, che tuttavia non rappresenta una minaccia per il regno e che paradossalmente ha tenuto in scacco a sane bastonate, le velleita' egemoniche, espansioniste e militariste degli stati panarabi e dell'Iran.

Personalmente ritengo che i sauditi abbiano accettato Israele come un "nemico gestibile" e non siano interessati alla sua eliminazione, perche' lo ritengono un fattore di stabilita' nel complesso gioco politico mediorientale fatto di pesi e contrappesi.

I sauditi non hanno battuto ciglio quando Israele si e' dotata di un temibile deterrente nucleare, ma hanno fatto il diavolo a quattro quando l'Iran ha intrapreso il suo programma nucleare.

Riyadh sa che Israele non ha mire territoriali sulla regione e che un paese democratico come lo stato ebraico ricorrerebbe ai megatoni solo se venisse minacciata la sua sopravvivenza, senza contare che ogni minaccia  alla sopravvivenza di Israele, porterebbe inevitabilmente a una massiccia presenza americana nell'area che a sua volta  provocherebbe altra instabilita'.

Per questi motivi, i sauditi hanno sempre tollerato l'alleanza del loro amico con il nemico. Sanno che su Israele gli Stati Uniti non transigono e hanno imparato a non spingere retorica e ostilita' verso lo stato ebraico oltre il limite accettabile dagli USA.

Del resto gli USA avevano e hanno bisogno del petrolio saudita e del mercato che il regno offre all'industria militare statunitense, mentre i sauditi  beneficiano dell'ombrello militare americano.

L'alleanza ha sempre funzionato: quando negli anni 80 gli USA chiesero alla monarchia saudita di estrarre piu' greggio per far crollare i prezzi e assestare cosi' un colpo micidiale alla principale fonte di introiti degll'Unione Sovietica, i sauditi ubbidirono volentieri, cosi' come quando Saddam Hussein invase il Kuwait e gli USA reagirono immediatamente per proteggere i sauditi, che si cagavano addosso.

Certo, ogni tanto anche i sauditi hanno sentito la necessita' di ricordare agli americani che c'erano limiti non accettabili nel supporto a Israele, se a parer loro rischiavano di alterare l'equilibrio mediorientale, come nel 1973 quando dopo le vittorie israeliane nella Guerra del Kippur, re Faisal  chiuse i rubinetti del petrolio provocando la crisi energetica e la grave crisi economica degli anni 70.

Questa singolare alleanza degli USA con i due nemici della regione che tuttavia, come Tuco e il Biondo, hanno un interesse comune rappresentato dalla stabilita', e' stata sicuramente il vero asso nella manica degli Stati Uniti in una serie di mani altrimenti disastrose.

Se fosse stata premeditata sarebbe di una astuzia che fa francamente impallidire gli standard levantini dell'area, ma non lo e', anche perche' negli anni 60 e 70, il vero cavallo vincente degli americani sembrava la Persia filoamericana dello Scia'.

 Personalmente credo che gli USA si siano resi conto gradualmente dell'importanza di avere due alleati nemici con interessi comuni e abbiano deciso di giocarsi abilmente questa mano, e siccome i cavalli vincenti si vedono all'arrivo, oggi che gli USA hanno deciso di disimpegnarsi dal Medio Oriente, potrebbero essere in grado di farlo, mantenendo alleanze affidabili a cui affidare le chiavi della regione, senza i catastrofici risultati ottenuti dagli inglesi nell'allora Palestina.

E qui entra in ballo la Siria, che sembra l'ultimo tassello per stabilizzare il Medio Oriente secondo i dettami della Pax Saudita, una pace che converrebbe anche a Israele visto che dopo il golpe al Cairo gli accordi di pace di Camp David non sono piu' in pericolo, e soprattutto che eliminando la Siria ed Hezbollah, lo stato ebraico si toglierebbe dalle palle le due minacce piu' immediate alle porte di casa.

Non credo sia un caso che il dialogo fra palestinesi e israeliani sia ripreso proprio ora e sembra partito sotto auspici tutto sommato positivi. Anche in questo ritengo plausibile la longa manus dell'Arabia Saudita, visto che i palestinesi fanno quello che dicono i loro sponsor.

In sostanza, messa cosi', la bilancia sembra pendere a favore dell'intervento militare e della detronizzazione di Assad.

Il problema e' che l'ultimo tassello e' uno dei cardini del complesso scenario geopolitico mediorientale e che estraendolo si corre seriamente il rischio di fare quello che succede quando si cerca di estrarre una scheggia di granata da un punto vitale del corpo umano, con il rischio di scatenare una emoraggia incontrollabile o danni fatali.

Un cambio di regime in Siria presuppone infatti un massiccio impegno militare, politico e finanziario  che ne' l'Occidente e tantomeno i sauditi sembrano disposti ad accollarsi.

Non e' chiaro inoltre cosa possa accadere dopo l'eventuale caduta di Assad, ma uno dei motivi per cui i fedelissimi del regime fanno quadrato intorno al presidente, e' che temono vendette e epurazioni su scala biblica, come testimonia il famigerato video del miliziano ribelle che divora il cuore di un soldato governativo.

La transizione a un eventuale governo provvisorio, oltre a essere estremamente confusa, sara' un bagno di sangue, che difficilmente contribuira' a stabilizzare la regione.

C'e' poi da considerare  il "convitato di pietra" della vicenda siriana: la Russia, che non pare affatto entusiasta di rinunciare al suo piu' fedele alleato nell'area, e i cui rapporti con gli americani sono sempre piu' tesi.

Personalmente ritengo che la Russia abbia in qualche modo messo in conto di dover perdere Assad, anche perche' si sta avvicinando sempre piu' alla Turchia, ma credo che fara' di tutto per tenerlo al potere finche' non sara' assolutamente sicura che la caduta del regime e' inevitabile.

L'occasione per sbarazzarsi di Assad si materializzo' l'anno scorso, quando il regime sembro' davvero vacillare e i russi parevano favorevoli a una trovare soluzione alternativa che lasciasse il regime al suo posto senza Assad, ma quella finestra di opportunita' si e' chiusa anche perche' i sauditi non vogliono compromessi: vogliono la testa di Assad e dei suoi uomini.

Qualche salva di Tomahawk sui depositi siriani di armi chimiche non alterera' certo l'equilibrio militare della guerra civile a favore degli insorti e tantomeno salvera' i civili siriani che in assenza dei gas continueranno a essere macellati a colpi di mitragliatrici, cannoni e mortai.

La mia opinione e' che gli americani sappiano che la Siria offre solo due mali: o Assad in qualche modo sopravvive, oppure crolla, e se crolla il paese diventera' un "buco nero" ingestibile, nonostante la volonta' dei sauditi che in questo caso a mio avviso stanno osando una "stabilizzazione di troppo".

Per questo motivo, ritengo che gli "strike limitati" di Obama sui depositi di armi chimiche siriane,  piu' che da motivi umanitari, siano semplicemente dettati dalla necessita' di evitare che armi di distruzioni di massa cadano in mani sbagliate, in quello che in ogni caso e' e sara' il caos.

Non credo si possa fare piu' nulla per sciogliere il nodo siriano, tranne limitare i danni, ma soprattutto starne fuori.

Se la scheggia non si puo' estrarre senza provocare la morte del paziente, tanto vale lasciarla dov'e' come accade a tanti veterani.



Nel post ho evitato volutamente di menzionare un altro fattore e un altro paese chiave del sisma politico che sta scuotendo il Medio Oriente: l'Iran, di cui mi occupero' nel prossimo post.


9 comments:

coiler said...

grazie dell'analisi. non riuscivo a vedere il quadro della situazione.

allora se vincessero i ribelli ci si aspetta una pulizia casa per casa di tutti i sostenitori del regime? stermini di massa?

questo sciita iracheno dice che i guerriglieri sunniti provocheranno guerre civili in tutta la regione..
http://www.businessinsider.com/if-syrian-rebels-win-war-will-spread-2013-2

Yossarian said...

@Coiler

Lo sciita iracheno e' molto vicino alla verita'. Non so circa le guerre civili, ma sicuramente sul bagno di sangue.

Shevathas said...

Ottimo articolo Yoss. In effetti Israele era il cattivo contro cui tutti i buoni facevano finta di prendersela mentre si tiravano calcioni sotto il banco.

Connacht said...

Aggiungerei che l'area, essendo una polveriera, rischia di frantumarsi per effetto domino in caso di problemi in Siria, e in questo mosaico potrebbero mettere le mani nemici di USA-SA approfittando della confusione generale. Per esempio, il caso del Kurdistan (che potrebbe coinvolgere a sua volta la Turchia per "tutelare i propri confini").
E Obama non vuole assolutamente dover imporre un presidio nuovo in zona, per evitare che si formi una galassia di staterelli in anarchia in cui prendono il potere i terroristi o nuovi regimi amici di Iran o Russia.

kurdt Agus said...

Bravo, come al solito.

E finalmente!

Augusto said...

Bella analisi; stando cosí le cose, mi pare che adesso sia troppo tardi per qualunque tipo di intervento, se non lasciar "maturare" il bubbone.
Per altro, tornando al passato, mi pare che EU e US abbiano ceffato in pieno.
La mia domanda di base é : ci conviene la presenza di "stati islamici" oppure no? Penso di no.
Allora, io, avrei:
- appoggiato lo Sha, filo occidentale (anche per ottenere petrolio)
- appoggiato la Turchia laica dei generali, ammettendola in EU in funzione anti islamica
- appoggiato la mezzaluna arabo-socialista, anche se erano alleati URSS.
Oggi avremmo una Persia e una Turchia occidentalizzate piú gli stati arabi mediterranei sottoposti a regimi dittatoriali ma certamente laici e anti-islamici.
Ma, forse, mi sbaglio; oppure é troppo facile giudicare con il senno di poi.

shevathas said...

@augusto. Da quel poco che conosco della storia della rivoluzione iraniana, quello che penso è che gli americani hanno fatto il solito pasticcio che combinano quando sostituiscono alla realpolitik (he’s a son of a bitch, but he’s our son of a bitch), l'idealismo.
Il regime dello sha era tirannico, non aveva a cuore i diritti umani, le solite proteste a iosa...
risultato: frittata komeini.

Augusto said...

@ shevathas
Appunto...e penso lo stesso per le varie primavere arabe e, adesso, la Siria.
Dopo la accurata spiegazione di Yoss, riesco ad intravedere il fine ultimo: sganciarsi lasciando a guardia due cani in lotta tra loro.
Peró credo ancora che un poco meno di fuffa e piú realpolitik avrebbe giovato.

Finrod said...

qua e là c'è qualcosa che non mi convince troppo, ma in ogni caso ottima analisi :-)
Però aggiungo un terzo male: Assad sopravvive, ma solo in quel 40% o meno di Siria che controlla ancora, il resto se lo spartiscono una Siria sunnita, magari con capitale Aleppo, e uno stato curdo. In fondo potrebbe fare contenti tutti: Assad non fa la fine di Gheddafi, e vista com'è andata è già tutto di guadagnato, Russia e Iran hanno sempre il loro alleato, ma indebolito e totalmente dipendente da loro, la Turchia guadagna due staterelli che per sopravvivere dipendono da lei (e in uno ci può esiliare Ocalan e il pkk, cogliendo due piccioni con una fava), Israele vedrebbe comunque indeboliti due avversari e d'altra parte non rischierebbe di avere fondamentalisti sunniti alle frontiere del Golan, anche per i sauditi se non è una vittoria totale in ogni caso l'asse sciita ne esce meno forte.
Infine, commento ad un commento: io la Turchia dei generali non l'avrei voluta in Europa a nessuna condizione, perché questi personaggi erano (sono) sì filo-europei, ma l'Europa che piace(va) loro era quella totalitaria degli anni '30 :-(