«Chi scatena una guerra senza sapere cosa vuole e come intende ottenerlo, e' un imbecille»
«Chi difende tutto, finisce col non difendere nulla»
Federico Guglielmo II di Prussia, detto "Il Grande"
«La confusione del nemico e' una buona occasione per sconfiggerlo»
Sun Tzu "L'Arte della Guerra"
Prima di proseguire una doverosa avvertenza: potete essere piu' o meno d'accordo con quello che leggerete in questo post, trovarlo piu' o meno opinabile, o rigettarlo completamente, e cio' non rappresenta un problema.
Quel che invece dovete tenere ben presente e' che le considerazioni personali che passero' a illustrarvi sul conflitto in Afghanistan sono il frutto di ricerche e riflessioni personali di natura strategica e geopolitica, assolutamente avulse da condizionamenti ideologici.
Chiamatelo cinismo, realpolitik, pragmatismo o quel che volete, ma non venitemi a sminuzzare gli zebedei con accuse di filoamericanismo, antiamericanismo, anglofobia, anglofilia, pacifismo, "guerrafondaismo" e tutti gli "ismi" del caso.
Ciodetto sara' un post fluviale, quindi allacciatevi le cinture e procuratevi dei buoni link porno.
Non so se i talebani abbiano mai letto i tre autori sopracitati, ma per una curiosa coincidenza storica, il conflitto afgano si e' sviluppato e articolato in tre fasi distinte caratterizzate dai principi enunciati in apertura del post.
Fase Clausewitz.
Nell'ottobre 2001, a seguito degli attacchi che distrussero le Torri Gemelle di New York, gli americani lanciavano l'operazione Enduring Freedom, il cui obiettivo era sostanzialmente rovesciare il governo fondamentalista islamico guidato dal mullah Mohammed Omar e annientare "l'ospite" del governo di Kabul, Osama Bin Laden, insieme all'organizzazione terroristica di integralisti islamici da lui guidata che rispondeva (e risponde) al nome di Al-Qaeda, responsabile dell'attacco dell'11 settembre.
L'operazione militare in se' -che si avvalse dell'appoggio degli arcinemici dei talebani, "L'Alleanza del Nord", di etnia turkmena e basata nella valle del Panshir nel nord est del paese- fu brillante e ben condotta: un mix di bombardamenti aerei "chirurgici" e azioni delle truppe speciali statunitensi (SEAL, Delta Force, Ranger etc etc) che coprirono e spianarono l'avanzata su Kabul dell'Allenza del Nord, che fini' col travolgere i talebani.
Non c'e' molto da dire sul resto, perche' come in Iraq due anni dopo, il "dinamico duo" di minus habens neocon George W Bush/Donald Rumsfeld, a parte la sconfitta delle forze nemiche, non aveva assolutamente uno straccio di piano per la ricostruzione post-bellica di Afghanistan e Iraq, tranne sperare che la mera presenza degli "opliti del bene" USA e UK (questi ultimi, come sempre, al seguito dei fratelloni minori americani) trasformasse i due paesi islamici in novelle Svizzere filoccidentali.
Un po' come sperare che il "mercato" si regoli da se'...
E' ormai chiaro che gli analisti militari ed economici di Londra e Washington sono tutti haitiani e seguaci del Baron Samedi.
Quanto agli obiettivi principali delle truppe USA, non si puo' dimenticare la clamorosa fuga in vespino come un qualsiasi bimbominkia colto in flagrante dai vigili urbani, del mullah Omar, orbo da un occhio, attraverso "l'impenetrabile cordone sanitario" delle truppe USA che circondava Kabul.
E di Osama, che nel frattempo diventa una star della registrazione video casalinga, ovviamente a tutt'oggi, nessuna traccia. Neanche i "pizzini" di Provenzano.
Fase Federico II
Che vede l'arrivo della Nato in Afghanistan, anzi delle forze multinazionali dell'ISAF, acronimo di International Security Assistance Force, il cui compito e motto puo' essere riassunto in una singola frase: «poche idee, ma ben confuse».
A Kabul viene installato un governo fantoccio guidato da Hamir Karzai: una nullita' con un passato ambiguo e filotalebano che pero' suscita gridolini di estatica ammirazione nella stampa occidentale di destra e di sinistra, o radical chic alla Mavia Lauva Vodota', perche' -e come direbbe Basta con La Droga, non m'invento un cazzo- «E' un uomo elegantissimo e coltissimo».
Dal 2001 al 2003, mentre l'attenzione del mondo si sposta sull'Iraq, in Afghanistan non succede praticamente nulla: la corruzione diventa endemica, gli americani sprecano milioni di dollari in apocalittici bombardamenti a base ordigni JDAM (Joint Direct Attack Munition) BLU-116 con quasi un tonnellata di esplosivo, col risultato di compiere un orrendo genocidio di artropodi nelle caverne di Tora-Bora, gli inglesi si fanno venire la brillante e velleitaria idea di estirpare la coltivazione del papavero da oppio nella provincia meridionale di Helmand con esiti ridicoli nel migliore dei casi, le altre truppe dell'ISAF pattugliano inutilmente Kabul e dintorni, e l'attrice afgana del film "viaggio a Kandahar" -un vero must per il cuminista post-femminista etno-radical-chic- Nelofer Pazira, si esibisce nelle televisioni occidentali in una stupefacente interpretazione del detto napoletano «Fa comme a jatta: chiagne e fotte».
La Pazira, di professione pasionaria femminista, piange infatti amaramente sul destino delle donne afgane costrette al burqa dai talebani, ma allo stesso tempo redarguisce e stigmatizza il cattivo Occidente che ha invaso il suo paese per liberare dal burqa le donne afgane. Quel mostruoso Occidente (Canada) che le pubblica libri e la paga profumatamente per rilasciare interviste dove sparge liquame sull'Occidente.
Per i cuministi tutto cio' e' normale e perfettamente coerente, e ogni comparsata televisiva della sciura Pazira, provoca tripli orgasmi collettivi nei loft di Milano e Roma.
Dal 2004, com'era prevedibile di fronte a cotanta "ignavia velleitaria" occidentale, i talebani rialzano la testa, e partendo dalle basi della zona tribale pakistana, contrattaccano, e lentamente ma inesorabilmente, spingono le truppe della Coalizione in un "angolo" strategico e tattico simile a quello in cui avevano chiuso i sovietici negli anni 80.
Su questo punto vale la pena di soffermarsi in maniera piu' approfondita e spero non troppo da"addetti ai lavori", perche' e' la chiave della sconfitta prossima ventura nel paese asiatico.
La premessa strategica del conflitto parte, come nel caso del Vietnam, da un serio e gravissimo handicap per gli occidentali.
Le truppe Nato sono impossibilitate a sferrare un colpo decisivo contro le basi militari e logistiche dei talebani poiche' queste si trovano tutte in territorio pakistano, nella gia' citata "zona tribale": un'area che corre lungo il confine afgano-pakistano completamente al di fuori del controllo dell'esercito pakistano.
Fra l'altro sara' bene ricordare una volta per tutte che i talebani non sono una creatura della Cia come affermano gli sbroc di sinistra e Indymedia, bensi' dell'ISI, o Inter-Intelligence Services, il servizio di intelligence militare dell'esercito pachistano.
Quindi come nel caso del Vietnam, in cui gli americani non potevano invadere il Vietnam del Nord a meno di non scontrarsi direttamente con cinesi e sovietici, la NATO non puo' invadere il Pakistan e deve limitarsi a "tamponare" o reagire all'iniziativa militare che resta saldamente in mano ai talebani. E generalmente sul campo di battaglia quando si perde l'iniziativa, si e' gia' quasi persa la battaglia.
L'atteggiamento del Pakistan sulla zona tribale e' quantomeno ambiguo: da una parte essa pone una minaccia destabilizzante al governo del presidente Asif Ali Zardari, capo del Partito Popolare Pakistano (di ispirazione islamo-socialista), ma dall'altra Zardari non puo' permettersi di alienarsi il sostegno di natura "confessionale" della Lega Musulmana del Pakistan, guidata da Nawaz Sharif, sunnita di simpatie wahabite che insieme al suo partito governa il paese dal settembre del 2008.
In virtu' di questa dicotomia, il Pakistan e' tuttora uno dei migliori alleati di Washington nella regione, ma non puo' concedere alle truppe degli infedeli USA di varcare il suo sacro confine islamico per schiacciare i talebani. E le operazioni militari intraprese dal Pakistan contro i talebani sono nel migliore dei casi assai poco risolute, e si limitano piu' che altro al contenimento della minaccia.
I talebani secondo stime recenti hanno sul terreno 30.000 uomini decisamente ben armati e addestrati, con il bonus del fanatismo religioso.
A questo proposito va tuttavia ricordato che non tutti i talebani sono potenziali kamikaze: l'armata talebana si compone infatti di uno zoccolo duro di combattenti professionisti che forma l'elite del movimento, una parte piu' vasta di simpatizzanti che hanno aderito per vari motivi fra cui il denaro, e che forma la "fanteria di linea", e infine la vera e propria "carne da cannone", reclutata nelle scuole religiose o "madrasse" pakistane, destinata a vaporizzarsi in attentati kamikaze.
Ma ritenere i talebani esclusivamente come una manica di esaltati pronti al sucidio e' un errore: in questo senso sono piu' simili alle Waffen SS, ossia soldati estrememente indottrinati e coraggiosi fino all'incoscienza, pronti a morire senza batter ciglio per una causa aberrante, ma non a sprecare la propria vita senza un ritorno tattico e strategico.
E questo e' perfettamente coerente con la strategia politica e militare talebana che mira a riconquistare l'Afghanistan e mantenere il potere, e non a immolare il proprio esercito in inutili
"cariche banzai" alla baionetta contro l'aviazione e l'artiglieria statunitensi o britanniche, in nome di Allah.
Le tattiche di combattimento talebane sono piu' o meno le stesse utilizzate da tutti i movimenti insurrezionali del XXesimo secolo, da Pancho Villa ai Vietcong, quindi nulla di nuovo sotto il sole tranne un paio di appunti interessanti.
Il primo riguarda l'applicazione di uno dei principi fondanti della guerriglia insurrezionale, concepito ed enunciato da Mao Tze Tung, ossia quello di attaccare localmente guarnigioni isolate con una schiacciante superiorita' numerica, che potremmo definire "relativa".
Poniamo infatti che il nemico abbia 5000 uomini e voi 1000. Il rapporto di 5 a 1 in favore del nemico fa si' che in una battaglia campale non abbiate alcuna speranza. Ma se costringete il nemico a frammentare i suoi 5000 uomini in diciamo, 50 fortini presidiati da 100 uomini ciascuno che attaccherete singolarmente con 500 uomini ogni volta, sarete voi ad avere la superiorita' numerica e a travolgere il nemico in ogni singola battaglia.
E' quello che e' successo due mesi fa a diversi distaccamenti americani fra cui il Forward Operating Post Keating nel distretto di Kamdesh, dove un plotone di circa 30 uomini dell'US Army e' stato quasi annientato e salvato solo in extremis dal supporto aereo, in dodici ore di combattimenti furiosi contro 200 talebani: un rapporto di forze di 7 a 1 (ho arrotondato per eccesso il 6,6) in favore dei talebani.
Inoltre, a livello di armamento individuale e di squadra, i talebani sono equipaggiati tanto bene quanto gli americani. I loro AK 47 e 74, piu' varie mitragliatrici leggere e pesanti RPK e lanciarazzi RPG 7 di vari modelli, li rendono perfettamente in grado di tenere testa o sconfiggere qualsiasi avversario della NATO su quel tipo di terreno.
Il secondo, riguarda il supporto ravvicinato dell'aviazione o dell'artiglieria, un vantaggio di cui i talebani non possono avvalersi, ma che da solo non ha mai sconfitto nessuna armata insurrezionale, come insegna il Vietnam.
Senza elencare ed annoiarvi con le varie tattiche per ovviare a tale svantaggio, ve ne posso citare una ampiamente utilizzata da nordvietnamiti e vietcong (e oggi dai talebani) la cui paternita' sembra sia da attribuire alla Wermacht in Normandia.
Impossibilitati dalla preponderanza area alleata a concentrarsi per organizzare attacchi in grande stile, i tedeschi elaborarono tecniche superbe di infiltrazione notturna per spingersi sotto al nemico e ingaggiarlo a distanza molto ravvicinata, incrementando cosi' la possibilita' da parte di aviazione ed artiglieria USA e UK di commettere errori di tiro colpendo i propri uomini.
L'ISAF, o NATO, o Coalizione che dir si voglia, ha sul campo circa 64.000 uomini che in base alle direttive operative del comando alleato dovrebbero sconfiggere i talebani e proteggere la popolazione afgana durante la ricostruzione del paese, con l'ausilio dell'esercito e della polizia afgani.
Definire velleitario questo obiettivo significa voler essere generosi: l'esercito e la polizia afgani oltre a essere praticamente inutili da un punto di vista militare e di mantenimento dell'ordine, sono due delle organizzazioni piu' inette e corrotte del pianeta.
Ne consegue che dal punto di vista del rapporto di forze, la NATO ha indubbiamente commesso l'errore citato da Federico il Grande.
L'Afghanistan ha infatti 28 milioni di abitanti, e pretendere con 64.000 uomini -equivalenti a un soldato della Coalizione ogni 437 afgani- di proteggere la popolazione e combattere allo stesso tempo 30.000 agguerritissimi talebani su un territorio molto vasto, e' idiozia allo stato puro.
Per quanto riguarda la ricostruzione e la democratizzazione dell'Afghanistan, bene: lo sapete cosa occorre oggi per acquistare una macchina a Kabul o nel resto del paese, oltre al denaro per la transazione? Cinquantuno, dicesi cinquantuno firme su altrettanti documenti da parte di altrettanti funzionari e circa 500 dollari in bustarelle da distribuire ai cinquantuno funzionari.
Le donne non sono piu' emancipate di prima, tranne che in qualche quartiere di Kabul, le campagne sono devastate da otto anni di guerra, i Signori della Guerra fanno il bello e il cattivo tempo tiranneggiando i contadini, le rivalita' tribali ed etniche non si sono sopite, e da tutto questo caos monumentale, gli unici a trarne un indiscutibile vantaggio sono stati i talebani, che sono ora piu' popolari di quando erano al potere, in virtu' della massima "meglio una cattiva legge che nessuna legge".
Questo e' il risultato di otto anni di inerzia spesi in iniziative frammentarie e risibili (tipo distruggere il papavero da oppio. Bene, benissimo, lodevole, ma per sostituirlo con cosa? La carita' cuminista di Oxfam?), foraggiando continuamente un governo corrotto fino al midollo, guidato pero' da un presidente «elegantissimo e coltissimo» che in realta' e' solamente il "sindaco di Kabul".
Ah gia', ma ora c'e' un parlamento...
Questa concezione francamente idiota e tutta anglosassone secondo la quale per rifondare un paese distrutto basta dargli un parlamento e un'economia di mercato, mi e' sempre sfuggita e mi sfuggira' sempre.
Abbiamo tutti assistito alla recente farsa delle elezioni afgane e sappiamo benissimo che in queste condizioni anche gli sforzi degli afgani onesti sono condannati al fallimento.
L'errore piu' idiota degli angloamericani e' senza dubbio stato quello di imporre un parlamento e un concetto di democrazia mutuati da Thomas Jefferson a un popolo che prima di comunisti sovietici e talebani, aveva vissuto in relativa prosperita' sotto una monarchia costituzionale in una federazione di etnie e tribu' sicuramente arretrata secondo i nostri standard, ma estremamente avanzata rispetto a tutti gli stati islamici e non, della regione. Il voto alle donne in Afghanistan venne concesso dalla monarchia nel 1929 sotto il regno di Amanullah Khan, della dinastia Barkzai.
In inghilterra le donne iniziarono a votare nel 1928.
Fino all'avvento della dittaura filosovietica e dei regimi integralisti muhjaeddin e talebano poi, Islam e diritti delle donne avevano convissuto in maniera non idilliaca, ma piu' che ragionevole.
Dal 1972 al 1980, una delle attiviste piu' scatenate sui diritti delle donne afgane, fu Miss Afghanistan (e non m'invento un cazzo) Zohra Yusuf Daoud, che prima della guerra antisovietica fini' a fare la giornalista televisiva indossando jeans e occhiali da sole.
Certo, nelle campagne la situazione era diversa e in parecchi casi letteralmente medievale, ma le donne afgane con un misto di intelligenza, abilita' diplomatica e grande cautela verso l'imperante cultura islamica, stavano lentamente ma inesorabilmente erodendo il dominio dei mullah.
Non prendetemi per cuminista, non sto difendendo la "loro cccultura": il cuminista etno-chic e' in genere molto piu' retrivo e reazionario dei reazionari nell'approccio alle culture.
Quel che invece voglio dire e' che le donne afgane avevano capito cio' che i sostenitori del "parlamento e dell'economia di mercato" anglosassoni (risparmietevi le accuse di comunismo perche' siete fuori strada, non sono nemmeno di sinistra. E pure quelle di anglofobia, visto che sto in Inghilterra) non avevano capito: ovvero, che per operare cambiamenti mutevoli e duraturi in una cultura arcaica e dominata da una religione ostile all'universo femminile, bisogna procedere per gradi e fare sempre i conti con compromessi e concessioni al tessuto sociale e culturale di quel paese.
Questa si chiama politica, ed e' lo stesso tipo di politica graduale ma inesorabile che attraverso immani sacrifici ha garantito infine la parita' e i diritti alle donne occidentali.
E gli occidentali, negli anni che vanno dal 2001 al 2005, hanno perso in maniera criminale l'occasione di vincere definitivamente una guerra gia' vinta sul terreno militare, ricostruendo inoltre il paese.
Erano davvero stati accolti favorevolmente, e avevano dalla loro quel che nessun invasore dell'Afghanistan aveva mai potuto avere prima: il sostegno dei Signori della Guerra, quello delle varie etnie, e della gente nelle citta' e nelle campagne, tutti irrimediabilmente ostili ai talebani.
Questo patrimonio di incalcolabile valore e' stato purtroppo dilapidato nell'ignavia e nell'appoggio stupido e ottuso a un governo corrotto ma "esteticamente" simile a una democrazia occidentale, invece di intessere una rete di alleanze con i capitribu' e magari cercare di coagulare questi ultimi e le varie etnie, intorno alla figura di un monarca costituzionale, o comunque una figura in grado di rappresentare credibilmente la complessia galassia etnico-tribale afgana, tenendo sempre in conto la religione.
Sarebbe potuto essere un punto di partenza per futuri sviluppi di qualunque tipo affidati comunque agli afgani.
E invece, allo stato attuale delle cose, scusate il francese, ma gli afgani con un parlamento stile Westminster ci si puliscono il culo.
Fase Sun Tzu (Fort Apache e Saigon)
Obama, dopo aver recentissimamente interpretato il pattern delle ossa di pollo rovesciate sul tavolo dello Studio Ovale dagli analisti militari ed economici haitiani di Londra e Washington, ha deciso di non inviare 40.000 uomini per "rabboccare" le esauste, esigue e stiracchiate truppe dell'ISAF.
Come se non bastasse, due giorni fa, il comandante in capo dell'ISAF, il generale statunitense Stanley A. McChrystal, ha annunciato che le forze occidentali si ritireranno dalle campagne per trincerarsi nelle citta', e cosi' facendo concentrarsi sulla protezione della popolazione afgana.
Queste due decisioni sono, come si suol dire in francese, la ciliegina finale su una gigantesca torta di merda.
Va da se' che in una nazione molto vasta e prevalentemente rurale, abbandonare le campagne equivale a dare mano libera ai talebani, che saranno cosi' in grado di rifornirsi, reclutare e fare propaganda e proseliti, praticamente indisturbati.
Le citta' afgane finiranno quindi come Fort Apache: capisaldi occidentali in un mare talebano, che verranno regolarmente bombardate non appena (e non ci vorra' molto) i guerriglieri islamici metterano le mani su qualsiasi cosa che ricordi vagamente un razzo Katyusha (prezzo al mercato nero: un euro alla tonnellata).
Ha grossi problemi l'aviazione israeliana a individuare e distruggere i camion che trasportano i razzi Katyusha o Grad di Hamas ed Hezbollah, figurarsi i piloti americani che non hanno ancora imparato a distinguere fra una festa di matrimonio e un plotone di talebani.
In piu', i centri urbani si trasformeranno come Saigon in vere e proprie babilonie di mercato nero, corruzione e prostituzione, portando acqua al mulino talebano che indica nello stile di vita occidentale decadente, corrotto e licenzioso la causa di tutti i mali afgani.
A quel punto anche i Signori della Guerra, davanti alla marea talebana e impossibilitati a difendere un governo corrotto, pena la perdita di credibilita' morale e quindi di potere, saranno costretti a schierarsi con gli "studenti islamici" (che e' piu' o meno quel che significa la parola "talebano" ) e tutta la faccenda finira' con elicotteri carichi di profughi che si levano in volo dal tetto delle varie ambasciate occidentali, spaventose epurazioni, e una rinnovata e questa volta indiscussa morsa talebana sull'intero paese.
Ovvero Saigon il 30 aprile del 1975.
Conclusione
Dal momento che finora abbiamo esaminato solo la "pars destruens" della vicenda afgana, vale la pena di dare anche un'occhiata alla "pars construens", che a mio avviso si configura in quattro possibili opzioni:
A) Status quo: ovvero non far nulla e lasciare che il dio degli occidentali, dei mercati che si regolano da soli, o una botta di culo, risolva la faccenda.
Uguale a catastrofe, e comincio a temere che sia la scelta piu' probabile da parte della Coalizione che non e' mai stata cosi' divisa, fragile e incerta sugli scopi e la conduzione del conflitto.
B) Conseguente vittoria talebana. Questa, sebbene comporti anche uno stupefacente colpo propagandistico per i talebani, potrebbe essere paradossalmente e da un punto di vista puramente "realpolitik" piuttosto cinico, un male sopportabile.
Dopo tanta fatica e sangue per riconquistare il potere, ai talebani non converrebbe affatto trasformare il paese in una sorta di "Disneyland" del terrorismo islamico internazionale. La cosa verrebbe infatti accolta con ostilita' dai potenti vicini del paese centro-asiatico, a cominciare dalla Russia che con i vari "Cazzistan", ovvero le ex repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale (ora tutte nazioni islamiche), e con i terroristi ceceni ha grossi problemi e parecchi conti da regolare.
E Putin fa sul serio.
Non va infine dimenticato che l'aver dato ospitalita' a una rete di terroristi internazionali islamici e' stata la causa prima della iniziale debacle talebana. Quello con Al-Qaeda e' sempre stato un matrimonio di convenienza, e i volontari sauditi e ceceni di Bin Laden non godevano di immensa popolarita' fra gli afgani, tanto che, non di rado, qualcuno di loro finiva con la gola tagliata.
Meglio islamizzare il paese e godersi la vittoria stando "buoni e a cuccia".
C) Inviare i rinforzi promessi e con questi -si tratta di un suggerimento personale- sigillare ermeticamente la frontiera con il Pakistan creando zone di 'fuoco libero" con regole d'ingaggio di manica molto larga.
E' militarmente fattibile, alla portata delle truppe alleate, e avverrebbe in una zona praticamente disabitata con il bonus aggiuntivo di poter sfruttare appieno la superiorita' dell'appoggio tattico di aviazione e artiglieria. In tal modo si eliminerebbero, o comunque ridurrebbero drasticamente le infiltrazioni talebane nelle aree rurali del paese e quindi il loro controllo su di queste. In piu', pressati fra ISAF ed esercito pakistano i talebani sarebbero costretti ad attaccare frontalmente, vanificando cosi' tutti i vantaggi che la guerriglia "partigiana" comporta su uno scontro campale.
E lo stesso Pakistan a quel punto potrebbe essere costretto a scoprire le carte sull'ambiguita' dei rapporti con i talebani.
Il problema di questa soluzione e' che politicamente potrebbe rivelarsi assai ardua. Gli USA sono stanchi delle due guerre irachena e afgana, e purtroppo una simile azione comporterebbe un aumento delle perdite USA e degli alleati dovuta all'escalation degli scontri. Dal canto suo l'ambiguita' del Pakistan una volta stretto in un angolo, lungi dall'assumere una forma definita filo-occidentale, potrebbe trasformarsi in ostilita' verso gli USA.
Opzione quindi davvero improbabile e piena di incognite.
D) Dare un calcio in culo all'uomo «elegantissimo e coltissimo» e alla sua banda di scherani corrotti, operare un bel repulisti e convocare una assemblea costituente di tutte le fazioni, etnie, Signori della Guerra e tribu' afgane, chiamate ad eleggere una figura realmente rappresentativa e una forma di governo, qualsiasi essa sia, in grado di garantire gli interessi di tutti in maniera realistica.
Interrompere il flusso di denaro a meno di non ottenere garanzie chiare e fondate sulla stabilita' del futuro governo e la partecipazione di tutte le parti in causa per fermare i talebani e ricostruire il paese.
Levarsi gradualmente ma elegantemente dai coglioni e lasciare sul terreno solo piccole unita' di truppe speciali e intelligence per monitorare la situazione e agire a colpo sicuro contro i centri di comando e i comandanti talebani.
Questa opzione a mio avviso responsabilizzerebbe i vari potentati afgani, se non altro perche' da una vittoria talebana questi avrebbero tutto da perdere, e potrebbe inoltre godere dell'appoggio tacito o esplicito dei potenti vicini dell'Afghanistan, che una volta "riequilibrata" la bilancia strategica in Asia Centrale (oggi troppo sbilanciata a favore dell'Occidente) potrebbero adoperarsi per evitare una vittoria talebana appoggiando le varie fazioni. Perfino le relazioni fra USA e Iran potrebbero guadagnarne.
Equilibrio e fazioni sono infatti le due parole chiave dell'Afghanistan. Il paese centro-asiatico e' geopoliticamente troppo importante per cadere nella sfera d'influenza di una singola potenza .Ogni volta che cio' e' accaduto in passato con inglesi, russi e oggi la Nato, sono stati sempre e inevitabilmente "uccelli senza zucchero" per tutta la regione
Appoggiare esternamente una fazione afgana e' quello che hanno sempre fatto i vicini dell'Afghanistan perche' la miglior garanzia di equilibrio nell'area, e' un Afghanistan sovrano , libero da truppe straniere, e indipendente.
E io sono nettamente a favore di questa opzione.
Grazie per essere arrivati fin qui: domani (oggi) aggiungero' una breve postilla sul Pentagono e il perche' l'US Army e' sempre stato riluttante a seguire le avventure di Bush & Co.
Per il momento, come soleva dire il protagonista realmente esistito di un bel film con George Clooney: «Good Night and Good Luck».