Sunday, 3 November 2013

1708 - Exilles e Fenestrelle. Ovvero del falso attacco




Come sapete di tanto in tanto "presto" il blog a quei lettori che hanno un episodio bellico o storico interessante da raccontare.

Questa volta l'ho fatto con Baron Litron, autore di questo bel post ambientato nella Guerra di Successione Spagnola che vede i francesi di Luigi XIV (Il Re Sole) contrapposti ai Savoia di Vittorio Amedeo II.

Buona lettura.


Allora allora, da dove cominciare?

Siamo nell'estate del 1708 in Piemonte, nel pieno della guerra di successione spagnola. Due anni prima le truppe francesi di Luigi XIV s'erano prese una sonora dose di ceffoni nel tentativo di impadronirsi di Torino dopo un assedio di diversi mesi.

La battaglia di Torino, e la vittoria del 6 settembre, segnarono il punto di massima espansione della potenza francese, cresciuta a dismisura nel secolo precedente, ma furono anche il suo punto di svolta, lo zenit raggiunto dal re Sole, dopo il quale non si poté che assistere al suo ineluttabile declino. Un ottimo se pur insolito riassunto della battaglia e in generale della guerra di successione spagnola, di cui Torino fu l'episodio centrale del teatro italiano.

Il ducato aveva confini sicuri nelle valli cuneesi e nell'attuale Val d'Aosta, in quelle perché la conformazione orografica lo permetteva (valli strette e scoscese, dov'era facile imbottigliare un esercito in discesa, e passi montani molto alti e sgombri dalla neve solo per tre-quattro mesi all'anno, oltre al forte di Demonte e all'intera città di Cuneo, che respinse vittoriosamente ben sette assedi francesi), in questa perché il sistema di fortificazioni, risalenti alcune all'alto medioevo, faceva in modo che a Torino sapessero se un francese s'era affacciato in valle nel giro di mezz'ora circa: avete presente LOTR, quando Merry va ad accendere il fuoco in cima alla torre di Minas Tirith per chiedere aiuto a Rohan? Ecco, se considerate che da un qualsiasi castello valdostano se ne vedono altri due, uno a monte e uno a valle, la cosa diventa chiarissima. I francesi ci hanno messo circa settecento anni a capirlo, e infatti per la val d'Aosta sono passati senza permesso prima Giulio Cesare e poi Napoleone. In mezzo, nessuno.

Celebrata con le dovute forme la vittoria, coniando tra l'altro un medaglione commemorativo che recava sul fronte l'immagine del carro di Fetonte che precipita in Po, coronato dalla scritta “Mergitur Eridano”, e spedito come souvenir direttamente alla corte di Versaglia (il settecento fu un secolo che celava un'estrema violenza in morbidi panni di seta e velluto, e non solo di violenza fisica si parla....si può immaginare quanto alla corte franciosa venne apprezzata la colta citazione), e ringraziato il cugino principe Eugenio per l'aiuto (come ultimo regalo, alla testa di qualche reggimento misto, s'era pure occupato di scacciare i francesi da Susa, liberando l'accesso alla val Cenischia e al sovrastante passo del Moncenisio, fatto che avrà la sua bella importanza nei mesi successivi), il duca Vittorio Amedeo restava comunque in una situazione non molto comoda: la guerra continuava, e se Torino era stata liberata, i francesi tenevano ancora una forte guarnigione a Pinerolo, e controllavano i due forti di Exilles e Fenestrelle che avevano costruito in passato nelle alte valli di Susa e del Chisone, con i quali potevano agevolmente bloccare qualsiasi tentativo di sconfinamento da parte piemontese, e allo stesso tempo fare da riparo e base offensiva avanzata a tutte le armate francesi che avessero voluto valicare il Monginevro per scorrazzare nella piane del ducato.

Praticamente, queste due fortezze erano delle vere e proprie scope in culo, che da un paio di secoli impedivano ai Savoia di starsene tranquilli “nelle nostre  case e nei nostri castelli, con le nostre moglie e le nostre amanti, senza che il re di Francia venga tutti i giorni a dirci cosa dobbiamo e non dobbiamo fare”, come aveva sbottato appunto uno degli antenati di Vittorio Amedeo verso la fine del 1400...
Il problema erano proprio le valli di Susa e del Chisone, che fanno entrambe capo al passo del Monginevro (di agevole passaggio dalla notte dei tempi, citofonare in casa Annibale per conferme), che sfociano una su Pinerolo e l'altra direttamente su Rivoli e Torino, e che per questo i francesi avevano avuto buona cura di munire di fortezze e tenere sotto stretto controllo, lasciando magari i pascoli, le vie e i paesi ai duchi, ma tenendo sempre il dito sul grilletto, o meglio, il pistro del cannone saldamente in pugno. 

All'inizio del XVIII secolo quindi, la situazione era circa quella rappresentata nella cartina, utile anche a capire la geografia non semplicissima della zona: in pratica non era cambiato nulla dall'inizio del secolo passato, il passo del Moncenisio era sotto il controllo dei Savoia, come il San Bernardo e il Tenda, ma il Monginevro e la conca di Bardonecchia subito sottostante erano francesi, come l'alta val Susa, tutta la valle del Chisone ed i forti di Exilles e Fenestrelle (sotto la G di Pragelato nella mappa).





Arriviamo al dunque: è l'estate del 1708, Torino l'ha scampata ed è rimasta libera e indipendente (per inciso, il re Sole aveva voluto punire Vittorio Amedeo per la sua insubordinazione, essendosi lui ribellato a un'alleanza forzata e umiliante, convinto che la capitolazione di Torino l'avrebbe spinto alla sottomissione completa. Di tutt'altro avviso era il suo consigliere Vendôme, sicuro che il Duca non si sarebbe piegato nemmeno dopo l'eventuale perdita di Torino e Cuneo, come già era accaduto due secoli prima con Emanuele Filiberto...), ma la Francia tiene due piedi saldamente al di qua delle Alpi, e occupa le valli della Savoia già dal 1703. Il confine sudorientale del regno di Francia pare sicuro, i piemontesi sono bloccati dalle due fortezze alpine, e il re Sole può concentrarsi sui disastri che sta subendo sugli altri fronti.

Senonché, Vittorio Amedeo (aka "La Volpe Savoiarda") non è precisamente d'accordo con il re di Francia: gli anni appena trascorsi hanno confermato tristemente che sottrarsi all'influenza francese non è cosa semplice, e può diventare a volte molto pericoloso, e se il confine a nord e nordest è assicurato dalla neutralità svizzera, e quello a sudovest è saldamente controllato dalla contiguità territoriale tra la contea di Nizza e il cuneese, il Delfinato è una vera e propria spina nel fianco, una specie di imbuto che permette di concentrare sul Monginevro armate anche molto numerose, alle quali il controllo francese sulle alte valli del versante italiano permette di avanzare senza particolari ostacoli. Si può avere il miglior esercito del tempo (e quello ducale non aveva niente da invidiare ad altre armate dell'epoca, per capacità, organizzazione, disciplina e abilità di manovra), ma non si può semplicemente difendere con efficacia un territorio che ha una simile breccia  lungo il confine, e i secoli passati in diverse occasioni ne avevano data dolorosissima prova.

Demolire o, ancora meglio, conquistare le due fortezze era dunque indispensabile, anche solo per questioni di pura sopravvivenza. I francesi lo sapevano bene, e per questo, nonostante la situazione della guerra nel teatro nordeuropeo, l'armata delle Alpi era decisamente numerosa, potendo contare su un'ottantina di battaglioni di fanteria e circa venticinque squadroni di cavalleria (oltre a una decina tra battaglioni e squadroni in marcia dalla metà di giugno per unirsi al grosso delle truppe), al comando di Claude Louis Hector duca di Villars, futuro maresciallo di Francia (noto anche, dopo i fatti narrati, come "Il Trafelato"), così suddivisi:

- a Barcelonette e in alta Provenza 7 battaglioni pronti a raggiungere il grosso se necessario
- in Provenza e nel Nizzardo 22 battaglioni e 11 squadroni;
- in Savoia 23 battaglioni e 12 squadroni divisi a difendere la Moriana e la Tarantasia, e con l'ordine tassativo di non correre in reciproco aiuto in caso di invasione;
- al di qua del Monginevro (Oulx, Exilles, Fenestrelle, Cesana, Perosa, Pinerolo), e a Briançon, 30 battaglioni e 6 squadroni.

Di contro, il Duca poteva disporre di 55 battaglioni di fanteria, e 16 squadroni di cavalleria e dragoni, oltre a due squadroni di cavalleria di guardie del corpo. In tutto, sia ben chiaro.

Ora, per prendere due fortezze alpine la cavalleria non è poi così utile, e le truppe a piedi erano di poco superiori alla forza francese. Oltretutto, richiamandole tutte in zona s'era lasciato quasi senza difese il resto del ducato, con una mossa avventata ma inevitabile, vista la disparità delle forze in campo e la scarsa collaborazione dell'alleato austriaco2. L'atto di forza era quindi escluso, occorreva giocare d'astuzia cercando di manovrare la campagna in una direzione favorevole. Il Duca aveva dalla sua poche armi, ma preziose: giocava in casa, conosceva il territorio alla perfezione, non doveva dipendere dagli ordini di Parigi (una settimana minimo tra avanti e indietro per comunicare movimenti o ricevere istruzioni su decisioni fondamentali), comandava un esercito piccolo ma perfettamente oliato, e composto da uomini che difendevano la loro terra, le loro famiglie e la loro libertà da vicini che nel corso dei secoli s'erano dimostrati via via meno sopportabili.

Non potendo sferrare un attacco diretto alle due fortezze, protette alle spalle da trenta battaglioni che potevano concentrarsi nella difesa di una o dell'altra, Vittorio Amedeo decide di impiegare una tattica nota nel linguaggio schermistico come "falso attacco".
Un falso attacco sembra, ma NON è una finta: nella finta io fingo appunto un certo attacco ma non lo porto a termine, e intanto studio la reazione dell'altro, e a seconda se casca o meno nella finta, decido come proseguire l'azione. Col falso attacco invece, l'offesa viene portata sul serio, in maniera diretta sovente di 
prima intenzione, con il preciso obiettivo di spingere l'avversario a reagire in un determinato modo, di solito obbligato. Se l'altro para, quindi, deve parare come io voglio che pari (e quindi, avendolo prevenuto di una mossa, so già come sferrare l'attacco vero), se invece non para, il mio attacco va a buon fine e io lo posso ferire.

Il falso attacco si svolge quindi in tre tempi: io affondo per spingerlo a parare (con una parata che io so come verrà fatta perché lo attacco in modo che possa parare solo così), l'avversario risponde e io mi scanso (con una schivata che ho già preparato perché l'ho praticamente obbligato alla risposta), io poi cavo la lama e affondo per davvero con botta piena, di solito alla gola o al viso che il suo precedente affondo ha lasciato scoperti. Il mio primo affondo è chiaro e deciso, quasi telefonato: se sta attento lo para (ma come e dove voglio io), se non sta attento vado a botta, e l'azione si chiude subito.
Entrambe le tecniche (finta e falso attacco) in scherma si svolgono in un tempo di solito inferiore al secondo, nel caso della campagna delle Alpi l'azione dura due mesi scarsi, ma è impressionante come il Duca tenga conto dei quattro elementi base dell'arte della scherma: tempo, misura, strategia e natura, insieme al principio cardine del "toccare senza essere toccati", vale a dire l'uscire illesi da uno scontro.


I - Primo tempo: affondo e parata - l'avanzata in Savoia e la risposta francese

Le valli che dal versante italiano, a partire dallo spartiacque, convergono verso il piano, sono corte, molto ripide e abbastanza strette (a causa del meccanismo di formazione della catena alpina), e sboccano in pianura concentrate in un un arco dal raggio piuttosto ristretto, mentre quelle francesi che si aprono a ventaglio, sono più lunghe, più larghe, meno ripide e sboccano in un semicerchio piuttosto ampio. Se quindi controllando un passo o, ancora meglio, i pianori sottostanti è molto agevole poi calare verso l'Italia da due o tre valli e sbucare al piano in percorsi convergenti, il percorso inverso causa invece una decisa dispersione delle armate, se queste vengono divise su più valli. S'è detto che l'obiettivo del Duca erano i forti di Exilles e Fenestrelle, e che non poteva assalirli direttamente perché il grosso delle truppe francesi era accampato tra Oulx e Cesana, pronto a calare in soccorso di uno dei due forti a seconda del bisogno. Oltretutto, il forte di Perosa in chiusa di valle ospitava una nutrita guarnigione, e nei pressi erano accampati due reggimenti pronti a risalire la valle al bisogno per chiudere tra due fuochi eventuali tentativi di conquistare Fenestrelle. Per permettere l'assedio delle fortezze era quindi fondamentale stornare quanti più uomini possibile dalla zona del Monginevro. Verso la fine di giugno i piemontesi iniziano uno svogliato assedio a Perosa, mettendo in allarme i francesi ma nulla più. Nel frattempo, il Duca fa concentrare a Susa gran parte delle truppe, mentre spedisce a Morgex in Val D'Aosta 6 battaglioni (4 piemontesi e 2 imperiali) e 350 cavalieri al comando del generale Schulenburg, con l'ordine di valicare il Piccolo San Bernardo e penetrare in Savoia per la Tarantasia lungo il fiume Isère. Il Duca invece si mette al comando del grosso delle truppe (43 battaglioni), e s'infila su per la val di Susa, con l'apparente obiettivo di assalire Exilles. Villars in un certo senso s'aspettava una mossa verso una delle fortezze, ed Exilles era la più probabile, visto il blocco costituito dalla guarnigione francese a Perosa nella chiusa dell'altra valle. Inizia quindi a dispiegare le sue truppe da Cesana verso Exilles, pronto a sbarrare la strada ai ducali, ma Vittorio Amedeo, invece di superare Susa e cingere Exilles d'assedio, s'infila di gran carriera su per la Cenischia valicando il colle del Moncenisio (aveva trascorso tutto l'anno precedente a rinforzare le strada e le difese del vallone), e lasciando appena 2500 uomini a difendere Susa.  


I due attacchi, del Duca dal Cenisio verso nordovest, e di Schulenburg dal San Bernardo verso sudest iniziano in contemporanea il 18 luglio. Le due colonne avanzano lentamente, senza slanci improvvisi, attente ad assicurarsi il territorio man mano che calano verso valle. Per meglio dare ai francesi la certezza che si tratta di una vera e propria riconquista della Savoia, il Duca fa approntare sulla via forni per preparare il pane, acquista grandi quantità di grano e farina svizzere intorno a Ginevra e nel Chiablese, e più che cercare lo scontro con i francesi si occupa di controllare e assicurare il territorio, ricacciando a valle i francesi ma senza ingaggiare vere e proprie battaglie, anche perché i generali francesi Thoy e Medavi preferiscono ritirarsi in buon ordine, ligi agli ordini di Villars, e senza distrarsi per correre in reciproco aiuto, certi di poter fermare l'avanzata sabauda al momento di toccare il piano. Inutile dire che l'esercito francese si ritirava in territorio occupato (da 5 anni) ma pur sempre ostile e nemico, in quanto la Savoia non era mai stata soggetta al re di Francia se non per brevi periodi, e i suoi abitanti non gradivano di certo l'occupazione...

Schulenburg, valicato il San Bernardo all'alba del 19 (dopo aver trascorso la notte accendendo numerosi fuochi per far credere di avere un'armata ben più numerosa), occupa Seez ed entra in Savoia, mentre il grosso dell'esercito, valicato il Cenisio, entra nella valle dell'Arc e occupa il paese di Lanslebourg, cacciandone la scarna guarnigione. Il grosso dell'armata francese in Moriana, agli ordini di Medavi, era di stanza a Modane, ben trincerato e in posizione favorevole alla difesa. Per costringerlo a sloggiare, 3500 fucilieri e 500 granatieri agli ordini del generale Rehbinder compiono una manovra di aggiramento risalendo valloni laterali e valicando il colle della Vanoise, da cui potevano minacciare sia il retro delle truppe di Modane che quelle in ritirata per la val d'Isère. Il 23, dopo una diversione per disturbare l'armata della Tarantasia e occupare il presidio di Thermignon, Rehbinder cala verso Modane, minacciando la retroguardia di Medavi. Lo stesso giorno il grosso delle truppe piemontesi, giunte da poco  di fronte alla cittadina, si prepara all'assalto frontale. 

A quel punto Medavi, saputo da un disertore della perdita della Vanoise e delle manovre di Rehbinder, e timoroso di uno scontro frontale con un'armata che aveva sovrastimata, ordina al generale Thoy di abbandonare la Tarantasia e ritirarsi fino alla confluenza tra l'Arc e l'Isère, e lascia Modane in gran fretta per attestarsi a monte della fortezza di Montmélian, chiave di accesso a Grenoble e al Delfinato. Nel frattempo Schulenburg, giunto il 19 a Bourg Saint Maurice, e incontrata la prima resistenza seria alla sua avanzata, aveva pronte le artiglierie per l'assalto, ma non fa nulla di particolare, in attesa di ordini da parte del Duca. La mattina del 23 giunge a Thoy l'ordine di ritirata, e verso le 2 del mattino seguente, sotto una pioggia battente, i francesi smontano il campo alla chetichella e si ritirano a valle, per ricongiungersi con le truppe di Medavi.

I francesi continuano a ritirarsi, anche da posizioni facili da difendere, e il 26 luglio si fermano finalmente a Aiguebelle, sopra Montmelian, in attesa degli ordini del maresciallo Villars. Chiaramente, Medavi accusa Thoy di non aver saputo resistere all'avanzata in Tarantasia, dimenticando che proprio lui, da una posizione più facile da difendere, aveva ordinato di abbandonare Bourg Saint Maurice e ripiegare.... In ogni caso, il 28 luglio arriva finalmente al Duca la notizia che Villars s'è mosso: dopo aver assistito senza poter intervenire (Susa sbarrava la strada da Cesana alla val Cenischia) allo sconfinamento del Duca, si accorge di essere stato aggirato e, ricevuta notizia del ripiegamento francese nelle due valli della Savoia, per soccorrere le truppe di occupazione e impedire ai piemontesi di dilagare nel Delfinato, occupare Grenoble e da lì portar tempesta chissà dove, il 23 lascia 13 battaglioni a presidio di Exilles e Fenestrelle e, alla testa del grosso dell'armata, si dirige su Barraux (poco a valle di Montmelian), dove intende concentrare tutte le forze per opporsi all'invasione dalla Savoia. 

Subito il Duca ordina ai granatieri rimasti a Susa e alle milizie locali di "inquietare il nemico", mentre comanda i battaglioni regolari di dragoni rimasti in valle, e i battaglioni di guardia al Moncenisio di ricongiungersi col grosso che si stava accampando a Saint Jean de Maurienne. Anche a  Schulenburg viene ordinato di calare su Saint Jean, ma tenendosi lontano dal fondovalle per timore di imboscate della retroguardia in ritirata. Schulenburg arriverà il 29, dopo una traversata compiuta tutta sopra i 2500 metri di quota, e con le forze praticamente intatte. 

Il 30 luglio, a 12 giorni dall'inizio delle operazioni, il quadro è completamente cambiato: il grosso dell'armata piemontese con circa 39 battaglioni è accampato a Saint Jean de Maurienne (solo 4 battaglioni, l'artiglieria e una compagnia di genieri vengono lasciati a Modane, col compito di tener d'occhio la guarnigione francese dei colli Rho e Frejus, che danno direttamente su Bardonecchia e Cesana, e di rinforzare la strada di valico), 2500  uomini sono fermi a Susa e il grosso della cavalleria è a Bussoleno, poco più a valle: quasi tutta l'armata ducale è concentrata a Saint Jean, e pare pronta a sconfinare verso Grenoble e il ventre della Francia.
I francesi sono invece attestati tra Aiguebelle e Barraux con 45 battaglioni e 12 squadroni di cavalleria, mentre in Piemonte sono rimasti 13 battaglioni a rinforzo e sostegno delle due fortezze.

L'occupazione della Savoia è completata, ma la strada per la Francia è sbarrata, e Villars prepara la risposta. Vittorio Amedeo per adesso ha raggiunto il suo primo obiettivo: colpire a fondo e provocare la risposta desiderata. I due eserciti sono schierati e abbastanza vicini, appena una giornata di marcia separa il grosso delle truppe ducali dal campo avanzato di Medavi ad Aiguebelle, a sua volta distante mezza giornata dal grosso francese accampato a Barraux.


Secondo tempo: risposta e schivata - contromanovra francese e rientro in Piemonte

Già dalle metà di giugno, Villars osservava con crescente sospetto le manovre del Duca, cercando di capirne le intenzioni. Con l'idea che i piemontesi preparassero un'invasione della Savoia (idea che il Duca fece di tutto per consolidare), chiedeva in continuazione rinforzi a Versailles (tanto non gli costava nulla, essendo egli "liberal en couriers, qu'il ne payoit point" come ricorda con sarcasmo Saint Simon nelle sue memorie), ma senza ottenere granché dal re, che aveva preoccupazioni ben più pressanti e vicine in Fiandra. Quando però il Duca, nell'ultima decade di luglio, rompe gli indugi e occupa la Savoia minacciando di poter calare direttamente su Grenoble, Lione o addirittura varcare il Rodano e spingersi a nord, Villars ha finalmente in mano un argomento per scuotere Luigi XIV. Richiama quindi 12 battaglioni dal campo di Perosa (ancora svogliatamente assediata dai piemontesi) dislocandoli tra Oulx e Cesana agli ordini di Muret per difendere l'alta valle, e col grosso percorre la valle Romanche, da Briançon dirigendosi verso Grenoble e Montmelian per contrastare il nemico, e macinando bestemmie durante la lunga e faticosa marcia che prima lo costringe a discendere tutta la val Romanche e poi a risalire la val d'Isère fino a Barraux, il tutto per far capire a quel disgraziato di un Duca che con la Francia non si scherza, parbleu! Ottiene anche da Versailles la dislocazione di 12 squadroni di cavalleria dal Rodano e il dispiegamento di altri 8 battaglioni di fanteria dalla Provenza, agli ordini del generale D'Artaignan (sic) cui viene ordinato di garantire il collegamento tra Briançon e Grenoble, e di assicurarne la difesa. Viene dato ordine anche di preparare Lione a un assedio, vengono allertate tutte le truppe lungo il Rodano e la Saona, e rafforzate le difese a Barcelonette (dove il battaglione piemontese a guardia di Cuneo aveva sconfinato passando per la Maddalena, e seminata una leggera isteria con scorribande e puntate apparentemente casuali).

Alla fine di luglio quindi Villars è a Barraux, a monte di Grenoble e a valle di Montmelian, col grosso di una ventina di battaglioni, avendo a monte (ad Aiguebelle) il Medavi con 11 battaglioni e 4 squadroni a controllare la confluenza tra Arc e Isère, Thoy a Saint Pierre con 11 battaglioni e 1 squadrone a sbarrare la val d'Isère a monte della confluenza per un totale di 40 battaglioni; 3 battaglioni con 4 squadroni a proteggere il Rodano, 5 battaglioni sotto D'Artaignan a difendere Grenoble, con altri 3 battaglioni in arrivo dalla Provenza. 

In Piemonte, 3 battaglioni tra Perosa  e Fenestrelle (dov'era rimasta una guarnigione di 600 uomini), 2 battaglioni a monte di Fenestrelle, 1 battaglione nell'alta val Susa a collegamento col Monginevro e di protezione alle scorrerie delle milizie valdesi, 1 battaglione e 500 miliziani sul Monginevro, 2 battaglioni a Exilles (con altri 500 uomini di guarnigione), 1 battaglione tra Exilles e il colle della Rho, più 3 battaglioni a Briançon, oltre la cresta in territorio francese, a ulteriore protezione del Monginevro. I piemontesi, come s'è visto, sono tutti concentrati a Saint Jean de Maurienne (con 40 battaglioni circa), hanno altri 4 battaglioni a Modane a minacciare il col della Rho, e in val Susa hanno soltanto 2500 uomini e la cavalleria, che non costituiscono alcuna minaccia per i forti. Il resto della frontiera è praticamente sguarnito, e tutto fa pensare che si stiano raccogliendo le forze per sferrare un attacco al territorio francese col grosso, concentrato in Moriana e guidato dal Duca in persona.

I pezzi sono schierati, ai francesi tocca muovere.

Il 2 di agosto, Villars rompe gli indugi e marcia deciso su Saint Jean de Maurienne (mugugnando tra i denti "Adesso lo faccio nero, 'sto bastardo che mi ha guastata l'estate. Lo spiano e lo disfo e spedisco la testa a Versaglia, così mi ci guadagno pure la promozione, 'sto disgraziato maledetto"), dove giunge il 5, trovando però una pacifica cittadina, con gli abitanti impegnati a ricostruire i ponti in legno incendiati una decina di giorni prima dai francesi in ritirata, ma completamente deserta di soldati piemontesi, dei quali non c'è nemmeno l'ombra.... Interrogato qualche montanaro, gli viene risposto: "Piemontesi? Sì, ce n'era un'armata intera, s'è fermata una settimana ma da due o tre giorni son partiti, mica sappiamo per dove...."

Cos'era successo, nei due o tre giorni a cavallo tra luglio e agosto? Come s'è visto, le valli francesi sono mooolto lunghe, e disposte a ventaglio. Appena il Duca, intorno al 23 di luglio, ebbe sentore dell'inizio della marcia dei francesi a difesa di Grenoble, ebbe la certezza che il suo primo affondo era andato esattamente come voleva lui: per parare il colpo, Villars aveva sguarnito la difesa dei forti, lasciando scoperto il vero obiettivo dell'attacco. Si trattava ora di costringere i francesi a colpire nel posto desiderato, e scansare il colpo "lasciandolo andare a voto con schifar alquanto con la vita indietro e poi spingerli subito una punta nella faccia, o vero nel petto", come raccomanda il Capoferro quando "harai all’incontro un huomo bestiale che senza misura e tempo, con gran impito ti tirasse molti colpi". Il 30 luglio, al campo di Saint Jean, Vittorio Amedeo tiene un consiglio di guerra ristretto, e decide le prossime mosse, da eseguire con la massima celerità e precisione:
- il marchese Zumjen, con 7 battaglioni, doveva proseguire l'avanzata scendendo lungo l'Arc, verso la Chambre e le truppe di Thoy e Medavi, facendo mostra di essere l'avanguardia del corpo di occupazione con puntate, scorrerie e "facendo il più gran strepito e disordine";
- Rehbinder, alla mezzanotte del 28, doveva prendere 10 battaglioni e 4 pezzi d'artiglieria, portarsi a Modane, raccogliere le artiglierie e i 4 battaglioni rimasti là, conquistare di sorpresa il colle della Rho e calare su Bardonecchia, possibilmente senza che i francesi se ne accorgessero;
- le truppe di stanza a Susa, col generale Stille, dovevano assalire Exilles da valle, con lo scopo principale di mettersi in comunicazione con Rehbinder in arrivo;
- il grosso restava a Saint Jean col Duca, per meglio dar l'impressione di preparare l'offensiva verso la Francia

All'alba del 30 luglio Rehbinder, alla testa di due battaglioni e 400 granatieri, assale e occupa il colle della Rho, dà disposizione ai genieri di allargare e rinforzare la strada, e di tenere con sé un gran numero di massi, ordina al resto delle truppe di seguirlo e cala a valle su Bardonecchia, travolgendo nella discesa il battaglione francese che stava salendo in soccorso al colle. Prosegue quindi l'avanzata e si accampa a Oulx, in attesa del resto della truppa e dei pezzi di artiglieria. Sul colle della Rho restano due battaglioni e qualche decina di metri cubi di macigni. A tarda sera, il grosso delle truppe di Rehbinder giunge da Modane, e un distaccamento occupa il colle della Scala sovrastante Oulx. Il 31 luglio Muret, con i suoi 10 battaglioni, ripiega prima a Clavière e sul Monginevro e poi il 1 agosto su Briançon, lasciando a Perosa, Exilles e Fenestrelle soltanto le guarnigioni di 500 uomini (600 a Fenestrelle) con l'ordine di resistere a qualsiasi costo. Il 31 Rehbinder occupa Cesana e il 1 agosto Clavière e il Monginevro, obbligando i francesi a trincerarsi a Briançon e indebolirsi ancora di 3 battaglioni inviati a controllare il colle di Galibier e le comunicazioni con Villars, in marcia da Barraux verso Saint Jean e ancora all'oscuro di tutto. I piemontesi di Rehbinder pongono il campo alla Vachette, subito sotto il Monginevro sul versante francese, e lì si attestano.

Il Duca, avuta notizia il 30 della vittoriosa avanzata di Rehbinder, il 31 si mette in marcia col grosso della truppa e il 1 agosto è a Modane, preceduto di un giorno da 5 battaglioni comandati da Pallavicino di rinforzo a Rehbinder. Da Modane ordina di riportare a Susa da Lanslebourg gli 8 pezzi di artiglieria portati là e l'ospedale da campo con i (pochi invero) feriti, e ai dragoni di stanza a Bussoleno di risalire la valle verso Exilles, per iniziare senza perder tempo l'assedio del forte, mentre Zumjen (che intanto s'era spinto fino a ingaggiare scontri con le truppe di Thoy a Aiguebelle) deve ripiegare su Saint Jean e Modane con un giorno di ritardo sul grosso, in guisa di retroguardia. Nella bassa val Chisone invece, il colonnello Lauzet deve interrompere tutte le comunicazioni tra Pinerolo e la valle del Queyras in Francia con azioni di guerriglia nei boschi, per impedire che da quel lato i francesi possano organizzare controffensive sgradite. Il 2 agosto il grosso dell'armata piemontese è a Bardonecchia, raggiunto il giorno dopo dalle truppe di Zumjen, e là si fermerà fino all'8 per organizzare l'assedio di Exilles: la schivata è riuscita, in Savoia (che è per il momento inutile tenere, visto che da lì a due mesi la neve avrebbe comunque impedito il passaggio di tutti i valichi, e lo stesso transito nelle valli) non ci sono più truppe piemontesi a parte quattro battaglioni a presidio del col della Rho e la guarnigione a guardia del Moncenisio.

Quando Villars arriva a Saint Jean il 2 agosto, riceve allo stesso momento due bruttissime notizie: una, che di piemontesi non c'è traccia, e che anzi il Duca (che pensava di poter affrontare in uno scontro) è accampato a Bardonecchia, molto vicino in linea d'aria, ma con un tremila metri di montagna in mezzo, l'altra che i battaglioni lasciati a presidio di Exilles e Fenestrelle si sono invece ritirati ed asserragliati a Briançon, e che il Monginevro è in mano al nemico. Realizza quindi che il vero scopo del Duca era di prendere le due fortezze (cosa che adesso può fare indisturbato), e deve quindi correre in loro aiuto, e pure abbastanza in fretta....
Dopo aver mandato sicuramente una salva di bestemmie, decide di inseguire i piemontesi (che hanno poi solo una giornata di vantaggio) per il col della Rho. Marcia quindi su Modane, senza trovare resistenza né nemici, e inizia la salita al colle. Dove i quattro battaglioni di guardia non devono nemmeno metter mano ai moschetti, bastando loro far rotolare pian piano verso valle i massi accumulati.... la gravità fa il resto, e dopo una mezza, infruttuosa giornata Villars si convince che da lì non è possibile passare, e deve quindi ridiscendere la val d'Arc fino a Saint Jean, salire al colle del Galibier e calare in val Romanche per ricongiungersi con le truppe a Briançon e preparare la controffensiva e la difesa dei forti. Arriverà a destinazione soltanto il 10 agosto. 

Da notare, dal punto di vista piemontese, la scelta dei tempi per la mossa e la contromossa: avevano impiegato 12 giorni per andare da Susa a Saint Jean, occupando due valli quasi senza combattere e facendo gran mostra di muoversi lentamente e in piena sicurezza. Da Saint Jean invece, in appena tre giorni erano potuti rientrare in Piemonte con tutta l'armata, bloccando da ovest le possibilità francesi di difesa dei forti e assicurandosi il controllo assoluto di tutti i valichi utili a impensierire o bloccare le manovre francesi. Il rientro in Piemonte fu rapidissimo, pur se compiuto in diversi scaglioni, anche per lasciare i francesi in dubbio fino all'ultimo sulle reali intenzioni del Duca: se avesse ripiegato troppo presto, non avrebbe potuto costringere Villars a sguarnire il teatro piemontese per parare l'offensiva in Savoia, per cui era indispensabile mantenere il grosso dell'armata a Saint Jean il più a lungo possibile, lasciando che le forze nemiche si disponessero alla difesa e anzi iniziassero il deciso contrattacco reso vano dal rapidissimo ritorno al di qua delle montagne. Se invece avesse ripiegato troppo tardi, avrebbe corso il rischio di venir rallentato dai francesi, impegnandosi in una ritirata faticosa e difficile da gestire. Lasciando invece il campo di Saint Jean il giorno prima dell'inizio della controffensiva francese, la schivata fu eseguita con tempismo e precisione inappuntabili. Situazione e tempo sono perfetti per lo svolgimento dell'ultimo atto.

Terzo tempo: affondo a botta piena - assedio e conquista di Exilles e Fenestrelle

Il 3 agosto il Duca s'incontra alla Vachette con Rehbinder, e decide le mosse da mettere in atto per chiudere la partita:
Pallavicino si porta alla Vachette da Oulx, in rinforzo e Rehbinder
Il conte di Trinità alla guida di 2 battaglioni, muove da Torino per prendere Perosa
I valdesi occupano i colli a ovest della val Chisone e penetrano nel Queyras per interrompere strade e ponti
Schulenburg si porta a Novalesa con un battaglione, lasciandone un altro sul sovrastante colle del Moncenisio (al comando del giovane barone von Leutrum, che respingerà il 21 l'ultimo assalto di Medavi al colle, e che pochi anni dopo seminerà pianto e stridor di denti tra le truppe francesi a Cuneo...)
Regal mette l'assedio a Exilles il 4 agosto, con l'aiuto delle artiglierie che stanno giungendo da Torino e da Lanslebourg
Il grosso dell'armata si accampa tra Bardonecchia e Oulx, con funzioni speculari a quelle dei francesi soltanto un mese prima: da lì può contrastare sia l'avanzata dal Monginevro che eventuali tentativi dal colle della Rho.
Rehbinder deve stare tra Cesana e il Monginevro, pronto a salire le alture a ovest di Fenestrelle al bisogno, mentre vengono occupati e rinforzati anche i colli dell'Assietta e delle Finestre, che mettono in comunicazione la val Susa e la val Chisone, a valle di Exilles e a monte di Fenestrelle.

Perosa cade il giorno 11, dopo una resistenza di pura formalità, e le truppe piemontesi hanno via libera nella bassa val Chisone per il transito delle artiglierie necessarie alla presa di Fenestrelle.

Il 4 agosto inizia l'assedio di Exilles (giudicata inespugnabile da Villars): il 6 il primo attacco, il 9 la prima parallela di artiglieria, il 10 il primo bombardamento con 7 pezzi, in attesa di quelli che stavano arrivando da Torino. Il 12 sera, prima dell'attacco piemontese programmato per la mattina successiva, il comandante si arrende, lasciando 500 prigionieri, una ventina di cannoni, 700 fucili e l'intera santabarbara. Il forte era, in effetti, inespugnabile da chi lo affrontava risalendo la valle, ma sfortunatamente era stato concepito per bloccare la risalita dei piemontesi, e non per difendersi da un attacco da monte, o dalle alture circostanti. Già il Vendôme, diversi anni prima, aveva detto che se non si fossero spesi tanti soldi per la sua costruzione l'avrebbe fatto demolire e ricostruire in modo più intelligente, e infatti cadde perché preso da un versante che i francesi avevano dato per assicurato, e quindi lasciato sguarnito di difese....

I francesi intanto, con Medavi, avevano tentato di rientrare in Piemonte dal Moncenisio già dal giorno 9, ma erano stati ricacciati a valle dalle truppe di guardia, tra il 15 e il 21 ritentarono più volte il passaggio, per abbandonare del tutto il tentativo e rientrare a valle. Un altro distaccamento francese era penetrato a est nelle valli di Lanzo attraverso il colle Anleret a oltre 3000 metri di quota, ma s'era ritirato per mancanza di pane, dopo aver incendiato due case e rubato un migliaio di pecore

Per tentare di salvare Exilles, Villars riunisce tutte le truppe al Monginevro e muove verso Cesana, difesa da 8 battaglioni di Rehbinder. L'11 agosto i francesi si muovono su due colonne, seguite da 12 battaglioni di D'Artaignan, e verso mezzogiorno ingaggiano battaglia con le tre compagnie di granatieri piemontesi che gli sbarravano la strada. La disparità di forze è grande, ma i granatieri oppongono una resistenza ostinata, e dopo due ore di combattimento iniziano a ritirarsi "in ordine perfetto e passo a passo", perdendo 150 uomini ma rallentando notevolmente l'avanzata dei francesi, che conteranno a fine giornata oltre 300 caduti. Il Duca intanto, che stava assistendo all'assedio di Exilles, al sentire della battaglia scende verso il fronte con 6 battaglioni di Rehbinder, ne invia due a Cesana e con altri 4 si affretta verso lo scontro, per dar manforte ai granatieri in ritirata. Insieme ad essi si ritira verso Cesana, dove l'avanzata francese viene definitivamente arrestata. Villars schiera l'armata e promette sfracelli per il giorno dopo, ma i piemontesi nella notte levano il campo e ripiegano su Oulx e il grosso della truppa. Villars non li insegue, e il giorno dopo, raggiunto dalla notizia della caduta di Exilles, decide di concentrare tutte le forze nel tentativo di proteggere Fenestrelle, che ancora non era stata toccata. Non manca di cissarsi enormemente di quella che ritiene una brillante vittoria (in effetti, dall'inizio delle ostilità è il primo vero scontro a fuoco, risolto con un ripiegamento piemontese e un sostanziale nulla di fatto), e scrive al re di aver condotto l'armata per strade e montagne "jusq'à présent inconnues aux armées" (ignorando bellamente di essere stato svillaneggiato proprio su quelle strade e montagne dall'armata del Duca), e gli dipinge la battaglia di Cesana come "une belle et vigoureuse action de l'infanterie qui les emporte à la vue d'une armée ennemie" (dimenticando di nuovo il piccolo particolare che s'era trattato dello scontro con un'avanguardia, e che l'armata in realtà era lontana più di 10 km in linea d'aria....), banfando di essere ormai alla caccia e all'inseguimento dell'armata nemica: "Je marche pour la chercher encore!". Saint Simon, nelle sue memorie, lo demolisce in due righe, ricordando che "Il prit deux ou trois méchants petits postes retranchés dans les montagnes, et fut reduit toute la campaigne à prendre l'ordre des ennemies."

Perduta ormai Exilles, Villars si volge ora al tentativo di difesa di Fenestrelle. Il Duca, lasciato Regal con 11 battaglioni a presidio di Exilles e Susa, informa Rehbinder  dei suoi movimenti, il 13 agosto va a Chiomonte, il 14 a Meana, presso Susa, e il 15 sale al colle delle Finestre e da lì scende al campo base di Balbutet (sul fondovalle, subito a monte dello sbocco della strada del colle delle Finestre), dove trova ben sistemato Rehbinder.
Questi, ritiratosi da Oulx e Cesana, che era ormai inutile occupare vista la caduta di Exilles, s'era diretto con tutte le sue truppe a occupare una posizione di vantaggio su Fenestrelle, premurandosi però di rendere ai francesi impossibile l'inseguimento grazie a numerosi e ben piazzati distaccamenti lasciati alle spalle. Da Torino intanto era partito il treno di artiglierie (30 grossi cannoni e 12 mortai) necessarie per abbattere le difese del forte.
Nello stesso momento Villars si muove per andare in soccorso a Fenestrelle, e il 14, lasciato Thoy a Oulx con un contingente di truppe, si mette in marcia da Cesana verso l'Assietta, contando di assaltare i piemontesi da quel lato. S'accorge però di essere di nuovo arrivato troppo tardi, visto che la cresta è già occupata (benché da forze molto inferiori), e forse memore del trattamento subito all'inizio del mese al col della Rho, decide di ripiegare e di tentare l'attacco dal fianco destro della valle Chisone. Il 16 e il 17 i francesi provano a sfondare dal colle Piz, che però era stato previdentemente ben munito ed era già in mano alle truppe di Zumjen da qualche giorno. Nel frattempo, altre truppe piemontesi arrivano a Fenestrelle per il colle delle Finestre. Villars, ormai cosciente che la difesa del forte è impossibile, si accampa con tutta l'armata sulla difensiva, e assiste impotente alle operazioni di assedio.

Le forze in campo sono favorevoli per numero ai francesi, che possono contare su 70 battaglioni (oltre a quelli rimasti di stanza in Provenza e nel Nizzardo) contro i 49 battaglioni alleati, più circa 7200 cavalieri, ma i piemontesi occupano tutte le posizioni di vantaggio, le creste e i passi, mentre i francesi sono costretti sul fondovalle e possono venire chiusi da sopra e da sotto in qualsiasi punto delle valli. L'armata francese al completo è quindi schierata in vista del forte, ma nulla può fare per difenderlo o per fugare gli assedianti.

Il 20 agosto giungono ancora 9 cannoni di Exilles, con 2 battaglioni di Regal di scorta, mentre il bombardamento è già iniziato dal 15 e prosegue senza sosta. Il 21 Villars fa schierare tutte le sua truppe su due linee, e fa partire tre urrà accompagnati da salve di fucile, per festeggiare la caduta di Tortona in Spagna (con somma gioia della guarnigione chiusa nel forte, si può immaginare, che magari avrebbe desiderato un altro tipo di sostegno), facendo così in modo di dichiarare la forza effettiva della sua armata. Il capitano Bourcet riesce a uscire non visto dal forte e raggiungere per le rocce il campo francese, dove incontra il maresciallo e lo informa dell'impossibilità di resistere ancora senza soccorsi. Villars rifiuta ancora di rispondere alle richieste di aiuto, e anzi continua a scrivere a Versailles per chiedere istruzioni, e a spedire battaglioni in giro per le valli circostanti a respingere attacchi immaginari (il 23 spedisce un totale di 7 battaglioni nella valle di Barcelonette, dove il reggimento Nizza, di stanza a Cuneo, aveva effettuato qualche scorreria), mostrandosi indeciso, frettoloso e facile al panico, mentre il Duca, nonostante i tentativi di Medavi, l'armata francese al completo a pochi km di distanza, voci di spedizioni francesi attraverso il san Bernardo e il colle della Maddalena, rimane fermo e risoluto nell'opera di demolizione del forte, che procede intanto a meraviglia.

Il 30 agosto si apre la prima breccia e viene intimata la resa, con mezz'ora di tempo per decidere. Il comandante ne chiede 24, e il bombardamento ricomincia immediato, e va avanti tutta la notte, per impedire di riparare i danni fatti. Il 31 agosto, dopo 15 giorni di assedio, il forte infine capitola per l'ammutinamento della guarnigione, che non ha nessuna voglia di farsi massacrare per salvare la faccia di un maresciallo imbecille. L'affondo è andato a segno, le difese francesi sono cadute una dietro l'altra prima di poter anche accennare a una protezione, e l'ultimo forte viene ridotto in briciole (verrà smantellato completamente l'anno successivo, per far posto a quella che in pochi anni diventerà la più grande fortificazione d'Europa) sotto gli occhi di tutta l'armata francese, e del suo arrogante comandante.
La fortezza quindi è presa e la guarnigione imprigionata, ma la valle brulica ancora di franciosi, Oulx Cesana e Bardonecchia sono di nuovo in mano al nemico, e l'armata non accenna a muoversi.

Villars si accampa di nuovo nei dintorni di Cesana, per controllare il Monginevro e minacciare i  movimenti piemontesi, cercando se non altro di far apparire la disfatta meno rovinosa. Senonché, entra di  nuovo in gioco il fattore tempo: siamo ormai all'inizio di settembre, e non si può accampare un'intera armata a duemila metri di quota alle porte dell'autunno..... Anche questo faceva parte dei disegni del duca, che infatti aveva iniziato le operazioni con un certo ritardo proprio per concluderle nel momento più opportuno: dopo un paio di settimane di tentennamenti e manovre diversive, i francesi smontano definitivamente il campo e si ritirano al di là delle montagne smoccolando a mezza voce e giurando tremende vendette. Il confine ormai è saldamente posto in cresta, e cinque anni dopo il trattato di Utrecht sancirà definitivamente i nuovi confini, lasciando ai Savoia il possesso di tutte le valli in territorio piemontese, la restituzione della piazza di Pinerolo, della Savoia e del Nizzardo. Al rinnovato forte di Fenestrelle, e al rinforzo e ammodernamento di Exilles si aggiungerà anche la ciclopica fortezza della Brunetta, costruita sullo sprone che separa la val di Susa dalla val Cenischia a difesa del Moncenisio. Questa fortezza, inespugnabile per davvero, fu fatta spianare cent'anni dopo da Napoleone, che non voleva correre il rischio di un simile ostacolo posto su un'eventuale via di ritirata..... I tre forti assicurarono al Piemonte quasi un secolo di tranquillità, almeno su quel versante, potendo controllare con assoluta padronanza il passaggio dal Delfinato, e il Duca può volgersi a più piacevoli attività, come per esempio far costruire la basilica di Superga, prima cosa che un francese che scende la val di Susa vede appena arrivato alle porte di Torino, a memoria della vittoria nell'assedio del 1706.


 La questione fondamentale era che i Savoia, nella loro lenta espansione a cavallo delle Alpi, avevano sempre cercato di porre dei confini precisi e – se possibile – facili da difendere con gli ingombranti cugini effeminati. Oltretutto, il fatto che il Milanese fosse diventato colonia spagnola a metà del '500 (dopo esser stato colonia francese, beninteso), faceva confinare la Savoia a Ovest con la Francia e a Est con la Spagna, due vicini decisamente ingombranti. L'unico vantaggio (molto precario però) era che alla Spagna faceva comodo un ducato indipendente che controllasse i passi, e alla Francia un territorio che facesse da tampone sul confine sudorientale, per non avere gli spagnoli su due lati. Di conseguenza, tutto il XVII secolo era stato un continuo barcamenarsi tre i due pachidermi, con i francesi che, dopo aver occupato quasi completamente il ducato all'inizio del '500, avevano passato i due secoli successivi in continue scorrerie, saccheggi, taglieggiamenti, minacce, devastazioni, volte a piegare (senza successo però) le resistenza e l'indipendenza dei duchi. La guerra di successione spagnola però presentava uno scenario inedito, e potenzialmente letale per il ducato: infatti l'alleanza tra la Francia del re Sole e la Spagna del cugino Angiò minacciava di stritolare un ducato che s'era sempre mostrato riottoso e difficile da controllare, e ora che la sua funzione di cuscinetto  era venuta meno non pareva vero alla Francia di poterlo distruggere e assoggettare completamente. La battaglia di Torino, e la conseguente sconfitta dei gallispani nella guerra che porterà al trattato di Utrecht, portò Milano a cambiar (di nuovo) padrone, e il ducato ad avere come confinante orientale l'Austria e non più la Spagna, con un equilibrio diverso ma se non altro con la scomparsa degli spagnoli dalla penisola.


In realtà il duca era inserito in un ingranaggio ben più ampio: il teatro principale della guerra tra gallispani e imperiali s'era spostato nelle Fiandre (insieme a due dei protagonisti dell'assedio di Torino, il principe Eugenio e il duca de la Feuillade). Stornare truppe francesi da quel teatro poteva quindi dare gli imperiali un notevole vantaggio e il Duca, sapendolo bene, insisteva per avere dall'Austria dei rinforzi tali da spingere i francesi ad aumentare ancora la loro presenza nel sud. Villars infatti, temendo un'invasione in forze della Savoia, del Delfinato o della Provenza, chiedeva anch'egli a Luigi XIV di inviare rinforzi, ottenendo però nulla di più che rassicurazioni, incoraggiamento e tante belle incitazioni.
Le truppe imperiali di appoggio però non arrivarono, non si sa per impicci burocratici alla corte di Vienna o, più probabilmente, per il timore che i piemontesi diventassero troppo forti, e si rivelassero alla fine delle ostilità un cliente scomodo da gestire come lo era stato per i francesi nei secoli passati. Al Duca venne rimproverato, alla fine delle ostilità, il fatto di non aver fatto distogliere abbastanza truppe dal teatro settentrionale (in effetti, non se ne mosse nessuna), ma egli ebbe buon gioco a ribattere di aver tenute impegnate tutte le truppe necessarie a contrastarlo, e di averlo fatto con le sue sole forze. A un maggior aiuto imperiale sarebbe corrisposto un maggior impegno francese, ma siccome questo non ci fu nemmeno ci fu quello. Oltretutto, se il diversivo in Italia sarebbe stato un aiuto accessorio ma non indispensabile per gli imperiali, al contrario per i Savoia l'operazione era centrale e fondamentale, e quindi era inevitabile portarla a termine nei tempi previsti anche col rischio della disfatta totale.


Baron Litron



nota: La maggior parte delle notizie e' tratta da
Emilio Pognisi (a cura di), Vittorio Amedeo II. e la campagna del 1708 per la conquista del confine alpino, Edizioni Roma, 1935.

Il resto è quanto ricordo dei racconti di mio padre, storico dilettante e appassionato di storia militare, a cui ricordare l'impresa portava sempre il sorriso sulle labbra.

7 comments:

Lugh said...

E non potevano cedergliela ai fransciosi la Val di Susa? Tante rotture di coglioni in meno per noi.

Anonymous said...

Inutile resoconto per una inutile scaramuccia, scaturita esclusivamente per questioni dinastiche, come nel caso del conflitto per la successione al trono spagnolo. Dopo anni di battaglie per il trono di un regno figlio di unioni dinastiche tra più regni, i sovrani si misero d'accordo e tutti ottennero la parte del bottino come avvenne nel trattato di Utrecht del 1713. Non ci furono né vincitori, né vinti: i Savoia ottennero il titolo regio e diventarono Re di Sicilia e poi dal 1721 Re di Sardegna; il Margravio del Brandeburgo ottenne il riconoscimento del titolo regio nel 1701 divenendo Re di Prussia, e l'Inghilterra entrò nel Mediterraneo con l'occupazione di Gibilterra, la Francia impose il suo candidato Filippo D'Angiò al Regno di Spagna a patto che lui cedesse i diritti per la successione al trono del Regno di Francia, e il vecchio Impero ebbe nell'ex pretendente al trono di spagna arciduca Carlo, un nuovo imperatore con il nome di Carlo VI. L'unico stato che perse fu la Spagna che non ebbe più i domini europei, ma la Spagna era ormai da tempo fuorigioco a causa del tracollo economico che nel XVII secolo l'aveva travolta, causa avidità dei banchieri genovesi che lucravano sulle sfortune economiche della ex grande potenza. Per gli amanti della storia militare, suggerirei lo studio della guerra dei 7 anni che vide la definitiva affermazione di due nuovi stati quali la militarista Prussia di Federico II e la Russia della zarina Caterina. Quello fu un vero terremoto politico, altro che la guerra di successione spagnola.

Tuccio Dotto


baron litron said...

mah, sull'utilità del resoconto non posso esprimermi, mentre trovo piuttosto miope definire inutile la campagna del 1708 (non conosco scaramucce che durano due mesi e ottengono vantaggi strategici)

o meglio, bisogna vedere per CHI fu o meno inutile: sicuramente nel quadro generale della guerra di successione spagnola ebbe pochissimo peso (e questo mi pare chiaro fin dall'inizio, fu fatto d'armi secondario di un teatro marginale). di sicuro non mutò gli equilibri delle potenze europee, e non contribuì a far entrare il Ducato (poi Regno) nel loro numero: dimensioni e storia sono sempre state sufficienti a far capire che non si poteva aspirare a più di una guardinga ed armata indipendenza.

e tuttavia la campagna e il suo successo furono fondamentali per le sorti del Regno di Sardegna.
avere confini definiti e difendibili (e la sfortunata - per i gallispani - battaglia del'Assietta di 40 anni dopo è la prova dell'importanza strategica della zona interessata) permise di pianificare lo sviluppo del Regno, di poter scegliere di volta in volta se e con chi allearsi nelle numerose guerre continentali, e di poter quindi trattare con le altre potenze alla fine dei conflitti.
già solo il fatto che prima e dopo Napoleone l'unica nazione indipendente e sovrana in territorio italiano fosse appunto il Regno di Sardegna può far comprendere l'importanza che ebbero la vittoria a Torino nel 1706 e la riconquista del confine alpino due anni dopo.

Anonymous said...

Baron,

bel racconto invece.
Oserei anche un parallelismo sulla "presunta" secondarietà delle campagne peninsulari rispetto a quelle nordeuropee (IGM e IIGM per esempio). Prendo nota per andare a ripassare il XVIII secolo. Ciao Belgico.

cooksappe said...

non conoscevo...

baron litron said...

ne ho fatta una versione più stringata e con una cartina leggibile, qui la dressa:

https://drive.google.com/file/d/0B-1Oo6gvz1_ldm1Ld3FkM1ZGNXM/edit?usp=sharing

se Yoss crede, può sostituire l'originale, altrimenzio integrarlo...

Unknown said...

L'importanza della Guerra di Successione Spagnola non sarà mai sopravvalutata: una guerra sbagliata con l'esito peggiore per l'Europa (ulteriormente aggravato dalla Guerra di Successione Polacca). Attenzione Tortosa (non Tortona) (Eccessivo sistema di sicurezza anti-robot di cui non capisco la necessità né il motivo dell'accanimento contro di me)